Artemis III non sarà più la missione del ritorno dell’uomo sulla Luna, ma solo un test tecnico in orbita terrestre bassa. I motivi degli ennesimi ritardi

Per qualche anno abbiamo dato quasi per scontato che il ritorno dell’uomo sulla Luna fosse imminente. Dopo il volo senza equipaggio di Artemis I nel 2022, l’attenzione si è concentrata su Artemis II, la prima missione con astronauti del nuovo programma lunare americano che dovrà portare l’uomo in orbita intorno alla Luna per dieci giorni. Ma Artemis II non è ancora partita (pochi giorni fa l’ennesimo slittamento del lancio per motivi tecnici) e ha accumulato rinvii tecnici. Ora arriva un’ulteriore svolta annunciata dall’amministratore della Nasa Jared Isaacman: anche Artemis III non sarà più la missione dello sbarco. L’allunaggio slitta alla successiva Artemis IV, oggi indicata intorno al 2028.

I test in orbita

La decisione della Nasa rappresenta un cambio di passo strategico nel programma Artemis. In origine Artemis III doveva riportare astronauti sulla superficie lunare, a oltre mezzo secolo dalle missioni del Apollo program. Ora, invece, diventerà un volo di prova in orbita terrestre: l’equipaggio testerà le manovre di rendezvous e docking con il lander lunare, senza scendere sulla Luna. Lo step intermedio allunga i tempi ma la Nasa lo presenta come necessario per ridurre i rischi tecnici. 



















































La complessa architettura della missione

Ma perché questa scelta che allunga i tempi? La risposta è nella complessità dell’architettura dell’intera missione. A differenza dell’era Apollo, quando il sistema era progettato e gestito quasi interamente all’interno della Nasa, Artemis si basa su una filiera ibrida pubblico-privata. Il grande razzo Space Launch System deve portare in orbita la capsula Orion con gli astronauti. Da lì entrano in gioco i lander sviluppati da partner commerciali come SpaceX (il razzo Starship è destinato ad Artemis III E IV) e Blue Origin (Blue Moon è prevista per Artemis V). Tuttavia queste tecnologie devono ancora dimostrare di essere mature. Starship ha effettuato diversi voli ma non è ancora certificato per il trasporto di astronauti sulla Luna e non ha ancora effettuato test di rifornimento in orbita. Blue Moon è ancora in fase di sviluppo. 

Si tratta quindi di una catena di sistemi interdipendenti. Se uno slitta, l’intero calendario si muove. Artemis II, che dovrà limitarsi a una circumnavigazione lunare senza allunaggio, è ancora un passaggio cruciale per certificare Orion e SLS con equipaggio. Artemis III avrebbe dovuto aggiungere, tutto insieme, l’elemento più rischioso: la discesa e la risalita dalla superficie lunare con un lander completamente nuovo. un concentrato di «prime volte» che ha allarmato gli esperti, molti dei quali si sono espressi in modo sfavorevole, invitando la Nasa a cambiare strategia perché il programma, così progettato «non può funzionare».

L’approccio più graduale 

Per questo la Nasa ha scelto un approccio più graduale, ma anche più solido. Prima si prova l’integrazione tra capsula e lander in orbita terrestre, in un contesto più controllabile e con possibilità di rientro rapido in caso di problemi. Solo dopo si tenterà la sequenza completa fino al suolo lunare. In termini ingegneristici significa «de-risking»: spezzare una missione molto complessa in fasi distinte per ridurre il rischio complessivo. È un approccio più conservativo, che privilegia la validazione operativa progressiva rispetto al’azione unica.

C’è anche un’altra ragione meno tecnica ma altrettanto decisiva: la cadenza delle missioni. L’agenzia punta ad aumentare il ritmo dei lanci, riducendo l’intervallo tra una missione e l’altra. Per farlo intende standardizzare e semplificare la produzione del razzo Sls, evitando configurazioni troppo diverse tra un volo e il successivo. Un programma con una frequenza più alta è più sostenibile industrialmente e politicamente, ma richiede una pianificazione meno compressa sui singoli obiettivi simbolici.

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28 febbraio 2026