Il primo missile lanciato contro l’Iran è partito dalla Marina degli Stati Uniti. Un tomahawk, uno dei simboli dell’arsenale americano. Ma se un tomahawk è stato l’innesco, la guerra esplosa tra Iran, Stati Uniti e Israele è un incendio che coinvolge tutte le forze nella regione. Un conflitto su più livelli, dal mare al cielo, fino al dominio cibernetico.
Che guerra sarà?
Gli Stati Uniti hanno schierato una forza imponente. Sono circa 40mila i soldati di stanza in Medio Oriente, dispiegati in circa una ventina di basi. Sotto Centcom, il comando che controlla tutta la regione, ci sono alcune tra le più importanti basi americane nel mondo. La principale è quella di al-Udeid, in Qatar, con circa 10mila militari. In Bahrein, invece, si trova la base della Quinta flotta della Marina Usa. In Kuwait, gli Usa possono contare sulle basi di Camp Arifjan, Ali al-Salem e Camp Buehring. Migliaia di uomini e mezzi sono poi schierati negli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, importanti soprattutto per la sorveglianza aerea e per difesa dalla minaccia missilistica iraniana. In Giordania, gli Stati Uniti possono invece contare sulla base aerea di Muwaffaq Salti ad Azraq. Diversa invece la composizione delle forze tra Iraq e Siria, Paesi fragili e che continuano a rappresentare fronti bollenti anche interni, tra organizzazioni terroristiche, milizie alleate di Teheran e focolai di tensione tra le varie potenze regionali.
Le basi in Medio Oriente
La costellazione di basi in tutto il Medio Oriente, una cintura di fuoco dove sono presenti anche i militari italiani (dal Kuwait al Kurdistan iracheno fino alle forze Unifil del Libano), è però solo una parte del sistema messo in piedi da Washington. Perché per evitare problemi legati allo spazio aereo non concesso dai partner regionali e basare gli attacchi esclusivamente sulle proprie forze, il Pentagono e la Casa Bianca hanno deciso di spostare in Medio Oriente un imponente schieramento aeronavale. Uno dei più numerosi dalla guerra in Iraq. Da diverse settimane, al largo del Mare Arabico è presente l’intero gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln, da dove partono aerei per qualsiasi tipo di operazione, dai caccia ai velivoli per l’intelligence. Insieme alla portaerei, navigano cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke. Nell’area sono presenti, inoltre, almeno una dozzina di navi. E non è un caso che The Donald, prima di ordinare lo strike all’Iran, abbia atteso l’arrivo anche della portaerei Gerald Ford, giunta al largo di Haifa poche ore prima dell’attacco. Uno schieramento navale che si unisce a quello aereo. Nella regione sono stati fatti atterrare centinaia di mezzi: dai caccia F-15 agli F-22, dagli F-35 ai mezzi per la guerra elettronica e per il comando e controllo. Molti di loro operano dalle basi israeliane e giordane. E nei giorni scorsi, diversi aerei per il rifornimento in volo sono stati avvistati anche sulla pista dell’aeroporto di Tel Aviv: indizio che dimostrava l’intensità della campagna aerea di questi giorni.
Ieri, l’Idf ha detto che si è trattato del “più grande attacco nella storia dell’aeronautica militare” e che sono stati usati 200 caccia per colpire circa 500 obiettivi su tutto il territorio iraniano. La Fionda di Davide, l’aviazione dello Stato ebraico, ha come obiettivo quello di avere la piena supremazia aerea, come già avvenuto nella guerra dei 12 giorni. Ma quello che preoccupa Israele è soprattutto la minaccia balistica iraniana. L’Iran ha ricostruito il suo arsenale missilistico e sa che può infliggere danni ingenti non solo alle basi americane nella regione, ma anche allo Stato ebraico. L’Idf ieri ha ricordato ai cittadini israeliani che la contraerea non è completamente impermeabile. E gli allarmi hanno risuonato in continuazione. Teheran ha missili con un raggio d’azione tra i 300 e i 2.500 chilometri. E dalla Repubblica islamica hanno avvertito che sono pronti a schierare armi mai viste contro Israele e le basi Usa. I razzi Shahab 1 e Fateh 110 sono quelli in grado di raggiungere le basi nel Golfo. Ma gli ayatollah hanno anche i Fateh 2, in grado di colpire bersagli a 500 chilometri, gli Zolfaghar e i Qiam, con un raggio di 700 e 800 chilometri. Per colpire le città, le basi e i centri di comandi di Israele, invece, Teheran può fare affidamento sulle scorte di Shahab-3, Emad, Ghadr, Sejjil e Khoramsar. Sulla costa, le postazioni dei Pasdaran sono pronte a mettere nel mirino le navi americane e hanno ordinato alle imbarcazioni commerciali di non passare lo Stretto di Hormuz.
Ma i comandi iraniani, nel loro “arsenale”, hanno anche un’altra arma strategica: le milizie negli altri Paesi. La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha messo fuori gioco Hamas e inferto un colpo letale a Hezbollah in Libano, che ha detto che non interverrà a meno di un duro colpo contro Ali Khamenei. Ma gli Houthi, nello Yemen, hanno già detto che riprenderanno gli attacchi contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso. Mentre in Iraq, dove ieri sono stati già segnalati dei bombardamenti, il gruppo di Kataib Hezbollah ha già avvertito di essere pronto a un lungo e logorante conflitto anche per colpire le basi Usa.
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