di
Andrea Paoletti

Fu il primo italiano ad aggiudicarsi il campionato del mondo per piloti di rally (che allora si chiamava Coppa Fia) nel 1977, a bordo di una Lancia Stratos

Se ne va un gigante del motorsport italiano, uno di quelli che non hanno soltanto vinto, ma hanno costruito un immaginario collettivo fatto di neve, fari accesi nella notte e sogni appesi alle pareti delle camerette. Per generazioni di ragazzi cresciuti con la sciarpa della Lancia al collo e il poster della Fulvia o della Stratos sopra il letto, Sandro Munari non è stato solo un pilota: è stato un eroe moderno.

Nato nel 1940 a Cavarzere, in provincia di Venezia, Munari diventa presto «il Drago», soprannome che racconta perfettamente il suo stile: aggressivo ma mai scomposto, istintivo ma sempre lucido. Un talento naturale capace di accelerare quando serviva davvero, là dove il cronometro smetteva di essere un numero e diventava coraggio puro. È lui il volto simbolo della prima grande epopea Lancia nei rally: con la Fulvia HF arrivano i primi successi pesanti e due titoli di Campione Italiano Rally nel 1967 e nel 1969, ma anche quello di Campione Europeo nel 1973. Sempre al volante della sua Fulvia HF arriva anche il momento che cambia tutto: la vittoria al Rally di Monte Carlo 1972, primo italiano nella storia, un trionfo che lo proietta definitivamente tra i grandi del rallismo mondiale e consacra la Squadra Corse HF come riferimento assoluto.

Quando poi entra in scena lei, la vettura destinata a diventare mito, la storia si scrive con la s maiuscola. Al volante della Lancia Stratos, l’arma definitiva, la macchina da guerra nata solo per vincere, anzi dominare, Munari costruisce un binomio leggendario che ha lasciato un segno indelebile nell’automobilismo sportivo. Dal 1975 al 1977 al Monte Carlo non ce n’è per nessuno e nessuno prima di Munari aveva dato prova di una supremazia così schiacciante, coronata nel 1977 dal titolo piloti del Mondiale Rally.

Quando il Gruppo Fiat decide di puntare sulla 131 Abarth. Munari non si limita a guidarla: contribuisce allo sviluppo, dimostrando quella sensibilità tecnica che lo ha sempre distinto. Perché il Drago non era soltanto veloce; sapeva «sentire» la macchina, dialogare con la meccanica, trasformare ogni auto in un’estensione naturale del proprio istinto.

I numeri raccontano molto ma non tutto: sette vittorie mondiali, quattordici podi, un titolo europeo, ma la sua grandezza va oltre le statistiche e basta un episodio a dimostrarlo. Nel 1972 conquista anche la Targa Florio insieme ad Arturo Merzario sulla Ferrari 312 PB, prova definitiva di una classe trasversale, capace di brillare ovunque. La sua vera casa, però, restano gli sterrati. Dakar, Rally dei Faraoni, le avventure africane dove uomini e macchine combattono contro il deserto. Collabora allo sviluppo della Lamborghini LM002 in chiave agonistica e porta la propria esperienza anche nella nascita della trazione integrale della Diablo, lasciando un’impronta tecnica destinata a durare nel tempo.

Terminata la carriera agonistica, Munari non si allontana mai davvero dalle corse. Diventa maestro di guida sicura, autore, divulgatore, presenza amatissima nelle rievocazioni storiche. Bastava vederlo arrivare per riaccendere racconti, ricordi e passioni, perché il Drago non apparteneva soltanto alla sua epoca: apparteneva a chiunque amasse l’automobilismo sportivo. Avrebbe compiuto 86 anni il prossimo 27 marzo e, superato il dolore per la sua scomparsa, rimarranno i ricordi delle sue imprese sulle strade del «Monte», faceva danzare di traverso la Stratos con una leggerezza irripetibile. E in quel controsterzo perfetto continua a vivere una stagione irripetibile dell’automobilismo italiano. Una stagione che porta, indelebile, la firma di Sandro Munari.



















































28 febbraio 2026 ( modifica il 28 febbraio 2026 | 15:06)