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La tv di Stato iraniana: Khamenei è morto. Applausi a Teheran. Sull’account X dell’ayatollah: “Pace su di lui”
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La tv di Stato iraniana: Khamenei è morto. Applausi a Teheran. Sull’account X dell’ayatollah: “Pace su di lui”

  • 1 Marzo 2026

Il testamento di Khamenei. Temeva di essere ucciso, aveva indicato Larijani come suo successore

Se lo scopo dichiarato di Usa e Israele era il cambio di regime in Iran, la Guida Ali Khamenei era necessariamente tra gli obiettivi da colpire nei raid sul Paese. E così è stato: dopo una giornata di voci e smentite è arrivata la notizia della sua eliminazione, insieme alla nuora e al genero. Fin dalla guerra dei 12 giorni dello scorso anno, gli attuali dirigenti di Teheran si aspettavano un nuovo attacco israelo-americano e, secondo diverse fonti interne al regime, il leader in persona avrebbe messo a punto un piano di emergenza per garantire la sopravvivenza del sistema anche nel caso che lui venisse assassinato, o rapito, come avvenuto al presidente venezuelano Nicolas Maduro.

L’iniziativa rispecchierebbe le grandi capacità organizzative che hanno permesso a Khamenei di rafforzare la sua rete di comando in tutti i gangli vitali del sistema – a cominciare dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione – durante i 37 anni trascorsi nel ruolo di Rahbar (Guida, appunto), riuscendo così a compensare le scarse credenziali religiose. Quando il fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, lo indicò come suo successore, nel 1989, Khamenei non era infatti nemmeno ayatollah. La scelta, come spiegò lo stesso Khomeini, cadde su di lui per le sue capacità politiche, giudicate più importanti di quelle spirituali. E Khamenei le ha fatte valere, consolidando sempre più il suo potere, a dispetto dell’insofferenza nei suoi confronti di molti grandi ayatollah sciiti, in particolare quelli delle importanti scuole teologiche irachene.

La dirigenza politico-militare iraniana, guidata da Khamenei, è riuscita a mantenere la catena di comando anche durante la guerra dello scorso anno, quando, per motivi di sicurezza, la Guida fu isolata in un rifugio segreto e si dovette limitare al minimo l’uso di Internet e altri mezzi di comunicazione. Fonti all’interno del regime hanno detto al New York Times che l’86enne Khamenei aveva fatto tesoro di quella esperienza ed era andato oltre, lasciando le necessarie disposizioni da seguire anche in caso di una sua scomparsa. In tal caso, secondo queste fonti, la sopravvivenza del regime sarebbe affidata in prima persona ad Ali Larijani. Quest’ultimo, nominato lo scorso agosto segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, è una delle principali figure del conservatorismo pragmatico in Iran e appartiene ad una famiglia la cui storia è inestricabilmente legata a quella della Repubblica islamica.

Le stesse fonti affermano che Larijani potrebbe essere affiancato da altre due importanti figure: il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Qalibaf, e l’ex presidente della Repubblica Hassan Rouhani. La soluzione ipotizzata riguarderebbe solo una gestione di emergenza degli affari di Stato, in attesa dell’elezione di un nuovo Rahbar da parte dell’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri. Ma è degno di nota il fatto che tra i nomi fatti per assumere il potere in caso di impedimento di Khamenei non figuri il figlio Mojtaba, da anni indicato, soprattutto da ambienti dell’opposizione, come suo possibile successore.

In un articolo pubblicato questa settimana su Foreign Affairs, Nate Swanson, un analista che per quasi 20 anni ha lavorato nel Dipartimento di Stato occupandosi di Iran, ha scritto che comunque, “indipendentemente da quanto l’Iran sia indebolito o quanta forza impieghino gli Usa”, Khamenei non avrebbe mai accettato di negoziare la fine della Repubblica islamica“, perché “preferirebbe morire da martire”.

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