di
Candida Morvillo
Il fotografo: «Lavoro dalla mattina alla sera sulle mie foto. L’auto si ribaltò, sono vivo per miracolo»
Nino Migliori, cento anni da compiere il 29 settembre, è al lavoro nella sua Fondazione bolognese zeppa di quadri archiviati su pareti alte forse otto metri. Al momento, sta studiando delle bucce di mandarino messe a essiccare nell’attesa che prendano forme umane come certe celebri bottiglie di plastica diventate, attraverso le sue foto, persone inginocchiate che pregano. Poi, armeggia con un manichino in legno che se ne sta su una sedia, prossimo a diventare una foto con Eva Robin’s. Lui: «Devo ricontattarla, il manichino è qui da anni, l’ho portato in macchina da Massa Carrara, seduto davanti, mi guardavano tutti. I manichini mi piacciono perché ho un’attrazione per il rapporto tra vero e falso. Ne vorrei una sala piena». Il maestro tira fuori gli occhi dalla coppola di tweed: «Spero di campare ancora per metterne insieme un discreto gruppo e fare la “compagnia del manichino”». Ride e le poche rughe sul viso spariscono del tutto.
Da quando Eva aspetta la sua chiamata?
«Dal 2004, ma ho tanti arretrati. Però li smaltisco, ne sia sicura. Sto qui dentro dalle otto di mattina alle sette di sera, ma il lavoro quotidiano mi prende la mano e tanti progetti restano indietro. Pensi che ne ho appena finito uno che aspettava da trent’anni. Venga, guardi quest’album».
Cos’è? Una collezione di farfalle?
«L’ho trovata trent’anni fa in un mercatino. L’ho fotografata solo adesso» (la moglie Marina Truant apre un computer, cerca la cartella «farfalle»: sono dettagli di ali che non sembrano affatto farfalle ma quadri astratti della consistenza del velluto. Lui: «L’ho chiamato Se vuoi Far Falle»).
Lei, a cento anni, lavora al computer?
«Ma ho cominciato prima… Adesso, mi siedo vicino alla mia assistente e le dico cosa fare. Quando è arrivato il digitale, ho detto subito: l’analogico è finito. Ho imparato Photoshop e ho iniziato a fare trasfigurazioni».
Se le dico «futuro», che cos’è «il futuro» per lei?
«La prima cosa è tentare di stare al mondo il più possibile. Ho già cent’anni, quindi, ogni giorno è buono per la scomparsa. Poi, sono i tanti lavori da completare o intraprendere. In una parola: il futuro è vivere».
Oggi, l’intelligenza artificiale crea foto dal nulla: nel futuro, ci sarà ancora spazio per la fotografia come l’ha fatta lei per 78 anni?
«Ci sarà lo spazio e aumenterà perché la foto è troppo importante nel rapporto fra conoscenza e comunicazione. Fra cento anni, si potrà comunicare meglio con la foto che con la parola».

Lei ha fatto anche un suo autoritratto dal futuro, titolo: «Tempo dilatato».
«Si parte da un mio primo piano del ’74 e si arriva alla radiografia del mio teschio. Ma non vuole mai esporlo nessuno».
E le sembra strano?
«Io la trovo una foto naturale: come siamo e come diventiamo. È come guardare le foto di quando eravamo bambini».
Come fa essere così in forma a cent’anni?
«Da giovane, nuotavo, correvo, camminavo molto, andavo a sciare con l’olimpionico Zeno Colò».
E che altro? Alimentazione, otto ore di sonno a notte?
(Nino Migliori tace e guarda la moglie. Marina: «Vive di gelati, cioccolato, Campari Spritz. La notte, dorme due ore e il resto della notte mangia. A pranzo, non mangia perché si è già rimpinzato la notte». Per inciso, in trattoria, Migliori mangerà un pezzetto di coniglio e un enorme gelato alla vaniglia).
Non la preoccupa la salute, maestro?
«Se avessi mangiato sano e la notte dormito otto ore, arrivavo a duecento anni».

Le prime foto del 1948, prima dei suoi Pirogrammi, Cellogrammi, Lucigrammi e Idrogrammi, sono capolavori del neorealismo: istantanee rubate alla vita di strada, bambini che fanno le ricreazione, figure in controluce nei caffè… Che cosa la ispirava?
«Acchiappare la vita, catturare la gioia che sentivo in giro dopo gli anni tremendi della guerra. La liberazione fu una gran festa, tutti giravano, urlavano e cantavano per la città. E la ricostruzione fu bellissima. La serie di Gente raccontava quell’Italia. Negli anni ’50, la serie sui muri con le scritte tipo “Forza Coppi” era come un diario spontaneo degli italiani».
Il suo primo ricordo?
«Nevicava, ero piccolissimo e già asmatico, avevo la broncopolmonite, la febbre non scendeva, la penicillina non c’era e il medico mi fece coprire di ghiaccio».
È stato altre volte vicino alla morte?
«Un giorno, l’auto è scivolata, si è rovesciata due o tre volte. Sono uscito coperto di sangue dal finestrino posteriore e uno che era lì mi vede e sviene. È stato un angelo a salvarmi. Si dice così, no?».
Ed è stato un angelo?
«In realtà non lo so, sono agnostico. Marina meno, lei dice che sono nato il 29 settembre, giorno degli Arcangeli, e che quindi potrei essere protetto. In effetti, nei portici di Bologna ci sono le arcate unite da ferri. E noi bambini ci appendevamo e passavamo da un ferro all’altro. Qualche volta, non prendevi l’altro, così finivi a terra: male alla schiena, alla testa, mai niente di rotto. Un’altra volta, scendendo dalla montagna in bici a mille all’ora, sono finito in un roveto di more e non mi sono fatto niente. E poi c’è la volta nel buco della cucina».
Sarebbe?
«In guerra, eravamo sfollati in montagna a Savigno. Papà era ferroviere, ma aveva un podere lì. Io ero renitente alla leva e quando i soldati vennero a cercarmi, mi nascosi in un buco nel pavimento della cucina. Il problema, essendo asmatico, era non tossire. Ci riuscii».
Perché era sfuggito alla leva?
«Perché ero contro il fascismo. Per tutto il male che ha fatto e perché venivo da una famiglia di sinistra. Io ho sempre amato la libertà e, ai tempi, era tutta una costrizione: dovevo fare come dicevano loro, se no, venivo preso a calci».
Chi l’ha presa a calci?
«Noi bambini dovevamo fare esercitazioni di ginnastica di massa, marce e, se non facevo quello che mi veniva detto, i balilla mi prendevano a calci. Dopo, per avere libertà nella fotografia, ho sempre avuto un altro mestiere, ho fatto il dirigente della Fabbri degli sciroppi, poi il direttore di una ditta di liquori» (Marina: «Libertà è la parola che lo accompagna sempre: non ha mai fotografato per vendere; se riceve una commissione, o gli piace e la fa o non c’è verso». Interviene Antonella, l’assistente: «Quando faceva le Polaroid, tutto quello che la scatola diceva “non fare” lo faceva: le ha messo nel frigo, le ha messe nel forno». Marina: «L’unica che riesce a fargli fare quello che vuole lei è Elisabetta Sgarbi. Quando abbiamo girato il film Viaggio intorno alla mia stanza, Elisabetta diceva “facciamo così”, lui diceva “facciamo cosà” e poi si faceva in tutte e due i modi». E Nino, serafico: «Perché Elisabetta mi vuole molto bene e io altrettanto a lei»).
Nino, ha visto passare 35 presidenti del Consiglio, avvicendarsi monarchia e Repubblica… Quale evento politico l’ha colpita di più?
«Io sono nato sotto il fascismo e non avrei mai detto che mi toccherà venir meno sotto il fascismo. Ma è da vedere quando sarò più avanti con l’età… Voglio pensare che resisto di più io».
E fra crisi del Comunismo, delle democrazie, guerre, cambiamenti sociali e tecnologici, che cosa è stato più importante visto dall’alto dei suoi anni?
«Forse, la risposta sta in due lavori sulla violenza. Negli anni ‘70, mi sono accorto che, a forza di vederla in tv, rischiava di non essere più vista. Da lì nasce Sottrazione/accumulo della memoria: prendo immagini violente scattate dai fotoreporter, le rielaboro togliendo i grigi, lasciando solo bianco e nero. Si riconosce la foto, ma l’immagine si svuota: o diventa tutta bianca o tutta nera. È il punto in cui non vedi più niente. E poi ho messo i lucidi con le immagini di violenza sugli specchi, in una stanza buia, col pubblico che entra con una pila e si vede riflesso».
E poi c’è «Make love not war».
«C’era la guerra del Vietnam: erano soldatini fotografati su un corpo femminile. Io tendo a rifiutare la negatività, a guardare avanti. Lì ho usato l’ironia per attraversare un tempo tragico».
Che idea si è fatto dell’infelicità umana?
«Che dipende dallo stato d’animo della persona: c’è chi è sempre in una condizione di semifelicità anche se le cose vanno male e altri invece sono quasi sempre infelici, perché trovano sempre il lato negativo delle cose».
E lei è stato più semifelice, felice o infelice?
«Prevalentemente felice».
Qual è stato il giorno più felice della sua vita?
«Quello in cui ho conosciuto Marina. Ero il suo professore a un corso di perfezionamento dell’Università di Parma. Io avevo 54 anni, lei 27 e mi ha portato un garofano. Svenni davanti a lei. Ho i brividi anche ora che lo rivivo, fu una cosa che mi stravolse. Dopo, non fu facile, ero sposato, avevo due figli».
Dopo, Marina ha sempre condiviso il suo lavoro.
«Parlare con lei e scambiarci le idee è stato eccezionale. Buona parte delle cose che ho fatto le devo a lei» (Marina: «Io sono arrivata nell’80 e certi capisaldi nella storia della fotografia li ha fatti prima che arrivassi. Io ho solo capito che, per lui, la fotografia viene prima di tutto. Significa che quando lavorava sulle Polaroid, ma usandole al contrario, ampliando il tempo di esposizione, si fermava per strada per uno scatto e ci metteva mezz’ora. Io mi ero attrezzata, mi portavo un libro. O quando abbiamo lavorato sui nidi, bisognava andare d’inverno, e d’inverno il terreno è bagnato: per quattro inverni, abbiamo camminato nel fango cercando nidi».
Nino, tanti artisti con cui ha condiviso la gioventù non ci sono più, come Tancredi Parmeggiani o Emilio Vedova, coi quali frequentava Peggy Guggenheim a Venezia. Cosa succede quando si vedono gli amici morire uno dopo l’altro?
«Succederà anche a me: ho cent’anni… Mi dispiacerà, ma insomma, come fa a dispiacermi quando sono già morto, no?».
1 marzo 2026
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