di
Mario Platero
Iran, Venezuela, tariffe, sanzioni, rapporti con le istituzioni multilaterali: quella impostata da Trump è una rivoluzione destinata a durare nel tempo. Ed è una rivoluzione in cui i diritti e la legittimità internazionale, per Washington, non hanno valore assoluto, ma sono «condizionati»
NEW YORK – C’è un nuovo paradigma americano per la gestione di sfide geopolitiche, di presunte ingiustizie economiche o presunti abusi di privilegi nel contesto delle istituzioni multilaterali: i diritti, la sovranità e la legittimità internazionale, secondo il nuovo paradigma, sono condizionati, non dipendono da un contesto di ordine multilaterale, ma dalle singole condotte.
Si tratta per ora di un approccio selettivo, non necessariamente universale, guidato dal potere e dalle alleanze, non da un’astratta idea di equità generalizzata che va perseguita e protetta. La guerra in corso contro l’Iran teocratico degli Ayatollah è forse l’esempio più concreto di questo nuovo paradigma, nel quale rientrano sul piano geopolitico l’attacco al Venezuela di Maduro, ma non gli eccessi della Russia nei confronti dell’Ucraina o le continue provocazioni nucleari della Corea del Nord ( almeno per ora). Sul piano economico abbiamo visto l’imposizione unilaterale di tariffe commerciali, su quello dei valori, di sanzioni contro funzionari di istituzioni multilaterali che hanno attaccato interessi economici americani: una volta ci si sarebbe limitati a una protesta da mettere agli atti, ora, per la prima volta, come nel caso di Francesca Albanese, relatrice speciale indipendente per Gaza, si passa a punizioni concrete.
Iran, le notizie sull’attacco, in diretta
Per l’America, generalmente tollerante dall’alto della sua potenza economica e militare, si tratta di un cambiamento secolare che non ha precedenti.
Quando ci fu l’attacco all’Iraq dopo l’11 settembre ad esempio, l’amministrazione Bush cercò un negoziato multilaterale con Saddam Hussein attraverso l’Agenzia Atomica a Vienna, portando avanti allo stesso tempo risoluzioni più volte riviste nel contesto dell’Onu, che alla fine autorizzavano la guerra, almeno secondo l’interpretazione americana.
Negli ultimi casi, la presidenza Trump non ha soltanto ignorato le istituzioni multilaterali ma ha ignorato anche il Congresso che dovrebbe autorizzare atti di guerra. E difatti abbiamo visto anche soltanto ieri reazioni dure di senatori e deputati democratici che hanno attaccato l’operato unilaterale dell’amministrazione seguiti da un altrettanto duro editoriale del New York Times contro la sfrenata autonomia trumpiana.
Abbiamo anche visto una reazione durissima della Corte Suprema americana che ha dichiarato illegittime le tariffe imposte da Trump. Ma c’è da chiedersi se da un punto di vista pratico questo nuovo paradigma non sarà sposato in futuro anche da amministrazione democratiche che si confronteranno con un mondo nuovo.
Su questo ci sono precedenti: il cambiamento di rotta imposto da Trump nelle relazioni con la Cina durante il suo primo mandato fu spesso criticato aspramente da esponenti democratici. Ma la nuova rotta fu poi abbracciata in pieno dall’amministrazione entrante di Joe Biden: la «China policy» era cambiata per il futuro prevedibile.
È dunque possibile che con la crisi dell’ordine multilaterale come l’abbiamo conosciuto negli ultimi 80 anni, questo cambiamento di paradigma riguardi il sistema paese e non sia una semplice fiammata istigata da Donald Trump, destinata a rientrare con prossime amministrazioni sia democratiche che repubblicane? La risposta è sì.
L’America, che quest’anno festeggia i suoi 250 anni di Indipendenza è passata attraverso fasi storiche diverse nella gestione della sua evoluzione verso «un’Unione piu’ perfetta». Dalla rivoluzione americana alla Guerra Civile a quello che il Presidente Woodrow Wilson definì l’«eccezionalismo americano», alle vittorie in due guerre Mondiali fino alla creazione di un ordine che poggiava su istituzioni multilaterali, alle battaglia per i diritti civili alle controverse decisioni dei nostri giorni, l’America è sempre pronta a cambiare per proteggere i suoi interessi, soprattutto se si sente sotto attacco.
È dunque possibile che questo passaggio alla valutazione selettiva delle «condotte» non sia temporaneo. Anche perché ciascuna della azioni unilaterali, ora belliche ora economiche risponde a delle sfide molto precise che vanno affrontate secondo Washington in modo «muscolare», lasciandosi dietro le spalle il tradizionale approccio più «tollerante».
Cominciamo da queste guerra in corso contro l’Iran. L’approccio pragmatico registra in tempi recenti almeno tre violazioni capitali da parte dell’Iran, sul piano geopolitico, su quello militare e su quello violenza interna. Ci sono anche i trascorsi storici di quasi 50 anni fa di cui Scott Anderson, nel suo straordinario libro «King of Kings», ci offre un resoconto implacabile di fragilità, incompetenze, ingenuità che hanno portato l’America a ignorare le debolezze implicite nel regno di Reza Pahlavi per poi trovarsi con un regime teocratico che l’avrebbe umiliata in varie forme per quasi mezzo secolo.
Ma andiamo per ordine elencando le tre violazioni di «condotta» iraniane. La prima, il peccato originale più recente, è quello di aver scatenato l’attacco di Hamas contro Israele e fomentato la guerra successiva per bloccare, come e’ poi successo, un’estensione degli accordi di Abramo all’Arabia Saudita. L’attacco del 7 Ottobre, organizzato sulla base di direttive, aiuti e intelligence iraniano ha cambiato l’intero panorama mediorientale e congelato le attese per una esplosione economica che sarebbe seguita in termini di commerci e investimenti. Se a questo aggiungiamo il rafforzamento di Hezbollah con fornitura di armi attraverso il corridoio siriano e la destabilizzazione del Libano, il quadro del violento impatto geopolitico dell’Iran sulla regione è chiaro.
Il secondo riguarda il perseguimento di un arsenale atomico e la costruzione di missili balistici intercontinentali, di fatto il casus belli dopo che non si è trovato un accordo per il disarmo nucleare iraniano nei giorni scorsi a Ginevra. È importante segnalare che l’America ha cercato di salvare le apparenze attraverso un negoziato diretto sul disarmo, piuttosto che mediato dalle Nazioni Unite o dalle sue agenzie.
Il terzo riguarda la durissima reazione degli Ayatollah alle insurrezioni popolari. Dopo un primo momento in cui ha cercato il negoziato, il regime ha deciso di procedere con la repressione violenta delle manifestazioni causando da un minimo di diecimila morti fino a stime di alcune decine di migliaia di morti. Per l’America si poneva un problema: aveva potuto verificare la forte reazione popolare, ma, dopo la repressione aveva anche capito che la violenza aveva avuto un suo effetto: le manifestazioni sono terminate e il regime usciva rafforzato dal confronto con il rischio che il seme della resistenza fosse seppellito per molti anni a venire.
Le tre «sfide» iraniane, il continuo perseguimento degli obiettivi atomici e militari (l’attacco di giugno ha avuto solo effetti parziali nonostante Trump ne avesse rivendicato la totale distruzione), il pericolo che l’Iran continuasse nel suo ruolo di destabilizzatore geopolitico nella regione, il rischio che la resistenza fosse sopita per anni a venire, hanno creato quell’insieme di violazioni di condotta valutate oggi non in un contesto di legittimità sia interna che multilaterale, ma in termini di rapporti di forza.
Per il Venezuela si può applicare dal punto di vista americano lo stesso modello di destabilizzazione regionale con l’aggiunta di un apparato statale criminalizzato. Per le tariffe, la reazione americana è stata brusca, a tratti erratica e irrazionale, spesso condita da personalizzazioni ( pensiamo al Canada e alla minaccia di tariffe per chi in Europa difendeva la sovranità della Groenlandia). Ma di fondo lo squilibrio commerciale americano, con praticamente ogni nazione del pianeta in avanzo nei confronti degli Stati Unti, era diventato per l’amministrazione un problema non più sostenibile.
Di nuovo Trump si è mosso fuori dai canali tradizionali del multilateralismo esponendosi come si diceva poco sopra alla condanna della Corte Suprema. Ma l’amministrazione ha gia’ ideato nuove sanzioni per aggirare la sentenza.
E arriviamo alle sanzioni applicate nel caso particolare alla relatrice indipendente per Gaza Francesca Albanese. Per decenni, la politica statunitense ha operato una netta distinzione tra l’applicazione di sanzioni e la tolleranza. Funzionari, esperti internazionali, relatori indipendenti che non erano neppure salariati dall’Onu, venivano appunto tollerati e criticati a parole, ma non sanzionati
La risposta americana alle azioni di Albanese di fatto abbatte questo muro. Attenzione, il muro cade in virtù del cambiamento di paradigma, non per vendetta personale. Le azioni di Albanese – accusare pubblicamente nel suo rapporto 60 aziende americane di complicità nel «genocidio» a Gaza, incoraggiando azioni legali ed economiche contro di loro – di fatto hanno a loro volta compiuto un passaggio non banale: secondo ambasciatori che hanno lavorato al Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra, Albanese avrebbe travalicato i suoi confini con il passaggio da una critica normativa a una minaccia economica e legale diretta agli interessi degli Stati Uniti. Una cosa che secondo un diplomatico che ha lavorato a Ginevra – ma anche, ed è quel che conta di più, secondo l’America – va oltre il mandato. Nel nuovo paradigma, Washington segnala che una volta che si prendono di mira materialmente gli interessi degli Stati Uniti, lo status istituzionale non protegge più.
Dobbiamo dunque abituarci a questo nuovo atteggiamento almeno per i prossimi tre anni. Ma, come si diceva, non si può escludere che il nuovo paradigma sia adottato da prossime amministrazioni non repubblicane, magari con atteggiamenti forse più morbidi nella forma, ma non nella sostanza. Ce lo insegna anche la storia americana di questi ultimi 250 anni, sia sul piano interno che esterno.
1 marzo 2026 ( modifica il 1 marzo 2026 | 09:43)
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