di
Sara D’Ascenzo
Cinema, la pellicola sul compositore polacco che elesse Parigi a suo palcoscenico ha il merito di illuminare il lato «dandy» della sua vita. In sala anche «Il suono di una caduta»
«Chopin, Notturno a Parigi» di Michał Kwieciński
Una mosca tormenta il riposo pomeridiano di Fryderyk Chopin (il talentuoso Eryk Kulm), colto dal regista addormentato su una sedia in pieno sole, vicino a una finestra che lo inonda di luce. Non è un biopic questo «Chopin, Notturno a Parigi», piuttosto un inseguimento di uno dei compositori più amati (ma forse non così conosciuti, anche se a chiunque abbia studiato pianoforte sarà toccato di struggersi su uno dei suoi Valzer) della musica romantica, colto nell’ultimo periodo della sua vita (morirà a 39 anni di tubercolosi). Perché di questo si tratta: di un tallonamento da presso di un uomo che non ha mai rinunciato a vivere, seppure totalmente assorbito dalla simbiosi con la sua musica e il suo pianoforte. Nella sua breve esistenza, e per quello che sceglie di raccontare il regista, Chopin appare come un giovane uomo che tenta di fare la vita del giovin signore dell’Ottocento, quando tutto a Parigi stava cambiando ma le orecchie non erano forse ancora pronte alla musica che Chopin comporrà sul finire della vita, come lo avverte l’amico Lizst: «Magari tra cent’anni…». La scelta stilistica di Kwieciński non è molto coraggiosa: la resa è decisamente convenzionale, soprattutto nella seconda parte, dopo l’incontro con la poetessa George Sand, ma visivamente e umanamente questo film ha qualcosa che cattura ed è probabilmente dovuto alla fisicità sui generis dell’attore principale, scelta felice, perché riesce a rendere uno Chopin malato e dalla pelle ormai grigia con sempre piccole faville a illuminarne lo sguardo. Specialmente quando siede al piano.
Voto: 6,5. Non un atto di coraggio, ma un atto d’amore per un genio che ha illuminato la storia della musica, qui colto nei suoi aspetti più umani. Tra sorbetti, amici, macaron e delusioni d’amore.
«Il suono di una caduta» di Mascha Schilinski
Quattro ragazze nell’arco di qualcosa di più di un secolo, dagli inizi del Novecento a oggi. In mezzo alla campagna tedesca una casa diventa il baricentro di tante vite, filtrate dallo sguardo di giovani donne. Il filo conduttore – tocca ammetterlo sperando di non spaventare troppo gli spettatori – è la morte, tabù estremo. La piccola Alma guarda sé stessa morta in una fotografia, ma prima di rendersi conto che è proprio lei passano due ore e trentaquattro minuti (o giù di lì). A legarla al personaggio successivo è un fratello o un parente a cui viene amputata una gamba. Lo stesso che anni dopo attrae Erika; la nipote Angelika, negli anni ’80, è alle prese con la scoperta del proprio corpo, ma deve fare attenzione a uno zio che la insidia; infine, e siamo all’oggi, la fattoria è figlia della «airb&b» economy ed diventata una casa vacanze, dove la malinconica Lenka si lega a una ragazza più libera di lei che ha appena perso la madre e la sorellina sembra chiudere il cerchio. La regista – talentuosa ma troppo compiaciuta – gioca col concetto di caduta e all’inizio inganna lo spettatore che crede di vedere nella morte apparente di una governante – vittima di uno scherzo innocente – la caduta del titolo. In realtà il film indaga le soglie, i limiti, le cadute che si fanno buttandosi nel vuoto della vita. Con cadaveri ricomposti (in modo cruento, preparatevi) per le foto di famiglia, con incubi, visioni, lunghe inquadrature circolari che sanno di già visto in campo autoriale: da Bergman a Brady Corbert gli sguardi profondi ci sono tutti, compreso un lavoro sul suono e sulla luce in riva al fiume o le inquadrature inseguendo le bambine in cucina che citano (direttamente o inconsciamente) «La zona d’interesse» di Jonathan Glazer. Troppo per tutti, soprattutto per lo spettatore, che avrebbe gradito una decisa sforbiciata.
Voto: 6/7, ma che fatica. Brava, brava, ma tanto sfoggio di ambizione soffoca l’emozione e il cinema.
«Tienimi presente» di Alberto Palmiero
Alberto (Alberto Palmiero medesimo) ha rinunciato al cinema. Eppure fin dalla prima scena lo vediamo lì, alla Mostra del Cinema di Venezia, intento a spiegare al produttore Gianluca Arcopinto (che poi gli produrrà il film insieme a Marco Bellocchio e Simone Gattoni) la sua idea per un film. Sembra lui per primo a non crederci e quello sguardo obliquo e un po’ malinconico, che non lo rassomiglia minimamente ai cinematografari maneggioni e lo allontana dai cinefili snob che popolano i Festival, ricorda da vicino un altro campano come lui: Massimo Troisi. Seguiamo così con affetto la storia di precariato di Alberto, che fa la comparsa nel «Portobello» di Bellocchio e poi si accontenta di tornare al paesello con la massima aspirazione di consegnare i volantini. Gli incontri con gli amici – chi più chi meno spaesati come lui – le conversazioni claustrofobiche e a senso unico con i genitori (veri) nel tinello della casa a Caserta dove la madre evoca lo spettro della «mini-laurea», la frequentazione con una ragazza – «Mi mitizzavi da piccola?», «No» – le surreali partecipazioni a festival per presentare i progetti e il premio Mela d’oro fonte di discussione in casa – «È una mela Anurka?» -«No» – o la festa di famiglia dove viene schiaffato nel tavolo dei bambini perché non è ancora sistemato – sono tutte pennellate a comporre un quadro fresco, vero, senza infingimenti da mestierante. E restituiscono meglio di tante ricerche sociologiche la foto di una generazione che fatica, ma non se la prende troppo.
Voto: 6,5. Fresco, delicato, morettiano senza cattiveria né politica (perché non sono più i tempi).
«Miroirs No.3 – Il mistero di Laura» di Christian Petzold
Laura (Paula Beer) ondeggia davanti al suo destino: nella prima scena fissa l’acqua come se volesse farsene rapire. Torna a casa dal fidanzato scontroso e parte malvolentieri per una gita in auto con un’altra coppia. Che non abbia voglia di salire in barca lo dice il suo corpo, il suo atteggiamento stanco e rinunciatario, il suo abbigliamento sciatto. Controvoglia il fidanzato parte per accompagnarla alla stazione, e lì le loro vite si separano: in un incidente assurdo (la strada è dritta, nessuna auto in vista) lui muore e lei, senza neanche un graffio, trova rifugio al suo male di vivere a casa di una misteriosa signora che sta dipingendo la staccionata. Potrebbero esserci le premesse per un thriller, un horror addirittura. Nulla di tutto questo. Ispirato nel titolo a un brano di Ravel (Laura studia pianoforte al Conservatorio a Berlino), il film è un viaggio dentro le nostre ansie, dentro i dolori ai quali dare un nome è già morire, alla sopravvivenza che sembra impossibile e poi riaffiora, come una mano che esce dall’acqua e va solo afferrata, senza fare troppe domande. Petzold riduce al minimo la messa in scena, i dettagli che potrebbero distrarre dall’emozione, distilla inquadrature e situazioni, spiega il meno possibile e offre un cinema dove è lo spettatore a dover mettere del suo, a compiere un passo per immergersi, a scrutare l’abisso o a ritrarsene, se fa troppa paura.
Voto: 7,5. Un film di raro minimalismo, dove nulla è troppo spiegato, con una fotografia che ricorda Rohmer, con quella luce e quelle situazioni sospese in mezzo al verde, dove tutto in realtà sotto brucia, come le spighe al sole.
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27 febbraio 2026 ( modifica il 27 febbraio 2026 | 21:06)
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