di
Barbara Visentin

Il cantante genovese è arrivato secondo, con uno dei pochi testi impegnati

Un soffio, uno 0,3% che è «quasi come perdere ai rigori», ha separato Sayf dal vincitore del Festival Sal Da Vinci. Percentuali risicatissime fra il primo e il secondo posto nel conteggio finale (il 22,2% dei voti contro il 21,9%) che però si rovesciano isolando il televoto: Sayf è stato il più acclamato dal pubblico a casa con il 26,4% delle preferenze contro il 23,6% di Sal Da Vinci.

Numeri sorprendenti sia perché, inaspettatamente, a decretare il trionfo di Sal sono state le giurie di radio e sala stampa sia perché invece l’entusiasmo della gente è andato in maniera così massiccia a un artista che fino a martedì era semi-sconosciuto, un esordiente del Festival che racconta un’Italia fresca, contemporanea sia nel sound che nei contenuti e abbastanza diversa da quella del vincitore, nonostante entrambi abbiano alle spalle una storia di riscatto e duro lavoro.



















































Sayf è stato la grande rivelazione di questo Sanremo, il 26enne genovese Adam Viacava che ha scelto come nome d’arte quello arabo che la mamma tunisina avrebbe voluto dargli, accettando di buon grado tutte le pronunce sbagliate arrivate durante la scorsa settimana: Sàif, Sèif, Saìf, «va bene in qualsiasi modo», ha detto senza mai smettere di sorridere, sotto la mini-frangia e i lunghi dread intrecciati che l’hanno reso immediatamente anche un’icona di stile.

Proprio la madre Samia, in un Festival costellato dall’esaltazione del materno, è stata protagonista della sua finale, portata a sorpresa sul palco durante l’esibizione: «È sicuramente la donna più importante della mia vita, per me è un orgoglio aver potuto condividere questa esperienza con lei, portarla sul palco era un modo per fotografare quel momento», ha raccontato Sayf, nell’entusiasmo e nell’incredulità del giorno dopo.

Appassionato di musica fin da piccolo, Adam ha iniziato suonando la tromba (come ha fatto anche nella serata delle cover), poi si è avvicinato al rap, ma in parallelo ha fatto i lavori più disparati: la situazione economica in casa non era facile, il padre idraulico per un periodo è rimasto disoccupato, i tentativi artistici, inizialmente, non ingranavano. 

È solo negli ultimi due anni che le cose hanno iniziato a girare, fra l’ep «Se Dio vuole» e le prime collaborazioni illustri, con Bresh e Marco Mengoni. E sebbene sia così giovane, sia anagraficamente che artisticamente, «Tu mi piaci tanto», portata al Festival, è già stata capace di lasciare il segno, mettendo in luce la sua versatilità, fra cantautorato e urban. Fotografando in maniera ironica vizi e virtù dell’Italia è stato anche uno dei pochissimi testi in gara con un contenuto sociale.

1 marzo 2026 ( modifica il 1 marzo 2026 | 18:25)