di
Walter Riolfi
I grandi investitori non sanno più come valutare gli enormi capitali spesi dai big tech per l’intelligenza artificiale. I piccoli, invece, pensano che la tecnica del «comprare sui ribassi» sia sempre meno gratificante
«Il mercato Toro resta intatto», aveva dichiarato il broker di una piccola società d’investimento del Missouri. «Ogni ribasso rappresenta un’opportunità di rialzo» aveva aggiunto. Insomma: «Buy the dip». Quel broker, non poteva esprimersi diversamente, visto che la sua azienda è specializzata proprio nel gestire il denaro dei piccoli investitori che tanta parte hanno avuto nel rimbalzino della scorsa settimana. Quel gran trambusto di Wall Street, tra gennaio e febbraio, s’era risolto in un calo del 2,5% per l’S&P 500 e del 5,5% per il Nasdaq. In ogni caso, la tempesta in un bicchiere d’acqua. Nel frattempo l’indice S&P equal weight (ossia con i titoli pesati allo stesso modo) era rimasto immobile e nelle sedute seguite al minimo del 5 febbraio è salito del 2,5% a nuovo record: perché, anche nelle giornate più critiche i titoli in rialzo sono stati più di quelli in ribasso.
Chi è sceso più degli altri
In realtà, la tempesta c’è stata e pure grande. E chissò cosa succederà ora con l’ennesima guerra di questa decennio, quella contro il regime degli Ayatollah in Iran, tra trasporti in crisi e choc energetici.
Comunque, il sotto indice dei titoli software a metà febbraio è crollato del 18% in sette sedute, ma fa un pesante -30% da fine ottobre, perché il malessere del comparto dura da tempo. Si sono schiantate le azioni delle società che governano i mercati finanziari o che analizzano dati, quelle che gestiscono i pagamenti e i viaggi: come PayPal, Thomson Reuters, Expedia, Lse, che hanno subìto perdite del 22-30% in pochi giorni. Cadute comparabili hanno sofferto i fondi di private equity (KKR, BlackRock, Blue Owl, Apollo G.). Palantir e Oracle sono scese del 30% circa, i semiconduttori del 9%. Persino Google e Meta sono scivolate del 10% circa e Amazon addirittura del 16%. In Europa, dove la rivoluzione tecnologica legata all’intelligenza artificiale (Ai) è ancora agli albori, lo sconquasso è stato minore: Asml e Infineon sono scese del 7-11%, Sap del 23%, ma Stm è addirittura volata (+24%).

La mossa di Anthropic
Il detonatore di tanto putiferio è stato il lancio di un nuovo modello di Ai (Claude) della Californiana Anthropic (società fondata dai fratelli Amodei di origine italiana), che permette agli utenti di creare un proprio software e a costi più contenuti: una vera rivoluzione, capace di minare la supremazia delle grandi società tecnologiche dalle valutazioni stellari. Lo si sapeva fin dalla scorsa primavera, ma la borsa se n’è accorta a fine ottobre. In teoria parrebbe ancor più dirompente del modello della cinese DeepSeek, che tanto smarrimento aveva prodotto tra i titoli tecnologici un anno fa. Allora le società dei Magnifici 7 persero il 18% e il 14% quelle del Nasdaq. Ad aprile, il crollo si misurava in quasi il 30%, ma Trump, col suo Liberation day, ci aveva messo molto di suo. Se nel recente scompiglio i ribassi del Nasdaq si sono limitati al 5%, lo si deve solo alla rotazione verso settori diversi dalla tecnologia.
La flessione di Wall Street
Tutto come prima dunque? Non proprio. Il rimbalzo, per quanto violento, in virtù di forti ricoperture e del solito entusiasmo dei piccoli investitori, s’è consumato nell’arco di due sole sedute. Martedì, Wall Street è tornata a flettere un poco, angosciata, a detta degli operatori, da brutti dati sull’occupazione e da deludenti vendite al dettaglio, ed è scivolata anche mercoledì, per i nuovi bei dati sull’occupazione (payrolls) che allontanerebbero, sempre a detta degli stessi operatori, la prospettiva di tagli ai tassi Fed. E giovedì, infine, è caduta pesantemente. Dopo l’esuberanza di due settimane fa, gli investitori parrebbero disorientati: i grandi, perché gli sconvolgimenti provocati dall’Ai e dai costi per infrastrutture ad essa connessi costringono a rivedere le esorbitanti valutazioni dei singoli titoli; i piccoli perché, nonostante il loro immarcescibile ottimismo, vedono il «buy the dip», comprare sui ribassi, sempre meno gratificante, con l’S&P che non riesce a bucare la resistenza dei 7 mila punti.

I costosissimi progetti per l’intelligenza artificiale
Non è un caso che la quotazione di Robinhood, broker cui fanno capo i trader online, sia quasi dimezzata in tre mesi, pur dopo un bilancio record nel 2025. In effetti, la spesa per investimenti in infrastrutture delle grandi società americane desta non poca preoccupazione. Le cinque più grandi (Oracle, Meta, Amazon, Microsoft, Google) hanno progetti per 715 miliardi nel 2026, pari a quasi il 2,5% del pil e, se si aggiungono quelle minori, si arriva a superare i 1.100 miliardi, il 3,7% del pil. Nessun progetto è mai costato tanto. In parte questi investimenti saranno finanziati in cash, in parte a debito. La scommessa è che tutti questi capitali generino ritorni ingenti nei prossimi anni. E se dovessero invece deludere? Nella migliore delle ipotesi, si vedrebbe una contrazione dei margini reddituali; nella peggiore, una crisi del credito. «La questione non sta tanto negli utili mostrati oggi, ma nell’incertezza sui margini di domani», ammette la pur ottimista Goldman Sachs.
Il crollo delle criptovalute
Una tecnologia che invecchia nel giro di mesi «solleva lo spettro di potenziali sconvolgimenti futuri», annota Rbc, alludendo a quanto è accaduto nel settore del software e allo stress che si sta trasferendo dalle azioni ai titoli di credito. Per ora queste preoccupazioni sono solo un tarlo che disturba a tratti. Il pil americano nel 4° trimestre dovrebbe crescere del 3,7% (base annua) secondo la Fed di Atlanta; ma, come stima Capital Group, più della metà (2%) verrebbe dalla spesa legata all’Ai. S’è tentati di liquidare quanto è successo alla stregua di un malessere passeggero. Invece, qualcosa di più serio è nell’aria, come dimostra anche il crollo delle criptovalute, la cui capitalizzazione s’è quasi dimezzata in quattro mesi: con una perdita di circa 2 mila miliardi, cui vanno aggiunti altri mille bruciati dal comparto software. Tutto diventa «più difficile da prevedere», sostiene Rbc. Ancor più sinistro è il messaggio di Marc Seidner di Pimco: «Nel 2026, aspettatevi l’inaspettato».
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1 marzo 2026
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