di
Dario Sautto
I momenti in sala operatoria con l’équipe austriaca e l’utilizzo del ghiaccio secco. Le conversazioni tra medici prima e dopo l’espianto
Da un lato la sottolineatura di sbavature e l’intervento «in aiuto», dall’altro una versione quasi completamente opposta. Sulle contraddizioni tra i vari medici presenti nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio di Bolzano, la Procura di Napoli sta ricostruendo quanto accaduto nella prima fase del drammatico trapianto del 23 dicembre, che è costato la vita al piccolo Domenico Caliendo, il bambino morto a due anni e cinque mesi sabato 21 febbraio al Monaldi. Contraddizioni evidenti, se si mettono a confronto la versione fornita dalla chirurga napoletana Gabriella Farina nella sua relazione in sede di audit interno e quelle dei membri delle équipe di Innsbruck e soprattutto di Bolzano.
Gabriella Farina, indagata e assistita dagli avvocati Anna Maria Ziccardi e Dario Gagliano, nella sua relazione ha spiegato che alle 11.30, a Bolzano, «a cuore fermo ho proceduto alla cardiectomia e, da quel momento, il tempo che passava è diventato importante, richiedendo l’attenzione di tutti al fine di ridurre i tempi di ischemia dell’organo». Dopo aver riposto il cuore del donatore nei vari sacchetti sterili con cardioplegia fredda e in un secchiello, Farina avrebbe chiesto «al personale di sala di aprire il contenitore termico, in cui ho posizionato il secchiello e chiedevo di integrare il ghiaccio mancante fino alla copertura completa del contenitore con il cuore espiantato».
Solo a Napoli, alle 14.30 «all’apertura del contenitore termico, mi accorgevo che il secchiello era difficile da estrarre perché inglobato in un blocco di ghiaccio. A questo punto ho realizzato che non era ghiaccio normale». I legali della chirurga in una nota hanno affermato: «Non è giusto dare l’immagine di un’équipe sprovveduta». Dal canto loro i chirurghi austriaci hanno evidenziato che avevano ghiaccio: «Sterile aggiuntivo per il raffreddamento e non sterile triturato per il confezionamento», ha specificato un medico. «Ma non ci è stato mai chiesto. Me lo ricordo, perché la comunicazione era limitata dalla barriera linguistica». A parte problemi sulla perfusione e l’invito ad ampliare l’incisione di scarico, ritenuta dal team di Innsbruck «non eseguita correttamente», un altro collega ha parlato del ghiaccio: «Non ci è stato chiesto, lo avremmo avuto».
Tra i dubbi degli investigatori c’è quello che il cuore possa essere stato danneggiato già in fase di espianto con un taglio sul ventricolo, non riscontrato in sala operatoria. Gli austriaci non avrebbero fornito sacchetti, anche se dall’audit di Bolzano emergerebbe anche questo dato, insieme alla fornitura di un secchiello in plastica, non sterile, nel quale sarebbe stato adagiato il cuoricino del donatore. Sul nodo del ghiaccio secco, tutto ruota attorno alle dichiarazioni del personale altoatesino, che sostiene di aver avuto l’ok da Farina prima di versare quel refrigerante non adatto, che poi ha causato l’inutilizzabilità del cuore. A Bolzano, una operatrice ha ricordato di aver visto del «fumo» salire dal ghiaccio.
Le altre contraddizioni arrivano dalla relazione dell’altro chirurgo indagato Guido Oppido, che è difeso dagli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes. Oppido ha riferito ai vertici del Monaldi dei problemi emersi all’arrivo del nuovo cuore a Napoli, arrivato congelato ed estratto con difficoltà dopo almeno 20 minuti. Il cuore era in «uno stato di profondo congelamento» ha scritto Oppido nella sua relazione. Le tempistiche sull’espianto del cuore di Domenico prima della verifica sono messe in discussione da tutte le altre testimonianze: secondo gli infermieri in sala avrebbe operato prima dell’arrivo del cuore.
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1 marzo 2026
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