di
Alessio Di Sauro

Appello degli studenti: «Fate qualcosa». In via Monte Rosa iraniani in festa dopo il blitz Usa

C’è chi inneggiava allo Shah di Persia, chi regalava rose rosse ai poliziotti di guardia, chi brindava alla «morte del dittatore». Tutti davanti al consolato generale iraniano di via Monte Rosa, a salutare la decapitazione del regime di Teheran; canti e balli sulle note dei Village people che rappresentano la fotografia milanese all’indomani dell’offensiva che ha portato all’uccisione a Teheran dell’ayatollah Ali Khamenei dopo 37 anni al potere. Un presidio iniziato poco dopo le 14.30 in cui, all’ostensione delle vecchie bandiere con il vessillo monarchico e ai cori in favore del presidente americano Donald Trump e dell’ultimo sovrano persiano, Mohammad Reza Pahlavi, non si sono accompagnati disordini di sorta. Stesso copione in largo Nuvolari, dinanzi al centro culturale islamico di via Valsolda, là dove oltre alle decine di manifestanti fanno capolino cani bardati con i colori persiani: «In patria non ci è consentito portarli nei luoghi pubblici, sono considerati najis, impuri», spiega il presidente dell’associazione Italia-Iran Mojdeh Karimi. Sotto la lente d’ingrandimento c’è ora la gestione dell’ordine pubblico: «A Milano la comunità iraniana è ben radicata e forte di una base di tremila persone – ha detto il sindaco Sala che oggi incontrerà il prefetto Claudio Sgaraglia -. La situazione è delicata, dobbiamo porre attenzione».

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Dubai, i milanesi sotto le bombe, studenti bloccati nell’emirato: «C’è chi piange e chi prega. La notte non dormiamo»

Gli sforzi delle autorità cittadine si accompagnano a quelli dell’Unità di crisi della Farnesina, al lavoro per rimpatriare i residenti ancora bloccati a Teheran e nelle aree più calde del Golfo Persico, là dove una delle criticità più significative è rappresentata da un gruppo di 204 studenti rimasti bloccati a Dubai, dove si erano recati il 21 febbraio per partecipare a una simulazione diplomatica e che ora, a seguito della chiusura dello spazio aereo emiratino, rimangono in attesa di capire quando e come fare rientro nelle loro case. Ore di angoscia per decine di giovani milanesi, asserragliati nelle stanze dell’hotel «Le Méridien», a meno di 500 metri dall’aeroporto bombardato dai droni dalla controffensiva di Teheran.

C’è chi, come il 18enne Edmondo Bruzzi, studente del Liceo classico De Amicis, si è spinto a scrivere direttamente alla premier Giorgia Meloni per manifestare la propria paura e chiedere un intervento di Palazzo Chigi: «Le ho spiegato che siamo tutti segnati dallo choc emotivo — racconta —. Essere svegliati nella notte dai boati, vedere il cielo illuminarsi, percepire l’incertezza del futuro». Lui, Bruzzi, ringrazia il fato: quello che lo ha portato a uscire da una discoteca a pochi passi dal Fairmont hotel appena due ore prima che l’albergo venisse bombardato da un missile: «Se ci fossimo trattenuti di più sarei forse morto – continua -. La notte abbiamo sentito i fischi dei droni, il boato delle esplosioni. Ci siamo chiusi in bagno, lontano dalle finestre: chi piangeva, chi pregava, chi imprecava». 

Un’angoscia condivisa dalla 19enne Bocconiana Meriem Raimondi, anche lei nel limbo dello stesso albergo: «Abbiamo sentito le sirene e visto tre missili fuori dalla finestra, è stato uno choc — ricorda —. Ci è stato detto dai rappresentanti dell’associazione che la Farnesina è al lavoro per farci ripartire entro il 4 marzo». Una paura che però non ne ha intaccato i progetti per il futuro: «Sogno di entrare in carriera diplomatica, credo ancora nel diritto internazionale. Anche dopo una giornata del genere».


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2 marzo 2026 ( modifica il 2 marzo 2026 | 08:43)