di
Guido Olimpio
Nella gerarchia in Iran era già numero due ed aveva tutte le caratteristiche per prendere il posto del suo predecessore Mohammad Pakpour, ucciso nei raid del primo giorno
Ahmed Vahidi, il nuovo comandante dei pasdaran, è lo specchio perfetto dell’istituzione che rappresenta. Infatti, la sua scelta non certo casuale: era già numero due ed aveva tutte le caratteristiche per prendere il posto del suo predecessore Mohammad Pakpour, ucciso nei raid del primo giorno.
Nato nel 1958 a Shiraz, Vahidi si è arruolato nei Guardiani della rivoluzione nel 1979 e un paio di anni dopo gli avevano affidato compiti di intelligence sotto la guida di Mohsen Rezai. In un tempo relativamente breve è passato alla Qods, la divisione incaricata di operazioni clandestine all’estero, rapporti con formazioni sciite mediorientali, attività «non ortodosse» da contrapporre a quelle degli avversari a livello globale.
Proprio questo incarico lo avrebbe coinvolto, secondo la Giustizia argentina, nell’attentato compiuto a Buenos Aires, nel 1994, contro la sede dell’Associazione ebraica, l’Amia. 85 i morti. Attacco parte della guerra segreta con Tel Aviv. Un caso infinito, accompagnato da depistaggi, suicidio di un giudice, ambiguità e manovre. Un episodio di terrorismo grave per il quale la magistratura ha emesso una nota di ricerca attraverso l’Interpol nei confronti di Vahidi in quanto ritenuto uno dei pianificatori della strage. La richiesta, però, è rimasta inevasa nonostante diversi tentativi, una storia tossica per la stessa Argentina.
I guai internazionali non hanno compromesso la carriera del futuro generale. Lo dimostrano le promozioni conseguite: Ministro della Difesa dal 2009 al 2013, responsabile dell’Interno dal 2021 al 2024, il ruolo costante ai vertici dei pasdaran ma anche figura con connessioni politiche di primo piano.
Per gli oppositori Vahidi, attraverso le diverse cariche, ha potuto occuparsi di ogni aspetto militare e repressivo all’interno della Repubblica islamica. Ha diretto programmi di riarmo, partecipando allo sviluppo di un arsenale con il quale poter rispondere al nemico. Missili, droni-kamikaze, battelli veloci, tutti sistemi utilizzati nei vari round bellici.
La permanenza nei ranghi della Qods e i successivi incarichi gli hanno permesso di stabilire legami con il cosiddetto Asse della resistenza, l’insieme di movimenti sponsorizzati dagli ayatollah nella regione e anche oltre. L’Hezbollah libanese, le fazioni irachene, quelle pachistane e afghane, gli Houthi nello Yemen. Alleati che nelle intenzioni di Teheran dovevano costituire un anello di fuoco attorno a Israele, pronti a partecipare al conflitto grazie ai mezzi forniti dalla Repubblica islamica. Un piano riuscito solo a metà ma ancora attivo.
Infine, c’è l’aspetto della lotta agli oppositori interni. Vahidi ha diretto interventi decisi, ha assistito gli altri apparati mobilitati per soffocare le dimostrazioni e neutralizzare le cellule armate composte dai separatisti.
Ora gli hanno affidato i pasdaran, una nomina nel mezzo di una crisi che gli ayatollah considerano esistenziale. Ahmed Vahidi, a questo punto, ha tre missioni. Tenere testa al duo Usa-Israele. Badare alla sicurezza della Repubblica. Restare in vita evitando le bombe e le sorprese. Da giugno ad oggi tutti i dirigenti del regime sono diventati dei bersagli, figure a tempo, esposti al rischio di essere assassinati.
2 marzo 2026
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