Un’immagine risalente agli anni Trenta – Foto via tempusfugitlapobla.blogspot.com
Per oltre un secolo è rimasto ai margini della grande narrazione gaudiniana, nascosto tra i boschi dei Pirenei catalani, a circa 80 chilometri da Barcellona e a oltre 1.300 metri di quota. Oggi, però, lo Xalet del Catllaràs (ca. 1901–1908) torna al centro dell’attenzione: uno studio scientifico commissionato dal Dipartimento della Cultura della Catalogna ne attribuisce ufficialmente il progetto ad Antoni Gaudí. La ricerca, condotta dall’architetto Galdric Santana, professore della Scuola Tecnica Superiore di Architettura di Barcellona (ETSAB) e direttore della Cattedra Gaudí dell’Universitat Politècnica de Catalunya, conclude che l’edificio, situato a La Pobla de Lillet, presenta metodologie e tecniche singolari proprie dell’architetto che ne accreditano l’autorialità.
Un’attribuzione significativa, anche perché egli non rivendicò mai pubblicamente la paternità dell’opera: lo chalet, infatti, non fu realizzato secondo il suo progetto. «Questa ricerca accademica arricchisce il lascito del nostro architetto più universale, che continua a sorprenderci a un secolo dalla sua morte», ha dichiarato Sònia Hernández, consigliera alla Cultura della Generalitat de Catalunya, durante la presentazione dello studio.
La stessa ha inoltre ricordato come la notizia arrivi nel pieno delle celebrazioni dell’Anno Gaudí, che commemora il centenario della morte dell’architetto e che, attraverso un ricco programma di iniziative culturali, mira ad avvicinare la cittadinanza alla sua opera, restituendone la dimensione scientifica e interdisciplinare – includendo anche i lavori meno noti – e a favorire un approccio condiviso alla conservazione e alla diffusione del patrimonio gaudiniano.
Uno chalet modernista per i lavoratori delle miniere
Lo Xalet del Catllaràs fu concepito come residenza per ingegneri, tecnici e maestranze impegnati nelle miniere di carbone della Serra del Catllaràs, che riforniva la cementeria Asland di Clot del Moro, poco distante. Un edificio funzionale, di circa 400 metri quadrati, concepito con una qualità architettonica sorprendente in un contesto isolato e impervio, e che, secondo Santana, sarebbe «una reinterpretazione in scala maggiore dei rifugi di montagna a punta costruiti nei Pirenei alla fine dell’800». La pianta è rettangolare e si articola su tre livelli, serviti da una scala semicircolare esterna, originariamente realizzata in muratura. La distribuzione degli spazi rispecchiava le gerarchie lavorative: al piano terra, dove l’isolamento termico era peggiore, alloggiava il personale di servizio (qui trovavano collocazione anche le cucine e le sale da pranzo); il primo piano era occupato dai dirigenti, mentre il sottotetto, concepito come un unico ambiente, era riservato al personale subalterno. L’elemento distintivo – quello che più di tutti suggerisce vi sia la mano di Gaudí – è però la copertura a sesto acuto, risolta internamente con una catenaria e che si estende fino al suolo trasformandosi in facciata. Una soluzione che richiama le applicazioni, nonché le sperimentazioni strutturali di Gaudí, il quale riteneva che i rifugi di montagna fossero altamente funzionali e, proprio perché realizzati con materiali locali, capaci di integrarsi naturalmente nel paesaggio.
Ceduto nel 1932 al Comune di La Pobla de Lillet, lo chalet fu oggetto già in precedenza di alcuni interventi, tra cui modifiche alle finestre e al basamento, originariamente rivestito in ciottoli di fiume e successivamente ricoperto di cemento. Nel corso del tempo subì un forte degrado e nel 1971 venne ristrutturato e adattato a casa per colonie. Un primo intervento di restauro, avviato nel 2015, ha consentito di ripristinarne l’aspetto storico, inclusa la scala originaria, in precedenza sostituita da una metallica. I lavori, conclusi nel 2020, hanno restituito all’edificio la propria identità, aprendo alla possibilità di recuperarne la funzione originaria di alloggio, stavolta come rifugio di montagna.
Foto via tempusfugitlapobla.blogspot.comLo studio e l’attribuzione a Gaudí
Il rapporto, redatto da Galdric Santana, esperto studioso dell’opera di Gaudí, è il risultato di un lavoro di analisi documentale e costruttiva durato tre anni, supportato da evidenze geometriche, strutturali e compositive che forniscono un riscontro oggettivo all’attribuzione. La comparazione con elaborati grafici relativi ad altre opere dell’architetto, lo studio di fotografie e materiali storici, l’osservazione di specifici aspetti tecnici e i rilievi tridimensionali condotti restituiscono una lettura coerente con il suo linguaggio progettuale, facendo emergere dettagli significativi. L’analisi della sezione trasversale dell’edificio e della geometria dell’arco principale, ad esempio, evidenziano le divergenze tra archi parabolici e archi catenari, entrambi associati all’opera di Gaudí; mentre l’organizzazione degli accessi agli ambienti attraverso disimpegni a 45 gradi sembrerebbe essere una soluzione ricorrente tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tanto che viene adottata nella Villa Bellesguard, opera coeva.
Lo Xalet del Catllaràs nel 2023 – Foto Angela Llop via Flickr
Lo studio passa in rassegna tutti gli elementi che hanno condotto all’autorialità, attribuita ad Antoni Gaudí, del progetto dello Xalet del Catllaràs, il quale viene collocato nell’arco temporale compreso tra il 1901 e il 1908, in coincidenza con la costruzione della fabbrica Asland, cementeria fondata da Eusebi Güell. In quegli anni era consuetudine che gli architetti non firmassero opere non eseguite fedelmente secondo il progetto originario, e Gaudí, in quel periodo, era parallelamente impegnato in numerosi e importanti incarichi commissionati proprio da Güell. Il rapporto chiarisce dunque che il maestro del Modernismo catalano fu effettivamente l’autore del progetto dello chalet, ma che non ne diresse la costruzione. Questa venne affidata a terzi – probabilmente al suo collaboratore Juli Batllevell – e per tale ragione l’impianto formale e strutturale, inizialmente proposto, subì alterazioni. Una ricostruzione che contribuirebbe a spiegare perché Gaudí non rivendicò mai la paternità dell’opera.
Living ©RIPRODUZIONE RISERVATA
La newsletter di Living: stili e tendenze per la tua casa