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Valentina Iorio
Lo spettro della chiusura di Hormuz spinge le quotazioni del greggio verso i 100 dollari. L’Europa teme rincari su carburanti, luce e costi industriali. L’analisi di Tagliapietra (Bruegel): «La vulnerabilità più marcata riguarda il gnl, cresce la pressione sulle industrie»
Arriva lo choc petrolifero e del gas sui mercati dell’energia. La tempesta innescata dagli attacchi di Usa e Israele all’Iran (e la risposta a suon di missili del regime di Teheran) ha provocato un balzo sui mercati internazionali dell’energia e delle materie prime: il petrolio ha fatto registrare un’impennata del 9%,
Per quanto riguarda il petrolio, le quotazioni di Wti, il petrolio standard per il mercato americano, e del Brent del Mare del Nord hanno fatto registrare aumenti in apertura dei mercati tra l’8 e il 9%, con il barile di petrolio che era arrivato a lambire gli 80 dollari. Il prezzo si è poi assestato a 70,9 dollari al barile per il Wti, mentre il contatto per maggio del Brent a 77,8 dollari. Ma il balzo più netto è quello del gas: ad Amsterdam le quotazioni dell’indice Ttf sono schizzate al rialzo del 44,73% a 46,255 euro al megawattora per poi chiudere a 42 euro. Alla chiusura del mercato, nonostante un calo, il prezzo era comunque cresciuto del 33%.
È il primo esito – scontato – della guerra in Medio Oriente, che ha fermato le petroliere con i carichi dei Paesi del Golfo in un punto chiave – lo Stretto di Hormuz – e anche della notizia che QatarEnergy ha bloccato la produzione di Gnl.
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L’effetto sui carburanti arriva subito: diesel ai massimi da un anno
Gli analisti avvertono che, se la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran dovessero persistere, il prezzo del petrolio potrebbero schizzare a 100 dollari al barile. Una stima condivisa anche dagli esperti di Barclays e delle altre grandi banche che prevedono anche un impatto sui prezzi del gas.
La conseguenza immediata è la catena dei rialzi che si riflette sui carburanti: già lunedì mattina si sono registrati i primi aumenti sui listini dei prezzi consigliati dei maggiori marchi. Il gasolio è al livello più alto da oltre un anno e precisamente dal 28 febbraio 2025. È quanto emerge dalla rilevazione di Staffetta Quotidiana che precisa che «è solo l’inizio»: gli aumenti non tengono infatti conto del balzo delle quotazioni petrolifere di queste ore dopo l’attacco all’Iran, i cui «effetti sui prezzi alla pompa si vedranno a partire dai prossimi giorni». In particolare, il diesel self service è a 1,728
euro/litro (+8 millesimi) e il diesel servito a 1,865 euro/litro (+7).
Un quinto del petrolio e un quinto del gnl passa da Hormuz
Dallo Stretto di Hormuz passano oltre 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, vale a dire un quinto del consumo mondiale, e tutte le esportazioni di gas naturale liquefatto (gnl) dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti. Esportazioni che rappresentano anche in questo caso un quinto del gnl presente sul mercato a livello mondiale. Sarebbero centinaia le petroliere e le navi metaniere ferme a largo dello stretto.
L’entità dello shock e delle reazioni dei prezzi sui mercati finanziari dipenderà dalla durata della chiusura di Hormuz e più in generale del conflitto. Una perturbazione di diverse settimane comincerebbe a erodere le scorte e avrebbe pesanti ricadute sui prezzi.
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I rischi per l’Europa
Questo che conseguenze avrà sul mercato energetico europeo e di conseguenza sulle bollette? «L’Europa è certamente molto meno dipendente dal petrolio e dal gnl del Golfo rispetto a Cina, India, Giappone o Corea del Sud, ma non è immune. Sia quello del petrolio che quello del gnl sono mercati mondiali: un aumento dei prezzi, a seguito della chiusura di Hormuz, colpirebbe l’Europa indipendentemente dalle sue limitate importazioni fisiche», spiega Simone Tagliapietra, senior fellow del think tank Bruegel in un’analisi intitolata «Us and Israeli strikes on Iran: implications for European energy markets».
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Il vero nodo è il gnl
Attualmente la vulnerabilità più marcata dell’Europa riguarda il gnl. «Se i flussi di gnl provenienti dal Qatar e da altri paesi del Golfo che transitano nello Stretto di Hormuz venissero ridotti, la disponibilità spot globale si ridurrebbe immediatamente. In questo scenario, l’Europa sarebbe costretta a competere direttamente con gli acquirenti asiatici per i carichi flessibili sul mercato spot, come già accaduto durante la crisi energetica del 2021-2023. Ciò farebbe aumentare i prezzi di riferimento», scrive Tagliapietra. L’impatto sarebbe ancora più pesante dal momento che i livelli di stoccaggio del gas in Europa oggi sono molto più bassi rispetto a due anni fa. Parliamo di 46 miliardi di metri cubi di gas stoccati alla fine di febbraio 2026, rispetto ai 60 del 2025 e ai 77 del 2024, ricorda l’analisi di Bruegel.
I costi per l’industria
«Questa situazione potrebbe complicare le operazioni di rifornimento delle riserve nei prossimi mesi ed esercitare una rinnovata pressione sui costi energetici industriali», avverte Tagliapietra. Un aumento del prezzo del gas spingerebbe al rialzo anche le quotazioni dell’energia elettrica. «Se i prezzi del petrolio e del gas aumentano contemporaneamente, alcuni dei normali canali di sostituzione risultano limitati, aumentando il rischio di una rinnovata domanda di carbone e una maggiore pressione per il risparmio dal lato della domanda», scrive Tagliapietra.
Cosa deve fare l’Ue per non farsi trovare impreparata qualora la situazione sul fronte delle forniture di gnl dovesse complicarsi? Secondo l’esperto di energia del think tank Bruegel, la Commissione dovrebbe coordinare rapidamente con gli Stati membri una serie di misure di sicurezza da attuare in caso di emergenza. A partire da un monitoraggio intensivo delle dinamiche del mercato del gnl. Inoltre dovrebbe lavorare a una strategia europea di riduzione della domanda di gas da attuare in caso di emergenza e promuovere un maggiore coordinamento delle operazioni di rifornimento degli stoccaggi di gas nei prossimi mesi.
La partita della competitività
Il prezzo dell’energia, come evidenziato anche dall’ex presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività, rappresentano un ostacolo per l’industria europea, in particolare per i settori più energivori. «I prezzi dell’energia devono scendere perché sono strutturalmente troppo alti», aveva ribadito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al termine del vertice Ue di Alden Biesen di febbraio, sottolineando che in Europa i costi sono elevati soprattutto a causa della dipendenza da importazioni terze e per lo stato delle infrastrutture.
La transizione non è più rinviabile
In quell’occasione Von der Leyen aveva esortato ad accelerare su rinnovabili e nucleare per ridurre questa dipendenza. Una necessità che i nuovi shock rendono ancora più urgente. «Anziché rallentare la transizione, come alcuni hanno recentemente suggerito, le attuali tensioni spingono ad accelerare la diffusione di fonti energetiche pulite e prodotte internamente – conclude Tagliapietra – Solo riducendo la dipendenza strutturale dalle importazioni di petrolio e gnl l’Europa potrà proteggere in modo duraturo la propria economia».
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2 marzo 2026 ( modifica il 2 marzo 2026 | 20:39)
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