di
Davide Frattini

Nuovi colpi su Teheran. Gli ayatollah contrattaccano nei Paesi del Golfo. Aerei Usa abbattuti per errore dalla contraerea del Kuwait: in salvo i piloti. Ma le vittime americane salgono a 6

Il Mediterraneo orientale si affolla di altre navi da guerra (quelle inviate dalla Grecia a difesa dell’isola di Cipro, dove un paio di droni hanno colpito una base britannica) e la mappa del conflitto — fin dalle prime ore regionale — si allarga

Grecia e Cipro sono Europa; la Francia, la Germania e la Gran Bretagna «si preparano a difendere le proprie truppe»; da Londra un imbarazzato Keir Starmer concede le piste di decollo agli americani ma «non per attacchi». La Spagna invece ne rifiuta l’uso.



















































L’Hezbollah libanese cerca di sparigliare le squadriglie israeliane, di spezzare la concentrazione dei bombardamenti sull’Iran: ora i jet decollano anche verso nord, il nuovo fronte, per colpire le roccaforti a Beirut del gruppo armato dagli ayatollah, mentre la maggior parte dei caccia resta sulla rotta Est come nei primi raid di sabato.

Golfo in fiamme

I pasdaran sparano più missili contro i Paesi del Golfo (il 65 per cento sugli Emirati Arabi Uniti) che per bersagliare Israele, così i regnanti sunniti minacciano di entrare nella battaglia: il Qatar ha abbattuto due caccia iraniani, gli assalti con i droni del regime islamico hanno costretto l’Emiro a bloccare la produzione di gas liquefatto naturale. Nei cieli sempre più intasati, la contraerea del Kuwait ha abbattuto per errore tre F15 americani, i sei piloti si sono eiettati dai velivoli in fiamme e sono atterrati con i paracadute.

Anche gli obiettivi della campagna militare rischiano «il fuoco amico». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in visita al rifugio sotto una sinagoga dove sono state uccise nove persone, proclama: «Si avvicina il giorno in cui il popolo rovescerà la tirannia. E quel giorno noi saremo con lui». È l’aviazione di Tsahal a concentrarsi sulle basi dei Guardiani della Rivoluzione e dell’apparato di repressione, le caserme della polizia e i palazzi che ospitano le squadracce dei Basij. Un ospedale a Teheran è stato evacuato dopo essere stato danneggiato da un’esplosione non lontana, gli iraniani ammazzati dall’inizio dei raid sono quasi 600. In serata sono arrivate notizie di nuovi raid nella zona del parlamento di Teheran e di un ordine di evacuazione israeliano per l’area di Evin, dove ha sede il supercarcere della capitale.

Minacce americane

Meno enfatico sulla possibilità di un cambio al potere sembra Pete Hegseth che dal Pentagono ridimensiona: «È una missione decisiva e devastante per distruggere i missili del regime, la sua Marina e soprattutto: niente bombe nucleari». Ieri per la prima volta dai raid dello scorso giugno i bombardieri hanno sganciato gli ordigni sui siti di Natanz e Isfahan: Rafael Grossi, a capo dell’Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite, ha avvertito di non poter escludere «fuoriuscite radioattive».

Donald Trump e i suoi restano vaghi sulla durata dell’operazione Furia Epica (gli israeliani l’hanno chiamata Ruggito del Leone): fino a quattro-cinque settimane, forse meno. «Di certo non sarà infinita come l’Iraq», dice Hegseth, mentre gli ufficiali ammettono che rafforzeranno l’impegno e i mezzi militari e che ci saranno altre perdite: finora sono caduti sei soldati statunitensi. Il presidente dice «li siamo facendo a pezzi» e minaccia «una nuova grande ondata di attacchi», forse «l’invio di truppe» sul terreno per realizzare quelle che Ali Larjani, consigliere per la Sicurezza Nazionale iraniano, bolla come «fantasie deliranti».

La guerra di Netanyahu

Dichiarare di voler ribaltare i vertici del regime permette a Netanyahu di dilatare i tempi del conflitto, di mantenere quella situazione di «guerra permanente» in cui il Paese si trova da oltre due anni, dai massacri del 7 ottobre del 2023, quando i terroristi palestinesi hanno ucciso 1.200 persone. Assieme ai generali dello stato maggiore ha definito una dottrina aggressiva: colpire sempre per primi, mai aspettare. Soprattutto i soldati restano dispiegati a Gaza, sono schierati dentro il sud del Libano e in Siria, mentre l’aviazione colpisce a duemila chilometri: tutto il Medio Oriente è prima linea e in prima linea sono anche i cittadini israeliani da tre giorni blindati nei rifugi per i lanci continui dall’Iran. Gli uffici e le scuole restano chiuse fino a sabato almeno, l’aeroporto Ben Gurion potrebbe riaprire in parte con voli di emergenza della compagnia di bandiera El Al, i vettori internazionali se ne stanno lontani.

Il «cerchio di fuoco»

Israel Katz, il ministro della Difesa, minaccia di uccidere Naim Qassem come nel settembre del 2024 era stato eliminato il predecessore Hassan Nasrallah alla guida di Hezbollah. Netanyahu non si fida delle promesse del governo a Beirut che ieri ha ordinato all’organizzazione di deporre le armi. I bombardamenti hanno costretto ancora una volta i libanesi a fuggire dalle case nel sud verso la capitale, poche ore dopo anche i palazzoni di Beirut sono stati centrati dai missili, il capo dell’intelligence del gruppo è stato ammazzato. Bibi, com’è soprannominato il leader israeliano, vuole riuscire a imporre un nuovo paradigma nella regione e spegnere una volta per tutte «il cerchio di fuoco» che i pasdaran avevano innalzato attorno a Israele.

Ripete che «questa è la guerra che chiuderà tutte le guerre», lo aveva però già detto per i dodici giorni di scontro con l’Iran l’estate scorsa. Invece i generali mobilitano di nuovo 110 mila riservisti — temono incursioni di miliziani dal Libano o dalla Siria — e l’alleato americano preferisce specificare: «Non abbiamo iniziato noi questo conflitto, ma lo finiremo». Come dire: siamo dovuti intervenire, Netanyahu avrebbe dato l’ordine in ogni caso.

2 marzo 2026 ( modifica il 2 marzo 2026 | 23:42)