di
Anna Momigliano
Il leader saudita ha colto l’occasione per indebolire lo storico rivale regionale; i missili degli ayatollah lo hanno fatto anche riavvicinare agli Emirati
Il nemico del mio nemico è mio amico, suggerisce il buon senso. O, almeno, la Realpolitik. In Medio Oriente il buon senso non sempre governa le scelte dei leader, ma può capitare che la Realpolitik prevalga sulle ataviche divisioni e sulle rivalità. È quello che sta accadendo tra le monarchie del Golfo — a cominciare dall’Arabia Saudita, dal 2017 sotto la guida del leader di fatto Mohammed bin Salman — che, sotto i missili e i droni degli ayatollah, stanno mostrando un fronte deciso e compatto.
Contro l’Iran, certo, ma anche dalla parte degli americani e, per estensione, in maniera indiretta, di Israele. C’è persino chi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, si augura che questa guerra convinca Bin Salman (o Mbs, com’è soprannominato) a entrare negli Accordi di Abramo, il patto fortemente voluto dal presidente americano nel 2020, ai tempi del suo primo mandato, con cui Emirati arabi uniti e Bahrein aprirono le relazioni con lo Stato ebraico, e a cui si aggiunsero poi Marocco e Sudan.
Sarebbe il sogno di Donald Trump, che ha sempre puntato a coinvolgere, in un secondo momento, Riad (del resto, nel lontano 2020, Emirati e Bahrain non avrebbero firmato senza il permesso implicito dei sauditi) e che, nelle sue fantasie sul Nobel, mette in conto di risolvere, con un tocco di bacchetta, la «questione mediorientale».
Miracolo diplomatico
L’entusiasmo del senatore potrebbe essere prematuro, ma un piccolo miracolo diplomatico nel Golfo questa guerra l’ha già fatto: il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Emirati, che erano ai ferri corti e ora tornati alleati. Il collante è stata la rappresaglia degli iraniani che, attaccati da Usa e Israele, hanno risposto bombardando ogni Paese a portata del loro arsenale e percepito come amico dell’America. Lo choc non è arrivato dalla ritorsione in sé, ma dalla sua portata.
Nell’estate del 2025, Teheran aveva aspettato 18 ore prima di reagire e aveva concentrato i missili su Israele. A questo giro, ci ha messo 2 ore e hanno colpito dieci nazioni. Non appena il primo missile è caduto su Dubai, Mbs ha telefonato al presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e i due hanno rilasciato un comunicato congiunto condannando «l’escalation». Il giorno dopo, i Paesi arabi colpiti diffondono un’altra nota — insieme agli Usa, il Paese in guerra al fianco di Israele — denunciando «le azioni sconsiderate dell’Iran».
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Per comprendere la portata della ritrovata vicinanza tra Riad e Abu Dhabi, bisogna partire da due fatti. Primo, gli Emirati non sono più quelli del 2020, quando firmarono gli Accordi, premurandosi di avere la benedizione di Mbs: in passato quasi un satellite dei sauditi, ora è una potenza regionale, che sostiene milizie e proietta influenze. La cosa non piace a Mbs, un po’ perché vuole un Medio Oriente stabile (infatti litigò con il Qatar, che minava gli equilibri) , e un po’ perché vede un ex «cliente» alzare la testa: il punto di rottura fu a dicembre, quando una milizia sostenuta da Abu Dhabi ha avviato un’offensiva in Yemen, contro i gruppi filo-Riad.
Secondo, grazie agli Accordi di Abramo e in virtù del nuovo attivismo, gli Emirati si sono trasformati nel grande alleato di Israele nella regione, dove condividono le strategie sulla Turchia e sulla Somalia. Fare la pace con Abu Dhabi è qualcosa che Mbs non fa a cuor leggero. E significa diventare alleato di un alleato di Israele.
Dunque, Trump si sta avvicinando al sogno di portare Riad negli Accordi? Possibile, ma difficile. Mbs — che, stando all’ex segretario di Stato Antony Blinken, era pronto a firmare, prima che Hamas attaccasse Israele nel 2023 — negli ultimi anni ha mantenuto una linea tiepida: i 75 mila morti palestinesi a Gaza sono un imbarazzo difficile da superare. A novembre, in conferenza stampa con Trump, si era detto disposto a normalizzare i rapporti, ma solo dopo la creazione di uno Stato palestinese.
Nemico comune
Quello che sembra probabile, se non certo, è che il leader saudita sta dalla stessa parte di Israele in questa guerra contro l’Iran: secondo il Washington Post, nelle scorse settimane Mbs, che in pubblico chiedeva una soluzione pacifica, telefonava a Trump per convincerlo ad attaccare. Per l’Arabia Saudita, Teheran è un nemico storico.
Nel 2023, con la mediazione cinese, Riad aveva provato ad aprire un canale diplomatico con gli ayatollah. Ma oggi l’occasione per colpire era diventata troppo ghiotta: il regime è debole come mai prima, ed è debole come non mai l’«asse della resistenza» suo alleato, la dittatura di Assad in Siria caduta e Hezbollah in Libano ridotto ai minimi termini. Una finestra di opportunità che Mbs ha colto, anche a costo di sostenere la guerra di Israele. Il nemico del mio nemico può essere mio amico, almeno per un po’.
3 marzo 2026 ( modifica il 3 marzo 2026 | 08:19)
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