Non ci sta a passare per il principale responsabile della morte del piccolo Domenico Caliendo. Non ci sta a subire una sorta di narrazione a senso unico, fondata sulla ricostruzione offerta da testimoni e persone informate dei fatti, a proposito di quanto avvenuto lo scorso 23 dicembre all’interno della sala operatoria del Monaldi. No, il cardiochirurgo Guido Oppido rilancia: «Ho operato bene, ho fatto bene il mio mestiere, io sono una vittima: ho salvato tremila bambini da quando opero in Campania».
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Messo alle strette da una troupe di Lo stato delle cose (condotto da Massimo Giletti), il chirurgo di origine calabrese evita le telecamere, prova a dribblare le domande. E lo fa sulle scale del condominio in cui abita, al punto tale che a un certo punto cade sulla rampa di scale, scivola mentre prova ad allontanarsi. Poi, prima di entrare in casa, dice: «Ho buttato 11 anni della mia vita per operare i bambini qua in Campania. Undici anni, tremila bambini, tremila ne ho operati io. Tutto questo lo sto passando perché ho provato ad aiutare i figli degli altri, ok?».
Sotto accusa per omicidio colposo, sospeso dall’azienda ospedaliera del Monaldi, Guido Oppido reagisce d’istinto alle domande che gli vengono poste sul pianerottolo di casa. C’è una domanda che provoca la sua reazione, quella in cui gli viene chiesto se fosse vero di «aver ricevuto il messaggio “ok cuore”, al punto tale da aver velocizzato l’espianto del cuore originale del piccolo paziente napoletano. Oppido risponde così: «Tutte queste belle cose ne parleremo con i giudici. Io so solamente che le cose io le ho fatte bene, le ho fatte bene, quindi io sono la vittima». Il chirurgo aggiunge: «Non merito di essere trattato così. Ho fatto tutto quello che dovevo fare e l’ho fatto anche bene, parli con tutti quelli che ho operato e che sono disperati. che mi stanno vicini. Cosa è andato storto? Non glielo so dire: qualcuno ha messo del ghiaccio secco al posto di quello normale».
Le contraddizioni
Difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, Oppido ha mantenuto fino a questo momento la consegna del silenzio. Si è espresso solo nel corso di un confronto con la dirigenza del Monaldi, che risale al 30 dicembre, vale a dire sette giorni dopo il trapianto fallito. Una storia che resta scolpita nella mente di tanti: nelle prime ore della antivigilia di Natale, una equipe di medici (capitanata dalla chirurga Gabriella Farina, al cui fianco c’era il vice Vincenzo Pagano) da Napoli approda a Bolzano. C’è l’espianto del cuore, si torna al Monaldi. Viene chiesto un rabocco di ghiaccio, ma due infermieri prelevano dalla antisala del San Maurizio ghiaccio secco e non di acqua: stessa conformazione, impossibile da distinguere a occhio nudo, il ghiaccio secco finirà con il bruciare l’organo donato. A Napoli c’è un secondo step di questa tragedia. Già, perché secondo quanto emerge da documenti ufficiali (leggi cartella clinica), ma anche stando a quanto spiegano i testimoni, al Monaldi si dà inizio all’intervento di espianto del cuore malato prima di visionare il cuore in arrivo. Tra i due eventi ci sarebbe un gap di circa 20 minuti, su cui ovviamente sono in corso accertamenti incrociati. Oppido avrebbe anticipato l’espianto, senza valutare la qualità dell’organo arrivato da Bolzano. Avrebbe ricevuto l’ok cuore, anche se nella nota difensiva firmata dai suoi legali, c’è un riferimento chiaro alla questione tempo: «Ha lavorato contro il tempo, anzi, contro i minuti», hanno spiegato i difensori.
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Inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento dell’aggiunto Antonio Ricci, ci sono più documenti al vaglio. Documenti che mostrano alcuni punti in contraddizione. Partiamo dalla cartella clinica: «Venti minuti solo per estrarre l’organo dal sistema di trasporto». Venti minuti per rimuovere dai sacchetti il cuore donato, grazie ai continui risciacqui di acqua tiepida e calda o delle manovre di rianimazione. È quanto dichiarato nella cartella clinica dal chirurgo Guido Oppido, al termine dell’intervento di trapianto del cuore bruciato dal ghiaccio nel torace del piccolo Domenico Caliendo. Eppure, il 30 dicembre, quando la manager Anna Iervolino convoca Oppido, di fronte alle voci di corridoio legate al trapianto del 23 dicembre, il chirurgo aveva omesso di parlare del ghiaccio: «Abbiamo ricevuto un cuore integro, è stata un’operazione ben fatta».