Questa non è la guerra di Donald Trump. Il conflitto fra l’Iran e l’America ha opposto l’ayatollah Khomeini e Jimmy Carter, lo stesso Khomeini e Ronald Reagan, poi il suo pupillo Khamenei a tutti gli altri presidenti americani. E il termine “guerra” non è metaforico. Non si tratta solo di rivalità geopolitica, strategica, ideologica. Da quarantacinque anni questo conflitto ha seminato una lunga scia di morti: vittime di attacchi diretti o più spesso di terrorismo, “proxy-war”, offensive scatenate per procura da milizie che agiscono come sicari dell’Iran. Ricordare le “battaglie” di questa guerra interminabile, il bilancio dei morti, serve a inquadrare gli eventi attuali nel contesto storico giusto.
Iran, le ultime notizie in diretta sulla guerra
Non c’è stato un fronte ufficiale, né una campagna militare continua come in Vietnam o in Iraq. Eppure, centinaia di americani – militari, diplomatici, civili – sono morti attraverso attentati, sequestri, esecuzioni.
È una storia frammentata geograficamente, ma coerente strategicamente.
Tutto comincia nel novembre 1979, con l’assalto all’ambasciata americana a Teheran. Sessantasei diplomatici e funzionari vengono presi in ostaggio e trattenuti per 444 giorni. Non ci sono esecuzioni, ma quell’episodio segna l’inizio di un’ostilità strutturale. La Repubblica islamica nasce con una definizione ideologica degli Stati Uniti come nemico sistemico. Da quel momento, il conflitto non sarà più episodico, ma permanente.
Beirut 1983: il modello della guerra per procura. La prima grande ondata di sangue arriva in Libano. Il 18 aprile 1983 un’autobomba distrugge l’ambasciata americana a Beirut, uccidendo 17 americani. Sei mesi dopo, il 23 ottobre, sempre in Libano un camion imbottito di esplosivo si lancia contro la caserma dei Marines statunitensi: 241 militari muoiono in pochi secondi. È una delle peggiori perdite subite dagli Stati Uniti in un singolo attacco terroristico prima dell’11 settembre.
Gli attentati sono attribuiti a Hezbollah, organizzazione sciita nata sotto l’ombrello militare e finanziario dell’Iran. Qui prende forma il modello che segnerà i decenni successivi: Teheran non colpisce direttamente, ma costruisce e sostiene attori armati locali capaci di agire con violenza mantenendo una certa “plausibile” possibilità di negare la propria responsabilità.
Negli anni seguenti, in Libano, altri funzionari americani vengono rapiti e uccisi. Tra loro il capo stazione della CIA William Buckley. La guerra ombra è ormai una realtà consolidata. Reagan il presunto “falco” non se la sente di reggere lo shock e di lì a poco opera una ritirata dal Libano, più in generale ridimensiona la presenza in Medio Oriente.
Gli anni Novanta: Hamas e l’estensione del fronte. Se Beirut rappresenta l’atto fondativo, gli anni Novanta mostrano l’estensione del conflitto ad altri teatri. Nel 1996, l’attentato alle Khobar Towers in Arabia Saudita provoca la morte di 19 militari americani. Anche qui, la responsabilità è attribuita a una rete sciita legata all’Iran.
Parallelamente, in Israele, si sussegue una lunga stagione di attentati suicidi compiuti da Hamas e da gruppi affiliati. Tra il 1995 e il 2003, autobus esplodono a Gerusalemme, ristoranti vengono distrutti, università colpite. In diversi di questi attacchi muoiono cittadini americani. Nell’attentato alla Hebrew University nel 2002, cinque americani perdono la vita. Nel 2003, un attacco a Gaza uccide tre diplomatici statunitensi.
Hamas non è un semplice attore locale: nel corso degli anni ha ricevuto sostegno finanziario, addestramento e armi dall’Iran. In questa fase, il conflitto tra Teheran e Washington assume una dimensione più ampia: non solo militari in uniforme, ma anche civili americani all’estero diventano bersagli indiretti.
Un caso controverso riguarda gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, attribuiti ad al-Qaeda, un’organizzazione di matrice sunnita il cui capo Osama Bin Laden non è affatto vicino all’Iran. Alcune amministrazioni statunitensi però hanno sostenuto che elementi legati a Hezbollah avrebbero facilitato i movimenti dei terroristi, pur restando al-Qaeda l’autore diretto degli attacchi. È una zona grigia che riflette la complessità delle connessioni tra reti jihadiste e infrastrutture logistiche regionali.
Iraq 2003-2011: il capitolo più sanguinoso. La fase più pesante in termini numerici arriva dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. La caduta di Saddam Hussein elimina il principale rivale regionale dell’Iran e apre un vuoto di potere che Teheran sfrutta rapidamente. Attraverso la Forza Quds dei Pasdaran e una rete di milizie sciite irachene, l’Iran fornisce esplosivi sofisticati, addestramento e coordinamento operativo contro le truppe americane. Secondo stime del Dipartimento della Difesa, almeno 603 militari statunitensi morti in Iraq tra il 2003 e il 2011 sarebbero stati uccisi da milizie sostenute dall’Iran.
Non si tratta più di attentati spettacolari isolati, ma di una strategia di logoramento quotidiano: ordigni improvvisati, razzi, attacchi contro convogli e basi.
È la dimostrazione che la guerra per procura può produrre perdite su larga scala senza uno scontro diretto tra Stati. Quando la guerra di Bush Junior in Iraq viene definita un fallimento, il giudizio storico è esatto, va però integrato dal fatto che in quel fallimento si staglia l’ombra lunga di Ali Khamenei, il “mandante vicino” della guerra civile irachena fra sciiti e sunniti.
Il ritiro formale delle truppe americane dall’Iraq nel 2011 non chiude il capitolo. Negli anni successivi, milizie filo-iraniane continuano a colpire basi e installazioni statunitensi in Iraq e Siria.
Nel gennaio 2020, in risposta all’uccisione del generale Qassem Soleimani ordinata da Trump nel suo primo mandato, l’Iran lancia missili balistici contro la base di Ain al-Asad: oltre cento militari americani riportano traumi cranici. Nel dicembre 2019 un contractor americano viene ucciso in un attacco missilistico a Kirkuk. Nel 2023 un drone colpisce una base in Siria, uccidendo un contractor e ferendo diversi militari.
Dal 2023 in poi, si contano oltre cento attacchi contro forze statunitensi nella regione. Nel gennaio 2024, un attacco con drone contro la base Tower 22 in Giordania uccide tre soldati americani e ne ferisce decine. La guerra “indiretta” non si è mai realmente fermata.
Il 7 ottobre 2023 e il ritorno della grande crisi. L’attacco di Hamas contro Israele rappresenta un altro snodo. Tra le vittime di quella mattanza figurano 46 cittadini americani. Hamas è l’autore diretto della carneficina, con il corredo di stupri, torture, cattura di ostaggi, ma il suo rapporto strutturale con l’Iran riporta Teheran al centro del dibattito sulla responsabilità indiretta.
L’episodio segna anche un errore strategico iraniano. L’operazione non spezza gli Accordi di Abramo e non isola Israele nel mondo arabo come previsto. Al contrario, diversi governi della regione rafforzano la cooperazione di sicurezza contro le reti islamiste radicali. Si è visto anzi come la trama profonda degli Accordi Abramo abbia sostenuto una vasta risposta araba contro l’Iran in questi giorni, accentuando l’isolamento della teocrazia di Teheran.
Guardando l’arco di quarantacinque anni, emerge un filo conduttore. L’Iran ha evitato il confronto diretto con gli Stati Uniti, preferendo costruire una rete di proxy: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, milizie sciite in Iraq e Siria, Houthi nello Yemen. Questa architettura ha consentito di moltiplicare i punti di pressione su Washington mantenendo una certa ambiguità operativa.
Il bilancio umano è consistente: centinaia di militari americani in Iraq, 241 Marines a Beirut, 19 aviatori a Khobar, decine di civili uccisi in attentati in Israele, diplomatici colpiti a Gaza, contractor e soldati vittime di razzi e droni negli ultimi anni. E l’elenco dovrebbe menzionare tante altre vittime occidentali del terrorismo azionato a distanza da Teheran, per esempio l’attentato antisemita del 18 luglio 1994 a Buenos Aires, un attacco a un centro ebraico che fece 85 morti e 300 feriti, il più grave atto di terrorismo nella storia dell’Argentina.
Non è stata una guerra dichiarata nel senso classico delle dottrine militari. Ma è stata una guerra continua, avvolta nel messaggio messianico che Khomeini aveva lanciato per primo: cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente, per poter distruggere Israele, sterminare gli ebrei, e deporre la monarchia saudita togliendole la custodia dei luoghi sacri dell’Islam. Oggi, con l’indebolimento del regime iraniano e il mutamento degli equilibri regionali, la fase storica durata quasi mezzo secolo forse potrebbe cambiare. Ciò che resta è un dato strutturale: dall’inizio degli anni Ottanta e sotto gli occhi di otto presidenti americani, il confronto tra Washington e Teheran si è combattuto nei fatti come una guerra endemica.
3 marzo 2026
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