di
Lele Adani

È finita da un pezzo l’era del calcio italiano, portoghese, brasiliano, britannico: niente più scuole o specificità, i confronti e lo scambio di idee, anche via internet, hanno portato esempi virtuosi di calcio a tutte le latitudini

Stare al passo del calcio che cambia è l’unica cosa che conta. Esaurito, almeno ce lo auguriamo più che crederci, il confronto tutto italiano su gioco/risultato, ecco che l’attualità ci propone una nuova questione: perché non siamo competitivi a livello europeo? Dopo l’eliminazione del Napoli, ecco quelle di Juventus e, soprattutto, Inter; la Champions è tornata a ricordarci che non siamo più, e da anni, un sistema che funziona.

 Probabilmente le nostre big vivono un momento di riassestamento e magari a breve torneranno a duellare per risultati importanti. A furia però di guardarci tra di noi, la critica perde di vista quello che avviene nel mondo. L’immagine di Cristian Chivu che a fine gara, dopo l’eliminazione dal Bodo Glimt, si ferma a chiacchierare di calcio con l’allenatore avversario Kjetil Knutsen ci dice invece che abbiamo addetti ai lavori che riconoscono che il calcio vive in ogni angolo del mondo, ed è necessario confrontarsi e ascoltare.



















































BODO, NORWAY - FEBRUARY 18: Cristian Chivu, Head Coach of FC Internazionale Milano, interacts with Kjetil Knutsen, Head Coach of Bodo/Glimt, prior to the UEFA Champions League 2025/26 League Knockout Play-off First Leg match between FK Bodo/Glimt ...

La squadra norvegese è da tempo una realtà del calcio continentale proprio perché, grazie al lavoro di Knutsen, sta mostrando una proposta che racconta dell’evoluzione del calcio. Mescolando la strategia con il coraggio e la personalità, il gioco relazionale con l’intensità delle transizioni, la pressione alta con le combinazioni in mezzo al campo e sui lati, ha costruito un modello che non ha radici profonde nel Paese ma presenta aspetti che oggi il calcio mostra a ogni latitudine

I confronti, l’interscambio di idee, lavori e opinioni tra tecnici, analisti e studiosi anche tramite la connessione digitale, hanno portato persino una squadra norvegese a produrre un calcio pieno di dettagli. E se ci guardiamo attorno, troviamo altri esempi virtuosi in giro per il mondo, dall’Ecuador agli altri Paesi scandinavi. Non esistono le «scuole», non esiste alcuna specificità territoriale. Esiste oggi il calcio di conoscenza diffusa, e in primis la comunicazione deve o dovrebbe riconoscerlo, con studio e approfondimenti. 

È finita da un pezzo l’era del calcio italiano, portoghese, brasiliano, britannico... Se leviamo l’esperienza, unica e inimitabile, del Barcellona, che ha però avuto un «genio creatore» come Cruyff e inarrivabili seguaci come Guardiola e Luis Enrique (che ancora ripropongono nelle loro squadre una certa originalità blaugrana), non esiste una realtà che possa offrire un modello identitario specifico

Il club che vuole avere una continuità di risultati deve costruire un modello di gioco coerente (con la centralità quindi dell’allenatore), trovare i giocatori adatti per svilupparlo e affermarlo nel tempo. Lavorare per ricercare una identità tutta interna al club. 

Non è infatti un caso che in Champions sia rimasta, tra le italiane, l’eccezione Atalanta, società che ha accompagnato per anni un’idea calcistica chiara, quella del genio di Gasperini, e attraverso quella ha sviluppato un calcio virtuoso ed efficace. Palladino è stato bravo a far rivivere quel modello aggiungendoci qualcosa di proprio, com’è naturale, e si è meritato una notte indimenticabile, una notte da Dea. I bergamaschi hanno saputo ancora essere protagonisti perché hanno riconosciuto una via di calcio moderno.

3 marzo 2026 ( modifica il 3 marzo 2026 | 07:15)