di
Lorenzo Cremonesi
Intervista esclusiva al presidente ucraino: «Giusto attaccare gli obiettivi militari iraniani, ma potremmo trovarci in difficoltà nel reperire missili per la difesa dei nostri cieli, perché americani e alleati potrebbero averne bisogno»
KIEV – «Attaccare gli obiettivi militari iraniani penso sia stata una buona decisione. Gli iraniani producono un mucchio di armi per la Russia, specie droni e missili, anche se adesso credo non potranno più farlo e forse saranno i russi ad armarli a loro volta», ci dice Volodymyr Zelensky in quasi 50 minuti di intervista nel suo ufficio.
Che conseguenze vede per l’Ucraina?
«Potremmo trovarci in difficoltà nel reperire missili e armi per la difesa dei nostri cieli. Gli americani e i loro alleati in Medio Oriente potrebbero averne bisogno per difendersi, per esempio dei missili anti-Patriot. Noi ricorriamo al programma Purl, per acquistare le armi Usa con i fondi europei: magari gli americani ne avranno bisogno, come l’anno scorso».
Si riferisce alla Guerra dei 12 giorni nel giugno 2025?
«Sì, allora Israele fu sotto attacco iraniano e i programmi di consegna dei missili per noi vennero rallentati. Oggi non è ancora avvenuto, ma temo potrebbe ripetersi».
Lei ricorda nelle sue dichiarazioni che Putin resta alleato dell’Iran: è più forte o più debole?
«Più debole. Parla, ma non agisce, dimostra che è un alleato debole degli iraniani. Come del resto lo è stato per la Siria di Bashar Assad: alla fine gli ha dato soltanto asilo in Russia. Forse agli iraniani ha ridato alcune delle armi che aveva ricevuto, magari gli stessi droni Shahed che adesso Mosca produce in due fabbriche su licenza di Teheran».
Lei ha sempre detto che Putin va combattuto, anche perché invadendo l’Ucraina viola il diritto internazionale: non crede che lo stesso argomento valga adesso per l’attacco Usa-Israele contro l’Iran?
«No, non lo credo affatto, perché sono due scenari diversi. Ora viene attaccato un regime che vuole costruire l’atomica. L’Ucraina invece è stata invasa con truppe di terra: da 12 anni la Russia cerca di occuparci con la forza. Nello scenario iraniano vedo piuttosto un grave problema con il protrarsi della guerra. Se non si parlano, ci saranno civili morti in numero crescente: sono una società divisa tra sostenitori e oppositori del regime».
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E non c’è il rischio che Ue e Usa, concentrati sul Medio Oriente, dimentichino la questione della difesa ucraina?
«Certo, è un rischio. Ma io mi auguro che la crisi iraniana resti un’operazione limitata e non diventi una lunga guerra, noi sappiamo bene sulla nostra pelle quanto rischi di essere sanguinosa».
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Il premier britannico Keir Starmer sostiene che gli esperti militari ucraini di droni possono collaborare con quelli inglesi per la difesa europea e degli alleati…
«Non ne ho parlato con Starmer o con altri leader del Medio Oriente o del Golfo. Qui siamo nel mezzo di una guerra, ma restiamo disponibili: abbiamo ottimi specialisti nella guerra dei droni e siamo pronti a condividere le nostre conoscenze con gli alleati, da Gran Bretagna e Stati Uniti a Italia, Francia, Germania…».
L’Ucraina prima linea europea?
«Siamo la vostra difesa e gli europei lo capiscono bene, ci aiutano sin dall’inizio del conflitto. Lo vedete adesso nel Medio Oriente: non bastano aerei e missili contro i droni iraniani. Chi investe da noi, nelle nostre industrie di droni, avrà in cambio le nostre conoscenze ed esperienze sul campo».
Il processo negoziale con i russi sembra bloccato, a che punto siamo?
«Nessuno ha rinviato il prossimo trilaterale con gli americani, neppure dopo l’attacco all’Iran, e dunque credo possa tenersi il 5 o 6 marzo come era stato previsto. Magari non sarà ad Abu Dhabi. Io preferirei a Ginevra, o comunque in Europa, perché la guerra è nel nostro continente. Se la Russia vuole un luogo neutrale vanno bene Austria, Vaticano o Turchia. Speriamo di avere nuovi scambi di prigionieri».
Sì, ma sulla sostanza come i confini, il controllo del Donbass?
«Siamo sulle stesse posizioni. Abbiamo le garanzie di sicurezza con gli americani, che però loro vogliono firmare soltanto nel contesto dell’accordo con i russi. Non sono d’accordo su questo punto, ma è così. Abbiamo anche pronto il protocollo con gli europei, ma anche questo non firmato. Ci sono gli accordi sulla nostra ricostruzione, che però possono partire solo dopo la pace. Ma tutto questo non basta. Siamo fermi al piano dei 20 punti e sulla questione del controllo dei territori. Gli americani pensano a uno scambio di territori, i russi vogliono il nostro ritiro. Lo scambio non è nel nostro interesse, inoltre Mosca ha bisogno di molte forze per controllare le zone che noi lasceremmo: sanno che noi vorremmo riprendere ciò che ci hanno sottratto. Perché mai noi dovremmo scambiare nostro territorio in cambio di altro che è parte della nostra patria?».
Dunque?
«Allora ci siamo messi a trattare solo del Donbass: parliamo di 5.800 chilometri quadrati. E ho accolto la via diplomatica, ho accettato la proposta Usa di congelare la linea del fuoco. Molti da noi non erano d’accordo con questo compromesso, ma io ho seguito Donald Trump per arrivare almeno alla fine dei combattimenti. I russi comunque non hanno accettato e vogliono il nostro ritiro integrale dal Donbass. Gli americani allora hanno proposto aree demilitarizzate e zone economiche libere sui due lati del fronte. Io ho detto che doveva valere per entrambi, ma i russi replicano che deve essere solo dalla nostra parte. È una pura follia».
Ma se lei avesse le garanzie degli alleati con loro truppe sul terreno, sarebbe pronto a lasciare tutto il Donbass?
«Prima di tutto i russi non vogliono truppe straniere in Ucraina. E io credo che l’Europa debba essere più ferma su questo punto. Io non vado a questionare se ci sono truppe straniere in Russia, per esempio i 10.000 soldati nordcoreani. Non vedo perché Mosca debba decidere quali truppe stazionano sul nostro territorio. Ma voglio essere chiaro: io non lascerò mai il Donbass e i 200.000 ucraini che lo abitano. Perché mai dovrei farlo? Perché Putin lo impone come condizione per la pace? E subito dopo imporrà nuove richieste? No, non ci sto. Inoltre, qui stanno le nostre migliori roccaforti di difesa, se ci ritiriamo i russi avranno via libera verso il centro del Paese. Immaginiamo che non gli europei, ma gli americani mandino le loro truppe: per quanto tempo? Non voglio fare paralleli, tuttavia ricordiamo il ritiro dall’Afghanistan. Cosa capiterà se tra 10 anni non Trump ma un altro presidente Usa decidesse di ritirare i suoi soldati? Abbiamo bisogno di una forte linea di difesa ucraina».
Di recente ha parlato di 300 chilometri quadrati di avanzata ucraina in poche settimane. Come vede la situazione militare sul campo?
«Siamo arrivati a 460 chilometri quadrati riguadagnati dall’inizio dell’anno».
Ma Putin dice che il tempo è dalla sua parte, bombarda le vostre centrali, ha 140 milioni di abitanti contro i meno di 30 milioni vostri, la crisi demografica è una minaccia grave anche per voi…
«Lo so bene. Infatti, noi cerchiamo il dialogo, vogliamo la pace. In parallelo però cerchiamo di essere forti, produciamo risorse tecniche e più droni che sopperiscono alla carenza di soldati. Stiamo diversificando le forme di guerra che ci permettono di resistere. Non stiamo perdendo e la Russia non è ancora contenta. Stanno perdendo un mucchio di uomini, sino a 35.000 al mese. È un numero gigantesco. Adesso Putin sta per mobilitare 400.000 nuovi soldati, ma il suo esercito ha smesso di crescere, le perdite eguagliano le nuove reclute, sono immobilizzati, prossimi alla crisi. I negoziati seri inizieranno quando il suo esercito inizierà a rimpicciolirsi».
Anche voi avete però mancanza di soldati…
«Vero. E lo diciamo apertamente. Ecco perché vogliamo finire la guerra. E intanto Putin ha perso la sua offensiva invernale. Ha attaccato le centrali elettriche nel pieno del gelo, voleva dividerci, ha cercato di mettere la popolazione civile contro l’esercito per costringerlo a smettere di combattere. Ma ha fallito: con il caldo rinascono le speranze. Adesso i russi proveranno con le offensive di primavera, ma credo che perderanno ancora, moriranno tanti soldati per nulla».
L’Europa può sostituire l’aiuto militare degli Usa?
«Ne parliamo con gli europei. Dobbiamo unire le nostre forze, nel caso gli Stati Uniti ritirassero le loro truppe dobbiamo essere pronti a difenderci. L’Europa ha ricchezza e industrie, ma non è ancora sviluppata in campo militare, necessita della nostra esperienza. Adesso serve che le industrie europee ottengano dagli Usa la licenza per produrre armi americane a casa nostra. Oggi gli europei sono più veloci di prima, ma non ancora in grado di sostituire gli Stati Uniti».
Cosa vuole dire difesa comune?
«Non voglio coinvolgere gli europei nella nostra guerra contro la Russia sul nostro territorio. Ma penso a linee di difesa con muri di droni che possano bloccare eventuali attacchi russi verso l’Europa».
E cosa fare contro le forze europee filorusse, Viktor Orbán per esempio?
«Orbán diventa importante quando forze politiche importanti gli danno forza, altrimenti vale poco. L’Ungheria è un Paese che conta, ma non ha peso militare. Con lui non parlo, perché non vuole, però ho contatti con Robert Fico. Credo che Orbán verrà battuto alle elezioni e allora potremo riprendere rapporti regolari con l’Ungheria, anche perché il popolo ungherese non è filorusso e io ho detto tante volte che non possiamo comprare energia dalla Russia. Putin utilizzerebbe subito le nuove entrate finanziarie per comprare armi da usare contro l’Ucraina».
Orbán esige che voi rimettiate in funzione l’oleodotto di Druzhba, che passa sul vostro territorio e porta petrolio russo in Europa orientale. Lo farete?
«I russi hanno bombardato più volte Druzhba e poi hanno attaccato i nostri tecnici che lo stavano riparando. Perché mai Orbán non ha accusato i russi del bombardamento? L’ho spiegato a Fico: l’oleodotto è distrutto, per rimetterlo a posto occorre un cessate il fuoco e questo va detto con chiarezza a Putin».
Com’è il rapporto con la premier Meloni?
«Lei è intelligente. L’Italia ci aiuta militarmente come può, so che non avete molto. È un problema comune a tanti Paesi europei: non avete abbastanza armi per difendere i vostri cieli. Ma la premier Meloni è dalla parte giusta della storia».
Si candiderà alle elezioni?
«La questione vera è: quando potremo avere le elezioni? Di sicuro saranno dopo la fine della guerra e non durante un cessate il fuoco temporaneo. E non sono affatto sicuro che mi candiderò, vedrò cosa vorranno gli ucraini».
Lei è stato accusato di non combattere la corruzione con efficienza. Cosa risponde?
«Abbiamo creato istituzioni indipendenti che sono in grado di contrastare la corruzione. Io le sostengo in ogni modo, ma le inchieste le devono fare loro».
3 marzo 2026 ( modifica il 3 marzo 2026 | 13:11)
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