di
Guido Olimpio
L’intelligence – in particolare, l’Unità 8200 – ha aspettato che la Guida suprema si trovasse nel centro di comando, poi una fonte ha comunicato che non era sceso nel bunker. La versione raccontata dal Financial Times
Versione numero due su come hanno assassinato Alì Khamenei e la sua corte. Questa volta a narrarla è il Financial Times. Racconto interessante accompagnato dalle solite cautele: perché sarebbe strano che le intelligence coinvolte svelassero troppi segreti di un successo.
Per le fonti citate dal quotidiano britannico l’eliminazione del leader è stata la combinazione di tecnologia e fattore umano. Due elementi imprescindibili.
L’Unità 8200 israeliana, secondo la ricostruzione, ha hackerato da tempo le telecamere per il traffico installate nelle vie di Teheran. In questo modo ha sorvegliato da vicino gli ingressi del grande compound che accoglie il centro di comando iraniano e ospitava la Guida suprema. Così hanno ricostruito movimenti dei generali, tracce, orari ricostruendo un percorso quasi quotidiano. Ed hanno poi atteso che si concretizzasse il momento più favorevole, ossia una serie di riunioni con la partecipazione dei dirigenti più importanti. «Conosciamo Teheran come Gerusalemme», hanno detto al giornale britannico.
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Al tempo stesso gli israeliani hanno «agito» sulla rete telefonica – con un sistema che faceva sì che i telefoni suonassero costantemente «occupati» – rendendo difficili le comunicazioni degli apparati di sicurezza che, comunque, dovevano stare in guardia:
1) Perché uno strike nemico era prevedibile, quasi annunciato.
2) Nel conflitto di giugno l’Idf aveva superato scudo e protezione uccidendo una schiera di personalità. Un precedente rilevante. Ma l’allerta non ha funzionato, il regime si è trovato di nuovo scoperto.
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L’azione di Tel Aviv, però, è stata completata da un elemento decisivo fornito dalla Cia: una fonte diretta ha confermato la presenza di Khamenei che, al momento del raid, non era «sceso» nel bunker più profondo. A quel punto i caccia F 15 israeliani, che forse erano in attesa della segnalazione, hanno lanciato 30 missili Black Sparrow, con raggio d’azione di 2 mila chilometri. Una sequenza di colpi che ha demolito una parte del complesso governativo ed eliminato Khamenei, collaboratori, guardie.
Il Financial Times ricorda come lo strike abbia in realtà origine in una campagna di penetrazione iniziata fin dai primi anni 2000, un piano studiato dall’allora capo del Mossad, Meir Dagan, su ordine del premier Ariel Sharon. Le spie israeliane hanno agito sul terreno per poi reclutare agenti locali, un network che ha reso possibile successivamente gli omicidi mirati di scienziati, il sabotaggio di impianti, il furto dell’intero archivio nucleare iraniano. Nell’estate scorsa il passo successivo con una serie di attacchi dietro le linee per distruggere batterie di missili e bersagli militari attraverso l’uso di razzi “guidati” modificati per l’operazione.
Adesso questo «esercito invisibile» sarebbe tornato a colpire in parallelo ai bombardamenti. A sostenerlo è l’emittente araba Al Arabiya. Non è da escludere che la nuova ondata di attacchi promessa dal duo Trump-Netanyahu preveda un coinvolgimento maggiore di cellule armate composte da oppositori interni. Un rischio messo in conto dai pasdaran: infatti hanno intensificato le attività di contrasto.
Nei momenti di crisi esiste sempre una componente di propaganda dove ognuno prova a mettere in difficoltà l’avversario non solo con i proiettili ma anche con «notizie» o «rivelazioni» parte della «guerra di nebbia». Lo confermano altri episodi recenti. A cominciare dalla morte di Ismael Haniyeh, l’esponente di Hamas dilaniato da un’esplosione a Teheran nel luglio 2024. Anche in questo caso molte le versioni: una bomba nell’appartamento, un missile lanciato da un aereo, un razzo sparato da un’altura nelle vicinanze.
3 marzo 2026 ( modifica il 3 marzo 2026 | 13:00)
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