Con il primo film di Scream, il regista Wes Craven rilanciò lo slasher movie nel post-moderno. Fu la chiusura di un cerchio. Craven è diventato famoso proprio per aver diretto un film slasher (Nightmare, del 1984), cioè un film in cui il serial killer ammazza, con un coltello o un’altra arma da taglio, le sue vittime. Nel ’94, cioè molto dopo Nightmare e poco prima di Scream, Craven raddoppiò il dispositivo della messa in scena con Nightmare 7 (o Nightmare – Nuovo incubo), un film meta cinematografico, in cui gli attori interpretano se stessi e anche Craven compare nei panni del regista. Questo per dire che Scream, un film in cui i personaggi si comportano come se fossero consapevoli di recitare in un horror, è la summa del percorso artistico del suo autore, sebbene non fosse stato lui a scriverne la sceneggiatura (ci arriviamo tra un attimo).
Lo slasher del ’96 ottenne un grande successo di pubblico – mentre la critica lo promosse con qualche riserva – rilanciando l’interesse per i serial killer armati di lama, ed evolvendo in un franchise di cui Craven diresse i primi quattro capitoli. Quello del 2011, Scream IV, è una ripartenza intenzionale. Scriviamo “intenzionale” per distinguerla dalla seconda ripartenza, Scream 7, che sembra il risultato delle circostanze: dopo la fuoriuscita delle giovani nuove protagoniste Melissa Barrera e Jenna Ortega, anche il regista, Christopher Landon, ha abbandonato il progetto, innescando un re-casting completo che ha riportato a bordo alcuni attori dei vecchi film, tra cui Neve Campbell (che ha interpretato la protagonista Sidney Prescott) e Matthew Lillard (Stu Macher). Alla regia, per la prima volta nel franchise, c’è lo sceneggiatore del primo Scream e di alcuni sequel: Kevin Williamson.
cortesy of Eagle Pictures
La storia è (ancora) quella di Sidney Prescott, che (come al solito) sta cercando di scappare dalla maledizione di Ghostface, la famosa maschera di Scream. Modellata sull’Urlo di Edvard Munch, Ghostface non esiste come mostro autonomo, ma è una maschera che viene indossata di volta in volta da personaggi diversi – nel primo film si dice che la si vende nei negozi; nel secondo diventa addirittura un omaggio distribuito agli spettatori al cinema. Questo rende la serie di Scream un mash-up tra horror slasher e whodunit, cioè giallo in stile Agatha Christie, in cui i colpevoli sono tra i personaggi ma lo si scopre solo alla fine. L’altro pezzo importante è la meta-cinematografia, che moltiplica gli elementi narrativi in un gioco citazionistico e auto-citazionistico, e anche di decostruzione, che diventa sempre più contorto: in Scream 7, la figlia di Sidney Prescott, Tatum (Isabel May), ha 17 anni, la stessa età di Sidney ai tempi del primo film. Inoltre ha lo stesso nome dell’amica del liceo di Sidney uccisa da Ghostface nel primo capitolo. Anche alcuni degli altri personaggi si sdoppiano nei loro alter-ego giovanili: Gale Weathers (Courtney Cox), la giornalista senza scrupoli che non perde il vizio anche dopo essere diventata amica di Sid, ha un’assistente (Jasmin Savoy Brown) che vuole farle le scarpe, avendone tutte le qualità comprese le peggiori. Dopo la prima scena di uccisione, staccata dal resto della storia e piena di inventiva, in perfetto stile Scream, Sidney riceve una telefonata da Stu Macher, il primo Ghostface. Ma Stu dovrebbe essere morto, nonostante qualche podcaster true crime sostenga il contrario.
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La de-costruzione di Scream ha seguito l’evoluzione dell’horror e dei franchise, diventandone una specie di commento in diretta. Il fatto che Sidney e Gale siano affiancate da versioni più giovani di se stesse, che ne condividono alcune delle caratteristiche, fa riferimento al fenomeno dei legacy sequel, quei film a metà tra un remake e un vero e proprio sequel, che mettono insieme i protagonisti storici di un franchise e i nuovi arrivi per le giovani generazioni. In Scream 7, Sidney Prescott ha una sua community di appassionati, o se preferite un fandom, spaesato dal fatto che lei stia cercando di cambiare (in questo film, ha il cognome del marito), proprio come i fan duri e puri che, nella realtà, si elevano a custodi del tempio dei loro film preferiti, mal tollerandone i cambiamenti. Il personaggio di Neve Campbell cerca di proteggere Tatum con scelte che ricordano il modo di comportarsi, cinematograficamente consapevole, dei personaggi della serie: si tratta sia di un riferimento alla logica dei legacy sequel, in cui i nuovi arrivi raccolgono il testimone dagli attori originali, sia di una caratteristica di Scream: l’eredità della maledizione. La madre di Sidney è stata infatti la prima vittima di Ghostface, che segue la linea di successione.
Scream 7, il verdetto finale
Come al solito, il commento di Scream ai meccanismi del cinema è intelligente, ma il livellamento degli ultimi anni ha fatto perdere alla serie un po’ distacco: molti film, oggi, sono diventati meta-cinematografici, nella misura in cui sono diventati auto-citazionistici, e la formula di Scream, nella fase più acuta del post-moderno, ha perso lo smalto. Avvitandosi nel desiderio di aderire a quelle stesse logiche che poi prende in giro, questo settimo capitolo finisce per essere un oggetto ambiguo, anche perché manca di una buona dose di ironia. Alcune scelte di cast sono poco indovinate, e bloccano il franchise nel passato, ancorandolo ancora ai vecchi protagonisti. Scream 7 puzza un po’ di operazione disperata: è un bel problema, ogni film della serie dovrebbe essere una festa sanguinolenta piena di risate colpevoli e ammiccamenti, questo, invece, finisce per fare un po’ di tristezza.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).



