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Silvia M. C. Senette
«Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà» è il nuovo libro che lo psichiatra presenterà in Alto Adige a Merano: «Chi viene a sentirmi sa che lo irriterò ma non sono un politico, non mi interessa essere ecumenico»
«Basta guardare la mediocrità di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire. Se togli la sofferenza togli il senso dell’arte, della bellezza e della scoperta: per questo non abbiamo più geni, ma solo replicanti che vendono una perfezione ignobile». Paolo Crepet non usa il fioretto, preferisce la sciabola. Lo psichiatra e sociologo si prepara a trasformare il Kurhaus di Merano, sabato alle 21, in un tribunale del libero pensiero con la presentazione del suo ultimo saggio «Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà» (Mondadori, 180 pagine, 19 euro). Ma chi conosce il metodo Crepet sa che il libro è solo lo spartito su cui improvvisa un assolo contro la mediocrità contemporanea. «Non sono un giullare e il mio non è uno spettacolo – chiarisce -. Ho semplicemente avuto l’intuizione, circa tre anni fa, di portare nei teatri quello che negli Stati Uniti chiamano “public speaking”. Senza falsa modestia, sono stato il rompighiaccio: prima di me nessuno pensava che si potessero riempire i teatri con uno che parla, senza che sia un attore. Ho aperto un’autostrada e chi è venuto dopo ha capito che c’era una fame atavica di pensiero non omologato, un bisogno di interpretare questo mondo che cambia a velocità ipersonica».
Professor Crepet, lei striglia il pubblico. È un esercizio di catarsi collettiva o c’è del sadomasochismo in chi paga per farsi dare dell’ottuso?
«Il mio ruolo è anche divertente: c’è un lato sadomaso, certo. Vieni a teatro sapendo che non ti darò ragione, che cercherò di irritarti. E l’irritazione è un ottimo motore per i neuroni. Non sono un politico, non mi interessa essere ecumenico: semino sulla roccia, evangelicamente parlando. Ma guardate le montagne: a volte nelle spaccature della pietra nasce un pino. Ecco, io cerco quella spaccatura».
Nel suo saggio parla di «reato di pensare». Chi sono oggi i nuovi inquisitori?
«Siamo noi stessi, soggiogati da un sistema distopico. Dieci anni fa scrivevo dei pericoli del digitale e mi davano del boomer. Oggi Andrea Pignataro, l’uomo più ricco d’Italia che fa business con i software, dice: “Attenzione, l’intelligenza artificiale ci frega”. Se lo dice lui, che non fa il liutaio ma l’imprenditore tecnologico, forse dovremmo svegliarci. Viviamo in un mondo dove non ti fidi più di nulla: vedi una foto di Trump e non sai se è un deepfake, se le parole del Presidente degli Stati Uniti siano vere. Come facciamo a dare un futuro ai nostri figli? Musk ci dice che i robot a breve saranno più degli umani. E allora il nonno di Feltre o la zia di Trento cosa devono pensare? Che il futuro è inutile? Che non c’è posto per suo nipote? È l’esaltazione del nulla».
Eppure lei suggerisce ai giovani di guardare indietro, a Mastroianni, a Camus, ai miti classici. Non è una fuga nostalgica?
«Tutt’altro. Io leggevo Camus perché era un genio, non perché fosse morto. La Peste è un caposaldo, non un reperto. C’è una boria insopportabile, oggi, nel dire “me ne frego del passato”. Il passato è ristoratore se sai usarlo, è una trappola se ti ci siedi dentro. Io ai ragazzi dico quello che il vecchio diceva al giovane in Nuovo Cinema Paradiso: fottitene della nostalgia. La nostalgia ti blocca, ma la memoria ti nutre. Il nuovo mondo tecnologico è un inganno: chiamiamo un driver disgraziato che pedala 70 chilometri al giorno per portarci una pizza scadente sul divano e lo spacciamo per progresso. Non c’è niente di nuovo rispetto a Charlie Chaplin e ai Tempi moderni: c’è un padrone che fa i miliardi e un operaio che gira le viti, anche se le viti oggi sono digitali».
Lei evoca spesso la sofferenza come motore del talento. Hemingway, Marilyn Monroe, i Pink Floyd. Oggi cerchiamo di anestetizzare tutto?
«Esattamente. Hemingway diceva che “per diventare uno scrittore serve un’infanzia sventurata”. Io lo trovo sublime. Ornella Vanoni, nell’ultima telefonata che abbiamo fatto, mi ha detto: “Portami in un liceo, voglio dire alle ragazze chi sono stata. Una che si è buttata nel fuoco”. Ornella ha sofferto, ha pagato i suoi errori, è andata in Sudamerica quando qui le cose non giravano. È lì che diventi un mito. Oggi, invece, cerchiamo la perfezione biotech, vogliamo startup che creino persone perfette. È ignobile. Abbiamo tolto ai giovani la frustrazione, che è la benzina dei neuroni. I nostri neuroni sono disfunzionanti per natura: è quella disfunzione che crea l’idea, il guizzo, l’arte. Noi li abbiamo messi in ordine forzatamente, creando una generazione di depressi».
Se lei fosse il Papa, quale sarebbe la sua prima enciclica per i giovani?
«Semplice: vorrei giovani che fanno l’amore sui divani ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven. L’estasi è una cosa divina, sovraumana. Invece oggi ci accontentiamo della mediocrità di Sanremo: dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di Lou Reed. Vorrei che all’Ariston qualcuno cantasse Perfect Day, ma Lou Reed è morto e il talento non si compra al supermercato. Il talento viene dal viaggio, e se non c’è il viaggio – inteso come fatica, come rischio di frantumarsi – non c’è niente da dire. Auguro a tutti un po’ di sana sfiga, un po’ di insuccesso. Guardate la Brignone: ha vinto l’oro dopo un’odissea psicologica e fisica, è entrata nel mito perché ha osato quando i mediocri le dicevano di stare a casa. Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Sal Da Vinci, con tutto il rispetto».
Lei cosa impara ogni sera sul palco?
«Che c’è ancora speranza. Vedere una nonna di 94 anni che vuole stare in piedi due ore a sentire la mia provocazione o un ragazzo che rinuncia a una bevuta con gli amici per comprarsi il biglietto del mio “non spettacolo”, è commovente. Significa che il pensiero critico non è ancora stato del tutto demonizzato».
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciasse il segno?
«Inseguire l’estenuante ribellione personale. Se non ti adegui alle cose, allora puoi cambiarle. Non rimanere nella tua zona di comfort: soffrire perché la tua ragazza ti ha lasciato con due righe è vita, sono anticorpi. Andate oltre, buttatevi nel fuoco. Non credete solo alle cose materiali: credete negli angeli. Non lo dico in senso religioso, ma come metafora di ciò che ti spinge a cambiare rotta quando non te lo aspetti. Osate l’incanto, osate il dissenso. Solo così resterete umani».
3 marzo 2026 ( modifica il 3 marzo 2026 | 09:43)
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