Capita a molti genitori: ci si ritrova al parco o alla festa di compleanno e, inevitabilmente, scatta il confronto. «Il mio a diciotto mesi diceva già tutto», «La mia a due anni fa discorsi complessi». E noi restiamo lì, a guardare il nostro piccolo che magari si limita a qualche suono o al classico “mamma” e “papà”, sentendo crescere quel pizzico di preoccupazione mista a senso di colpa. Ma quando è il caso di consultare un esperto?


Per fare chiarezza abbiamo incontrato la dottoressa Claudia Costabile, logopedista presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Il primo messaggio che arriva dall’esperta è rassicurante: ogni bambino segue una sua traiettoria personale. «Le tappe evolutive a cui noi facciamo solitamente riferimento rappresentano delle norme statistiche, non delle scadenze», spiega la dottoressa. «Piccole variazioni possono rientrare nello sviluppo fisiologico».



Riconoscere i campanelli d’allarme

Non è necessario armarsi di taccuino e contare ogni singola sillaba, ma bisogna prestare attenzione ad alcuni passaggi chiave. Entro i 12 mesi, ad esempio, dovrebbe essere presente la lallazione, quel balbettio che è la palestra del linguaggio. Un altro indicatore importante è l’uso dei gesti: indicare un oggetto per averlo o salutare con la mano sono prerequisiti fondamentali. «Non dobbiamo semplicemente contare le parole che il bambino dice, ma inquadrare lo sviluppo linguistico all’interno di un contesto comunicativo», sottolinea Costabile. «La comunicazione non è solo quella verbale: dobbiamo guardare l’intenzionalità comunicativa, la reciprocità, la comprensione». La famosa soglia delle “50 parole” a due anni è un riferimento utile, ma va interpretata con flessibilità. Anche perché, come ci ricorda l’esperta, una parola non deve essere per forza perfetta per essere contata: «Un bambino che utilizza sempre la stessa etichetta verbale per fare riferimento allo stesso significato, anche se fonologicamente non è corretta, dice comunque una parola». Bisogna comunque prestare attenzione se, sempre intorno ai due anni, non è ancora comparsa la capacità di unire due parole per formare una mini-frase, come ad esempio “mamma pappa” o “bimbo nanna”.


Fondamentale è anche la comprensione: un bambino che esegue piccoli ordini ma parla poco potrebbe essere un «late talker» (parlatore tardivo), una variante dello sviluppo che spesso si risolve spontaneamente entro i tre anni. «Si mettono alla pari in maniera autonoma», spiega l’esperta, sottolineando però che solo uno specialista può distinguere un ritardo transitorio da un disturbo persistente. 


Allo stesso modo, occorre rassicurare le famiglie bilingui: esporre un bambino a due lingue non causa affatto un ritardo. «Rappresenta anzi un vantaggio cognitivo, perché migliora l’attenzione e la stimolazione», chiarisce la dottoressa. Il segreto, in questo caso, è la contestualizzazione: parlare una lingua con la mamma e l’altra con il papà aiuta il piccolo a orientarsi senza rinunciare a questa preziosa opportunità.


Se abbiamo il sospetto che qualcosa non vada, il percorso deve essere multidisciplinare. La prima figura di riferimento è il pediatra, che indirizzerà poi verso specialisti come l’audiofoniatra, per escludere deficit uditivi o cause organiche, e il neuropsichiatra infantile, che valuta se il linguaggio si inserisce in uno sviluppo globale fisiologico.



Come funziona la terapia

Per un genitore, l’idea di portare un bambino di due o tre anni a “fare terapia” può scatenare un senso di smarrimento: come si convince un piccolo che a malapena sta fermo a collaborare con uno sconosciuto? La dottoressa Costabile spazza via l’immagine del camice bianco e del tavolino, descrivendo un ambiente che somiglia molto di più a una ludoteca che a uno studio medico: «La seduta non è una lezione, ma un incontro la cui durata oscilla tra i 30 e i 45 minuti a seconda delle esigenze del bambino e basato sul gioco sensomotorio e simbolico». Si utilizzano oggetti reali, disegni e flashcards, ma l’obiettivo non è “imparare le parole” a memoria, quanto stimolare il pensiero astratto. Uno dei pilastri della seduta è l’allenamento alla conversazione, anche se questa avviene senza parole: «Facciamo tante piccole attività in cui ci scambiamo il turno, che è anche un elemento fondamentale nelle abilità di conversazione», sottolinea Costabile. Si lavora sull’attenzione condivisa: bambino e terapista si concentrano sullo stesso oggetto (una macchinina, una bambola, una bolla di sapone), creando quella complicità necessaria affinché il linguaggio emerga come bisogno naturale di condividere un’emozione.



Il “parent training”

La seduta non finisce quando si chiude la porta dello studio. Anzi, il vero lavoro inizia lì. Il logopedista trasforma il genitore in un “terapista della quotidianità” attraverso il parent training. «È impensabile risolvere il problema con una o due ore di logopedia a settimana», avverte la dottoressa.

Ai genitori vengono lasciate piccole “consegne”: non esercizi noiosi, ma accorgimenti pratici. Si insegna loro a verbalizzare ogni azione («Adesso mamma mette la pasta nel piatto»), a leggere libri insieme e a creare situazioni in cui il bambino sia stimolato a chiedere, senza che il suo bisogno venga anticipato dal silenzio dell’adulto. Un consiglio d’oro per i genitori riguarda la correzione. Se il piccolo dice “tatto” invece di “gatto”, la reazione istintiva è chiedergli di ripetere bene. Sbagliato. «Chiedere al bambino di ripetere sempre la stessa parola, forzare ripetizioni corrette, può generare sicuramente frustrazione», avverte la dottoressa. La strategia vincente è il cosiddetto “modellamento indiretto”: i genitori diventano uno specchio corretto. Se lui dice “tatto”, noi rispondiamo sorridendo: «Sì, è un gatto, guarda, un gatto rosso che dorme». In questo modo gli forniamo il suono giusto all’interno di una frase, senza farlo sentire inadeguato.

Gli errori da evitare in casa

Durante questo percorso, l’ambiente familiare gioca un ruolo chiave e alcuni “falsi miti” vanno sfatati. Primo fra tutti: la pigrizia. «Il linguaggio emerge da fattori neurobiologici e interazione sociale. La pigrizia comunicativa non esiste», avverte l’esperta. Un altro errore comune è rispondere al posto del bambino o non rispettare i suoi tempi di elaborazione: «È scorretto, perché si va a inibire il bambino. Bisogna dargli il tempo di parlare».


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Sul piano pratico, la dottoressa è categorica sull’uso della tecnologia: prima dell’anno di età gli schermi andrebbero evitati del tutto. «Un’esposizione prolungata a tv, smartphone e tablet va a causare la perdita di tutte quelle interazioni faccia a faccia, del gioco simbolico, del linguaggio conversazionale ma anche di imitazione che è alla base dell’apprendimento», avverte l’esperta. Attenzione anche alle abitudini orali. L’uso prolungato del ciuccio o del biberon oltre i due o tre anni può alterare la postura della lingua. «Si instaura uno schema deglutitorio che noi chiamiamo deglutizione infantile, in cui il bambino spinge la lingua avanti per direzionare il flusso di latte», spiega Costabile. Anche le borracce con cannuccia o beccuccio, se usate costantemente come avviene spesso a scuola, possono ostacolare il passaggio verso una deglutizione adulta e fisiologica: il consiglio è di passare al bicchiere il prima possibile.



Come si stabilisce la fine del percorso

Una delle domande che più sta a cuore ai genitori riguarda la durata: quanto tempo servirà perché mio figlio parli “bene”? La dottoressa Costabile chiarisce che non esiste un timer uguale per tutti: «I tempi dipendono dalla gravità del disturbo, dalla precocità dell’intervento e, soprattutto, dall’aderenza della famiglia al trattamento». Ma il criterio per concludere è chiaro: «La fine del trattamento si stabilisce quando gli obiettivi funzionali sono raggiunti, ovvero quando il bambino è finalmente autonomo nella comunicazione». Ma attenzione, il logopedista non agisce da solo: «Si fa sempre un controllo a tre o sei mesi con il medico specialista, che sia il foniatra o il neuropsichiatra infantile», spiega l’esperta. È solo in questo confronto costante tra terapista e medico che si decide ufficialmente se il percorso può dirsi terminato con successo.



L’importanza di un intervento tempestivo

Molti genitori, rassicurati da parenti o amici, tendono ad aspettare che il linguaggio “sblocchi” da solo. Ma un disturbo non trattato tempestivamente può lasciare segni profondi, a partire dalla socialità. «Può provocare un disturbo dell’interazione con i coetanei», avverte la dottoressa. «Può succedere che il genitore lo capisce, ma il coetaneo no, e questo può causare problemi relazionali». Il rischio più insidioso, però, si palesa con l’ingresso a scuola. Il linguaggio è infatti il mattone su cui si costruiscono la lettura e la scrittura. «Un bambino che non ha risolto le sue difficoltà linguistiche prima dell’ingresso nella scuola primaria faticherà a trasformare i suoni in lettere», con una probabilità molto più alta di incontrare ostacoli nell’apprendimento della letto-scrittura. Intervenire tempestivamente non significa etichettare il bambino, ma rispettare il suo diritto a comunicare. Perché, come conclude la dottoressa, «i bambini ci insegnano che, a volte, dobbiamo solo rallentare per metterci al loro passo».




Ultimo aggiornamento: mercoledì 4 marzo 2026, 08:36





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