di
Paolo Mereghetti
Grazie al regista Richard Linklater, rivive il set di «Fino all’ultimo respiro»: una ricostruzione sorprendente
Potrebbe essere preso per un film «storico»: la ricostruzione di come è stato girato uno dei film fondativi della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard.
E potrebbe anche essere letto come una riflessione meta-cinematografica: uno dei registi statunitensi che più ha fatto proprio lo spirito della Nouvelle Vague, Richard Linklater, ricostruisce le idee e lo spirito che furono alla base di quel movimento.
Tutto giusto, ma si rischierebbe di lasciarsi sfuggire il vero valore di un film sorprendente e divertente: Nouvelle Vague (il film) è un inno all’entusiasmo che il cinema sa e deve stimolare, soprattutto deve, perché dietro la scelta di fare questo film non c’è solo l’ammirazione del regista americano per il capolavoro di Godard, c’è anche la voglia di sfidare le regole del mercato e le leggi non scritte che stanno ingessando e sclerotizzando il cinema, raccontando come si possono fare dei capolavori dando retta solo alla propria passione e alle proprie idee.
State ben attenti a quello che Linklater fa dire a Rossellini (Laurent Mothe) quando il regista italiano fa visita ai «Cahiers di Cinéma»: «Il cinema è una questione di morale. Non c’è una tecnica per catturare la realtà, solo una rigorosa morale può riuscirci […] La camera è una penna, ma è inutile se non si ha niente da dire. Il modo migliore di filmare è il più semplice. L’arte, quella vera, evita gli effetti artistici come la peste. Si dovrebbe filmare solo in caso d’urgenza e di necessità».
Ed è indubbio che questo film, scandalosamente dimenticato sia dalla giuria di Cannes che dai membri dell’Academy, nasca proprio dalla voglia di percorrere una strada nuova e personale, fatta di urgenza e necessità.
La storia, che il regista ha fatto scrivere a Holly Gent e Vincent Palmo jr. (ma su cui è molto intervenuto), ricostruisce l’esordio alla regia di Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), l’ultimo dei critici dei «Cahiers» a essersi messo dietro la macchina da presa.
Prima vediamo il trionfo di Truffaut (Adrien Rouyard) a Cannes con I 400 colpi, poi le discussioni col produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst), la scelta di Belmondo (Aubry Dullin) e la corte a Jean Seberg (Zoey Deutch) perché accetti il ruolo femminile.
E ancora la formazione della troupe con l’aiuto regista Pierre Rissient (Benjamin Clery), il direttore della fotografia Raoul Coutard (Matthieu Penchinat), la visita sul set di Melville (Tom Novembre, l’unico attore conosciuto in un cast di volto nuovissimi).
E poi finalmente l’inizio delle riprese, con Godard che prendendo alla lettera Rossellini, smette di girare quando gli sembra di non aver più idee e gioca a flipper quando aspetta che gli venga l’ispirazione. Con evidente disperazione del produttore Beauregard.
Ci si diverte a seguire il compiaciuto dilettantismo di Godard, naturalmente sempre con gli occhiali neri anche quando è al cinema, a ritrovare il suo gusto per le battute e i calembour, a vedere come risolve i problemi nel modo più semplice ed economico (la macchina da presa nascosta in un triciclo per girare tra la folla) o evita le scene complicate lasciandole fuoricampo («è più evocativo» dice allo stralunato produttore).
Scopriamo la sua idiosincrasia per i ciak ripetuti troppe volte o la lontananza dal modo hollywoodiano di guidare gli attori (con la Seberg che vorrebbe ritrovare gli ordini ferrei che Preminger le imponeva sul set di Bonjour tristesse).
Ma quello che può sembrare un gioco impertinente diventa poi una vera lezione di cinema.
Come quando spiega alle due montatrici Cécile (Iliana Zabeth) e Lila (Pauline Scoupe-Fournier) che non taglierà scene intere, come suggeriscono per arrivare alla lunghezza prevista: «Ogni scena resterà, ma solo i momenti forti, i miei momenti forti», arrivando a tagliare all’interno delle stesse scene le immagini che possono essere «sacrificate»: è quello che i teorici del cinema chiameranno jump-cut e che ha dato il via a un nuovo modo di fare cinema.
Quello che Linklater ci ha fatto conoscere mentre pensavamo di assistere solo alla storia di un regista un po’ provocatore.
3 marzo 2026 ( modifica il 4 marzo 2026 | 10:59)
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