di
Laura Cuppini

Le infezioni da Hpv sono molto frequenti: la maggior parte è asintomatica o associata a lesioni benigne della cute o delle mucose. Ma i genotipi ad alto rischio oncogeno possono dar luogo a lesioni precancerose e tumori

Che cos’è l’Hpv? Quante sono le probabilità che porti allo sviluppo di un tumore? Chi può vaccinarsi e perché è importante farlo? Chi deve fare l’Hpv test? Con un bacio si può trasmettere il virus? Nel caso si risulti positivi che cosa bisogna fare? Di papilloma virus si parla tanto, ma si sa poco. Proviamo a fare chiarezza con l’aiuto di Clementina Cocuzza, professore ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e responsabile del Laboratorio di riferimento regionale per Hpv, in occasione del 4 marzo, Giornata mondiale per la lotta contro l’Hpv.

Che cos’è l’Hpv e quanti ceppi esistono?
Il papilloma virus umano (Hpv, human papilloma virus) è un virus in grado di causare infezioni a livello della cute e delle mucose. Ad oggi sono stati identificati oltre 200 tipi geneticamente distinti di Hpv. Un sottogruppo di 12 genotipi, definito ad alto rischio oncogeno e classificato nel Gruppo 1 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), può indurre tumori a livello delle mucose. In particolare, l’Hpv è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come il principale agente responsabile del tumore della cervice uterina.



















































Quanto è diffuso?
Le infezioni da Hpv sono estremamente frequenti, sia nei bambini che negli adulti: la maggior parte è completamente asintomatica o associata a lesioni benigne della cute o delle mucose. Parliamo per esempio delle comuni verruche cutanee e dei condilomi genitali, acquisiti tramite contatto diretto con cute o mucose infette ma anche tramite contatti indiretti. Le infezioni da Hpv che coinvolgono le mucose sono generalmente associate a una trasmissione di tipo sessuale.

Colpisce uomini e donne in ugual misura?
L’infezione da Hpv è considerata la malattia sessualmente trasmessa più comune, sia nell’uomo che nella donna. Si stima che la maggior parte (circa l’80%) delle donne sessualmente attive sviluppi un’infezione da Hpv almeno una volta, con un picco di prevalenza nelle donne con meno di 25 anni (circa 16,9%), che si riduce successivamente nel corso della vita. Anche negli uomini le infezioni da Hpv sono frequenti; una recente pubblicazione ha indicato come circa il 28% dei ragazzi tra 15 e 19 anni abbia già evidenza di un’infezione da Hpv, raggiungendo un picco del 35% a 25-29 anni, con una frequenza che rimane elevata fino almeno ai 50 anni di età. Fortunatamente la stragrande maggioranza di queste infezioni, anche quelle associate a tipi Hpv ad alto rischio oncogeno, si risolvono spontaneamente nell’arco di 1-2 anni.

In quali casi l’Hpv diventa pericoloso?
Se l’infezione associata a uno o più dei genotipi ad alto rischio oncogeno anziché risolversi persiste nel tempo, può dar luogo a lesioni precancerose e successivamente allo sviluppo di tumori in diverse parti del corpo, generalmente in corrispondenza della sede di infezione. I tumori si sviluppano principalmente a livello della cervice uterina, ma anche nei genitali esterni, ano o cavo orale. In Italia si stima la diagnosi, in un anno, di circa 7 mila tumori associati all’infezione da Hpv oncogeni di cui 2.500 casi di cancro della cervice uterina (dati 2022), che rappresenta la seconda causa più comune di decesso per cancro nelle donne di età compresa tra 15 e 44 anni. Questi tumori, che colpiscono principalmente persone giovani, sono prevenibili grazie alla vaccinazione anti-Hpv e, nel caso del tumore al collo dell’utero, anche grazie alla partecipazione a programmi di screening che permettono di identificare e curare precocemente le lesioni precancerose di questa infezione a lenta progressione.

Chi può o dovrebbe vaccinarsi?
L’infezione da Hpv è estremamente comune, soprattutto nei giovani adulti, e l’unica strategia efficace per prevenire le infezioni e i tumori correlati è la vaccinazione, introdotta nel 2008. Questa è in grado di prevenire il 90-100% delle infezioni da Hpv e di conseguenza l’evoluzione a lesioni precancerose e tumori Hpv-associati. È importante sottolineare che la massima efficacia della vaccinazione avviene nei ragazzi e ragazze vaccinati in adolescenza prima di avere rapporti sessuali, quindi prima di entrare in contatto con il virus. Attualmente esistono tre vaccini, estremamente sicuri ed efficaci, somministrati in due dosi:
un vaccino nonavalente, di recente introduzione, che offre una maggiore copertura perché protegge da 9 tipi virali; include sette genotipi di Hpv ad alto rischio (16, 18, 31, 33, 45, 52 e 58) e i tipi Hpv 6 e 11, responsabili dei condilomi genitali;
un vaccino quadrivalente, protettivo nei confronti di Hpv 6, 11, 16 e 18;
un vaccino bivalente, protettivo nei confronti di Hpv 16 e 18, responsabili di circa il 70% di tutti i tumori Hpv-associati.

Il vaccino protegge da tutti i ceppi?
No, il vaccino contro l’Hpv protegge solo dai genotipi oncogeni più pericolosi e, nel caso del vaccino nonavalente e quadrivalente, anche da due tipi virali a basso rischio (Hpv 6 e 11), associati all’insorgenza di lesioni benigne come i condilomi genitali.

Dopo una certa età il vaccino non è più consigliato?
Il vaccino previene ma non cura le infezioni ed è per questo che la vaccinazione è offerta gratuitamente a ragazze/i di 11-12 anni, avendo una maggiore efficacia prima dell’esposizione al virus tramite rapporti sessuali. Tuttavia molte Regioni, come la Lombardia, hanno ampliato l’offerta rendendo la vaccinazione accessibile a ragazze/i fino ai 26 anni non precedentemente vaccinati. Inoltre, per alcune categorie a rischio, quali i soggetti Hiv positivi, gli Msm (uomini che fanno sesso con uomini) e le donne con lesioni cervicali, è possibile effettuare la vaccinazione contro Hpv anche successivamente, generalmente entro i 45 anni, sebbene l’efficacia del vaccino diminuisca con l’aumentare dell’età.

Chi deve sottoporsi allo screening?
In Italia è disponibile un programma di screening gratuito per la prevenzione del tumore del collo dell’utero, rivolto alle donne tra i 25 e i 64 anni, per favorire la diagnosi precoce di lesioni pretumorali. I programmi di screening di popolazione organizzati al livello nazionale prevedono l’utilizzo del Pap test nelle donne dai 25 ai 29 anni, un esame che evidenzia alterazioni nella morfologia delle cellule prelevate dalla cervice uterina. Nelle donne dai 30 ai 64 anni viene eseguito un test molecolare per la ricerca del genoma virale (Hpv test), con prelievo identico a quello per il Pap test, come da linee guida europee e raccomandazioni del Gruppo italiano screening del cervicocarcinoma (Gisci). Poiché nelle donne vaccinate contro l’Hpv prima dei 15 anni il rischio di sviluppare lesioni precancerose o cancerose della cervice uterina entro i 30 anni è bassissimo, il primo invito allo screening può essere posticipato a 30 anni di età. Laddove lo screening venisse eseguito al di fuori dei programmi organizzati (screening spontaneo), il medico dovrebbe richiedere il test più appropriato in base all’età della paziente, quindi il test Hpv nelle donne di età compresa tra 30 e 64 anni. Tutte le donne dovrebbero avere eseguito almeno un Hpv test con esito negativo prima di uscire dai programmi di screening a 64 anni, come già previsto in alcuni Paesi. È importante sottolineare che anche le donne vaccinate devono sottoporsi allo screening, in quanto non tutti i 12 tipi di Hpv ad alto rischio oncogeno sono coperti dai vaccini attualmente in uso.

Cos’è l’Hpv test?
È un esame molecolare che rileva la presenza del genoma dei tipi di Hpv ad alto rischio, evidenziati come causa sia del tumore del collo dell’utero, nella quasi totalità dei casi, che di altri tumori Hpv-associati. Le linee guida europee raccomandano l’utilizzo di Hpv test clinicamente validati nei programmi di screening per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina. Numerosi studi clinici hanno infatti dimostrato una maggiore accuratezza dell’Hpv test nell’individuare le donne potenzialmente a rischio di sviluppare il tumore rispetto al Pap test. L’Hpv test permette anche di aumentare l’intervallo nello screening da 3 a 5 anni (se il risultato è negativo). È utile ricordare che le linee guida prevedono l’esecuzione di un triage citologico (Pap test) nelle donne risultate positive allo screening con Hpv test primario, circa l’8%, per migliorare la valutazione del rischio. Infine è importante la validazione clinica degli Hpv test: sono presenti numerosissimi test sul mercato (oltre 200), di cui solo una piccola percentuale, circa una ventina, ha l’accuratezza richiesta per lo screening cervicale secondo i criteri riconosciuti a livello internazionale. L’Hpv test permette inoltre la possibilità di introdurre l’autoprelievo (vaginale o di urina) quale nuova strategia, promossa anche dall’Oms, per migliorare l’adesione delle donne ai programmi di screening. Questi test possono essere utilizzati anche su altri campioni biologici, quali tamponi anali e biopsie liquide (saliva e sangue), sebbene non esistano ancora criteri condivisi a livello internazionale per il loro utilizzo nel potenziale screening di altri tumori Hpv-associati.

Le adesioni allo screening sono soddisfacenti?
Dai dati PASSI 2023-2024, pubblicati dall’Istituto superiore di sanità, risulta che in Italia il 78% delle donne fra i 25 e i 64 anni si sottopone allo screening cervicale, all’interno di programmi organizzati o per iniziativa personale. Questo dato, su scala nazionale, è in linea con gli obiettivi posti dall’Oms quale contributo per l’eliminazione del carcinoma della cervice. Tuttavia, nonostante la disponibilità e gratuità dei programmi di screening per la prevenzione del tumore del collo dell’utero offerti dalle diverse Regioni, una quota non trascurabile delle donne (circa l’11%) riferisce di non essersi mai sottoposta allo screening cervicale. La motivazione più frequente per la mancata partecipazione è «penso di non averne bisogno»; altre motivazioni possono essere di tipo sociale e/o culturale, quali l’imbarazzo nel recarsi dal ginecologo, dolore nell’esecuzione del prelievo, la mancanza di tempo e una inadeguata conoscenza sulle infezioni sessualmente trasmissibili.

Che cosa si può fare?
Per migliorare l’adesione allo screening, alcune Regioni stanno attivando programmi basati sulla possibilità per le donne di effettuare un autoprelievo vaginale a casa, senza necessità di recarsi in un consultorio. Il tampone vaginale autoprelevato viene poi analizzato in laboratori specializzati mediante Hpv test, clinicamente validati per questo utilizzo. Anche le urine possono rappresentare un campione utile e poco invasivo per lo screening tramite autoprelievo. Questa modalità è promossa anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, nell’ambito della campagna per l’eliminazione del carcinoma della cervice uterina in tutto il mondo. Diversi studi hanno infatti dimostrato un’accuratezza dell’autoprelievo paragonabile al prelievo effettuato dal ginecologo o ostetrica. Su questa base, anche Regione Lombardia ha recentemente lanciato un progetto pilota per lo screening tramite autoprelievo vaginale, volto a valutare sia gli aspetti organizzativi sia l’adesione delle donne che non hanno risposto a precedenti inviti.

Esiste un test salivare?
Diversi studi hanno documentato che l’Hpv test può rilevare la presenza del virus nella saliva, fattore di rischio per un futuro sviluppo di lesioni o di tumore a livello del cavo orale. Tuttavia, come per le infezioni a livello genitale, è verosimile che si tratti di infezioni che andranno incontro a risoluzione spontanea. Sfortunatamente, per i tumori orofaringei, spesso non è possibile individuare clinicamente la presenza di lesioni o effettuare analisi citologiche, come nel caso del Pap test per la cervice uterina, che permettano di confermare il maggior rischio, nei soggetti positivi all’Hpv test dalla saliva. Di conseguenza spesso i tumori testa-collo, e in particolare quelli dell’orofaringe (i cui casi sono in aumento), vengono diagnosticati in fase avanzata. Recentemente diversi studi hanno dimostrato come la biopsia liquida, ovvero la rilevazione di Hpv Dna circolante nel sangue, possa rappresentare, anche in associazione alla positività dell’Hpv nella saliva, un test molto sensibile non solo per una diagnosi precoce (permette di individuare pazienti con tumori in stadi iniziali), ma anche utile nel valutare la risposta al trattamento o le possibili recidive post-trattamento in pazienti con tumori orali. Sebbene i test per la ricerca dell’Hpv nel sangue non siano ancora utilizzati nella routine clinica, futuri studi saranno fondamentali per valutare se la ricerca dell’Hpv nella saliva, associata alla positività del Dna virale nel sangue, possa rappresentare una strategia utile per la diagnosi precoce dei tumori orofaringei.

Esiste un test per i maschi?
L’infezione da Hpv è stata per lungo tempo considerata un problema solo delle donne. Oggi sappiamo invece che può colpire anche gli uomini provocando sia lesioni benigne, come i condilomi genitali, che tumori del cavo orale, dell’ano e del pene; anche l’infertilità nell’uomo può essere correlata all’infezione da Hpv. Vi sono categorie di uomini a maggior rischio, come gli uomini che fanno sesso con uomini (Msm), gli Hiv positivi o i soggetti con un maggiore numero di partner sessuali e/o frequenza di rapporti orali. Il test Hpv può essere eseguito su campioni biologici prelevati da uomini, come per esempio tamponi anali e uretrali, biopsie liquide (sangue e saliva), biopsie tissutali e liquido seminale, quest’ultimo nel caso di sospetta infertilità. Non esistono però programmi di screening organizzati per la popolazione maschile, come invece avviene nella prevenzione del carcinoma della cervice per le donne. Per le categorie a maggior rischio valgono le raccomandazioni per la prevenzione del tumore anale che seguono criteri recentemente pubblicati dalla Società internazionale di neoplasia anale (Ians): prevedono screening anali regolari dai 35 anni in su per tutti gli Msm e donne transgender con infezione da Hiv, mentre per gli Msm senza Hiv, per i maschi eterosessuali e per le donne con infezione da Hiv gli screening sono raccomandati dai 45 anni.

Quante sono le probabilità che l’Hpv porti allo sviluppo di un tumore?
In generale l’80%-90% di tutte le infezioni da Hpv si risolve spontaneamente senza alcun trattamento e spesso in modo del tutto asintomatico entro 1-2 anni dal contagio, soprattutto nelle ragazze giovani dove il virus viene eliminato naturalmente dal sistema immunitario senza causare alcun danno. Circa il 10% delle donne infette sviluppa invece un’infezione persistente, che può durare anni. Sono le donne a reale rischio di sviluppare lesioni precancerose che, se non trattate, possono evolvere in tumore. Fortunatamente, grazie anche ai programmi di screening, meno dell’1% delle donne infette da un ceppo di Hpv ad alto rischio sviluppa effettivamente un cancro invasivo della cervice uterina. Sebbene la probabilità che un’infezione da Hpv evolva in un tumore sia molto bassa, la grande diffusione del virus fa sì che, a livello globale, esso sia comunque responsabile di circa 620mila casi all’anno di tumore nelle donne e 70mila negli uomini. L’infezione da Hpv ad alto rischio oncogeno è infatti associata al 97% dei tumori della cervice uterina, all’88% dei tumori anali, al 70% dei tumori vaginali, al 40-50% dei tumori dei genitali esterni e a circa il 30% dei tumori testa-collo.

Come si trasmette l’Hpv?
I genotipi di Hpv oncogeni, insieme a quelli che causano lesioni benigne delle mucose quali i condilomi genitali, si trasmettono principalmente attraverso il contatto diretto mucosa-mucosa o pelle-mucosa nelle zone genitali, anali o orali, comunemente durante i rapporti sessuali, vaginali, anali e orali. Sebbene rara, l’infezione può avvenire anche in senso verticale, passando dalla madre al neonato durante il parto. I genotipi di Hpv che infettano la cute e che causano le comuni verruche cutanee si trasmettono per contatto diretto, generalmente pelle-pelle, ma anche indiretto attraverso superfici e oggetti.

Con un bacio si può trasmettere l’Hpv?
In alcuni individui il virus può essere presente nella saliva, ma la trasmissione dell’Hpv attraverso il bacio è considerata un’evenienza rara. L’infezione del cavo orale e i tumori causati da Hpv in questa sede sono principalmente associati a trasmissione per via sessuale, in seguito a rapporti orali.

Nel caso si risulti positivi che cosa bisogna fare, per sé stessi e per non contagiare gli altri?
Avere un’infezione da Hpv (anche con Hpv oncogeni) non richiede un cambiamento nelle abitudini sessuali in quanto l’infezione, sebbene estremamente comune, si risolve spesso in modo spontaneo e non provoca alcuna conseguenza nella maggior parte dei casi. È inoltre molto difficile prevenire la trasmissione dell’infezione in una coppia stabile, anche tramite rapporti protetti, in quanto il virus può essere trasmesso anche tramite contatto cute-mucosa. È invece importante evitare fattori di rischio come rapporti sessuali promiscui, che possono esporre anche ad altre infezioni sessualmente trasmissibili, a loro volta potenziali co-fattori nello sviluppo di tumori, e seguire un corretto stile di vita, per esempio evitando il fumo che fa aumentare il rischio di neoplasie.

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4 marzo 2026 ( modifica il 4 marzo 2026 | 08:55)