Coinvolta anche l’Europa, in azione navi e caccia
di Luca Angeleri
Questo articolo è stato estratto dalla newsletter Prima Ora del Corriere
L’Europa non è stata consultata, e nemmeno avvisata. Ma, nella guerra contro l’Iran, è comunque coinvolta. Non soltanto perché il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’invio nel Mediterraneo della portaerei Charles de Gaulle e il premier britannico Keir Starmer, assieme alla Grecia, navi, elicotteri anti-droni caccia F-16 per proteggere Cipro, dopo l’attacco di un drone iraniano a un base britannica sull’isola («Considereremo qualsiasi azione militare europea come un atto di guerra che richiede una risposta», ha fatto sapere il ministero degli Esteri di Teheran). L’Europa è coinvolta anche perché, pur se risparmiata dal tributo di sangue, una parte del conto della guerra lo sta già pagando. Le Borse europee hanno bruciato ieri 565 miliardi di euro, (Piazza Affari è stata fra le peggiori, con un -3,92%) i danni al comparto aereo e turistico, aziende e compagnie europee incluse, ammontano già a 5 miliardi, i prezzi del petrolio e soprattutto del gas (ai massimi dal 2023) promettono di avere un impatto sulle bollette e nelle stazioni di servizio. Il che vuol dire sui prezzi di un po’ tutto.
Certo, potrebbe essere una fiammata temporanea, anche se i pasdaran profetizzano prezzi del greggio oltre i 200 dollari al barile (per ora è salito a 83). Tutti dicono che Donald Trump non vuole rimanere impelagato in una guerra lunga, soprattutto con le elezioni di midterm a novembre (qui l’analisi di Federico Rampini sui tre fronti interni del presidente Usa). Il presidente americano ieri, indicando su una cartina lo stretto di Hormuz – nodo cruciale per il traffico globale degli idrocarburi – si è anche detto pronto a scortare le petroliere in transito, ossia a «varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso queste vie marittime essenziali all’economia mondiale». Ma la storia, anche recente, insegna che spesso è più facile iniziare una guerra che concluderla («Chiunque affermi di sapere dove porterà questa guerra, Trump incluso, sta bluffando», ha scritto Edward Luce sul Financial Times. E l’ex direttore della Cia, Leon Panetta, dice a Viviana Mazza: «Quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita? Non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra»).
«Nell’economia mondiale regna sovrana un’incertezza orientata al peggio – scrive Carlo Cottarelli nel suo editoriale -. Prevale la preoccupazione che la crescita economica mondiale possa risultare danneggiata dall’aumento del prezzo di gas e petrolio. Le aree che già crescevano poco potrebbero così finire in negativo: una recessione combinata a una forte inflazione. Sono preoccupazioni del tutto giustificate, ma non fasciamoci la testa prima del dovuto. (…) Per ora quel che vediamo sui mercati azionari riflette quanto accade sui mercati degli idrocarburi. Se questi si stabilizzano è probabile che anche i mercati azionari si riprendano. (…) Sia come sia, se ce ne fosse stato bisogno, questi sviluppi confermano che prima riduciamo la nostra dipendenza dagli idrocarburi, che sfortunatamente sono localizzati nelle parti sbagliate (per noi!) del mondo, meglio sarà».
(Delle conseguenze economiche della guerra ha scritto anche Elena Tebano nella nostra Rassegna)
Quanto alle mosse dell’Europa – o, meglio, di alcuni leader europei – Giuseppe Sarcina scrive: «Finora abbiamo visto all’opera due strategie. La prima scommette su un cambio di passo da parte dell’Unione a 27. La seconda, coltivata tra gli altri dal governo di Giorgia Meloni, punta sul dialogo e sulla vicinanza con Donald Trump. I fatti, a cominciare da quelli degli ultimi giorni, stanno dimostrando che sono entrambe risposte inadeguate. Bruxelles, come ha scritto ieri Paolo Lepri, semplicemente non è pervenuta e Trump non ha coinvolto alcun leader europeo, neanche “Giorgia”. Sta prendendo forma, però, una terza possibilità: la costituzione di un nucleo europeo che sia in grado di difendere valori politici e interessi economici condivisi. È un progetto promosso da Emmanuel Macron, dal premier britannico Keir Starmer e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz» (il cosiddetto formato E3). Il risultato è che «il dibattito sulla “deterrenza nucleare europea” sta diventando parte integrante del difficile percorso verso l’autonomia militare e politica del Vecchio continente. Con un’avvertenza: stiamo parlando di una prospettiva di medio-lungo periodo. Nell’immediato, l’apporto degli Stati Uniti resta essenziale. Ma è significativo notare come l’uscita di Macron abbia subito raccolto l’adesione di sette Paesi: Germania, Polonia, Olanda, Belgio, Danimarca e Grecia. Va aggiunto il Regno Unito e probabilmente arriveranno altri Stati, man mano si approfondiranno i particolari del progetto. L’Italia ha deciso di restarne fuori. C’è tempo per cambiare idea, perché sarebbe utile partecipare al confronto». (Qui un’analisi di Gianluca Mercuri sullo stesso tema)
Massimo Franco aggiunge, nella sua Nota: «È sempre più evidente che l’idea di essere un “ponte” con gli Usa si è rivelata illusoria. Nelle parole e negli atti dell’inquilino della Casa Bianca, la premier è un alleato così scontato da non essere né citato né informato dei bombardamenti contro l’Iran. E nella triangolazione tra Francia, Gran Bretagna e Germania si intravedono un’Europa saldata dalle esigenze di sicurezza; e un’Italia la cui prudenza non sempre viene apprezzata, perché prevale il sospetto di un rapporto con gli Stati Uniti oscillante tra lealtà e subalternità».
(Il governo italiano avrebbe, peraltro, dato disco verde a forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, chieste con urgenza da Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrein).
Di sicuro, anche se ieri ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump non rinuncia a trattare i leader europei più come avversari che come alleati. Proprio davanti a Merz ha minacciato di «bloccare tutti gli scambi commerciali con la Spagna» (dimenticando ancora una volta che, dal punto di vista del commercio internazionale, l’Ue del mercato unico è un blocco unitario) dopo la decisione di Madrid di non consentire agli Usa l’uso delle basi militari in Andalusia per la guerra. E se l’è presa anche con il premier britannico Keir Starmer, dicendo «non è con Winston Churchill che abbiamo a che fare, siamo delusi dalla Gran Bretagna». La colpa di Starmer? Probabilmente l’aver detto, in Parlamento, «non crediamo a un cambio di regime dal cielo», ossia attraverso bombe e raid aerei (convinzione, peraltro, condivisa da molti analisti: ne abbiamo parlato qui). Ieri non l’ha preso di mira, ma certo a Trump non saranno piaciute nemmeno le parole di Macron: «Stati Uniti e Israele hanno deciso di lanciare operazioni militari al di fuori del diritto internazionale, che non approviamo».
Peraltro, ieri Trump ha smentito anche il suo segretario di Stato, Marco Rubio, che lunedì aveva detto che gli Stati Uniti avevano deciso di attaccare perché «sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana». Al contrario, Trump ha detto di essere probabilmente stato lui «a forzare la mano a Israele» poiché credeva che l’Iran stesse preparando un attacco.
Trump, parlando domenica con il New York Post, non ha escluso di inviare truppe di terra ma, scrive Viviana Mazza, «nessuno crede che parli di soldati americani. Ha parlato con i leader curdi e con gruppi di opposizione curdi iraniani; sembra aperto ad appoggiare l’ipotesi di milizie armate per rimuovere il regime, secondo fonti del Wall Street Journal. Quando Israele ha bombardato l’Iran occidentale, ha fatto pensare che stia preparando il terreno a una avanzata curda. Ieri il canale tv britannico Itv diceva che migliaia di miliziani curdi sarebbero pronti a iniziare “operazioni via terra” in Iran nei prossimi giorni. E la Cnn, citando fonti curde, sostiene che la Cia starebbe lavorando per “armare” i combattenti».
Che non tutto stia andando come pianificato, lo ha implicitamente ammesso lo stesso presidente americano. Alla domanda su chi vorrebbe che prendesse il potere a Teheran, Trump ha risposto che «la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Lo scenario peggiore sarebbe «che facessimo questo e poi prendesse il potere qualcuno che sia cattivo quanto il precedente. Potrebbe succedere».
Quanto al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, Davide Frattini scrive che «ormai mescola la campagna militare a quella elettorale, vuole dimostrare — soprattutto agli israeliani — che questa offensiva ha il suo sigillo quanto quello dell’amico Donald Trump, di non essere subalterno al leader della superpotenza americana. È stato lui ad annunciare per primo che Ali Khamenei, la Guida Suprema, era stato eliminato (missili israeliani è vero, ma informazioni dalla Cia); è lui a insistere sulla possibilità del cambio di regime, mentre la Casa Bianca resta vaga o addirittura nega che sia tra gli obiettivi dell’operazione. (…) Il premier più longevo nella Storia di Israele — al potere per quindici degli ultimi diciassette anni — sa di giocarsi il futuro politico nelle elezioni previste entro ottobre e soprattutto vuole definire come sarà ricordato. Mentre i fedelissimi trafficano per evitare che la parola “massacro” appaia nei documenti ufficiali che si riferiscono alla mattanza del 7 ottobre 2023 – 1.200 persone uccise dai terroristi palestinesi – Netanyahu prova a riscrivere la sua biografia e quella del Paese: trasforma la tragedia di due anni fa in un’occasione di “rinascita”, da lì sarebbe partita la dinamica che “sta cambiando il Medio Oriente”, promette «una pace definitiva»: «Questa vittoria aprirà la strada agli accordi con altri Paesi arabi e musulmani». Prima fra tutti l’Arabia Saudita, che in questi mesi si era allontanata dall’idea di una normalizzazione con lo Stato ebraico. I suoi consiglieri raccontano di come esalti euforico “la guerra che chiuderà tutte le guerre“».
Intanto, sulla strage della scuola femminile di Minab (le autorità iraniane parlano di 165 vittime, per la maggioranza bambine tra i 5 e i 12 anni, e 99 feriti), l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto alle forze responsabili dell’attacco — senza indicarle per nome — di avviare un’inchiesta e di rendere pubbliche le proprie valutazioni sull’«orribile» episodio. «Possibile crimine di guerra», dice l’Onu.