C’è chi divide la vita in compartimenti stagni. Da una parte il lavoro, dall’altra la passione. Emiliano Toso è riuscito a creare un intreccio armonico tra due binari che, per la maggior parte delle persone, sono invece destinati a restare paralleli.

Biologo molecolare, per anni è stato ai vertici della ricerca internazionale, vestendo i panni dell’Associate Director di quattro laboratori. Poi però qualcosa ha iniziato a “stonare”. Ogni partenza per un congresso si trasformava per lui in un inspiegabile malessere fisico. Probabilmente, la mente brillante di cui è dotato stava iniziando a suggerire che la scienza non tradisce se stessa quando cambia linguaggio. Caso mai si amplia.

E la biologia, nell’anima di Emiliano Toso, ha iniziato ad intrecciarsi con la musica, dando vita a un progetto che ora incuriosisce ospedali, università e famiglie di tutto il mondo: Translational Music, la musica “tradotta” dalla biologia molecolare al pianoforte, su strumenti accordati a 432 Hz. Secondo Toso la musica non è un semplice sottofondo rilassante, ma un possibile “nutriente biologico”, capace di dialogare con cellule, ormoni, parametri vitali.

Emiliano Toso

Emiliano Toso

Dottor Toso, quando ha capito che la musica poteva essere un “nutriente biologico” e non solo emozione?

“Il passaggio dalla percezione della musica come pura emozione alla sua comprensione come nutriente biologico è avvenuto attraverso due percorsi sincronici. Da un lato, la vita mi ha preso per mano e, senza che quasi me accorgessi, mi ha spinto a condividere le mie composizioni con il pubblico; dall’altro ho iniziato a osservare che quella musica non si limitava a piacere, ma “faceva bene” in modo profondo. Questa consapevolezza ha acceso in me la curiosità scientifica, molecolare e cellulare che ha sempre guidato i miei studi, spingendomi a indagare cosa accada realmente nel nostro organismo durante uno stato di benessere. Ho iniziato così a esplorare l’effetto biochimico della musica, ovvero come lo stimolo sonoro viene elaborato dal cervello per poi attivare, attraverso il sistema endocrino, la produzione di ormoni capaci di modificare profondamente la funzionalità dei nostri organi. Accanto a questo processo si colloca l’aspetto forse più affascinante, ovvero l’effetto biofisico legato alla sonocitologia: in questo caso la musica non necessita nemmeno del passaggio attraverso l’apparato uditivo, poiché giunge direttamente ai tessuti e alle cellule sotto forma di informazione vibrazionale pura. È stata questa duplice evidenza a convincermi che la musica fosse un campo di ricerca medica inesplorato: all’università non ne avevo mai letto nemmeno una pagina”.

C’è stato un episodio specifico in cui ha pensato “Qui sta succedendo qualcosa di misurabile, non solo di poetico”?

“La conferma definitiva è arrivata studiando l’impatto della Translational Music. Mi sono reso conto che, a differenza del metodo scientifico tradizionale che tende a parcellizzare e analizzare ogni singolo elemento, questa musica andava studiata nella sua interezza. Il momento della “misurabilità” è emerso quando ho capito che non era un singolo elemento a produrre il cambiamento, ma l’insieme organico: la struttura compositiva, l’accordatura specifica e l’intenzione stessa. Vedere come questa combinazione generasse risposte biologiche mi ha fatto capire che non eravamo più solo nel campo della suggestione poetica, ma in quello di una scienza. Il passaggio dal percepire la musica come puro atto poetico al riconoscerla come fenomeno misurabile è avvenuto attraverso tre ambiti distinti: la botanica sperimentale, la clinica pediatrica e l’osservazione quotidiana”.

Ma l’episodio più rilevante?

“È avvenuto nel dipartimento di ricerca dell’Università di Padova. In un esperimento controllato su coltivazioni di barbabietole, è stato dimostrato che i semi esposti alla mia musica sviluppavano radici più profonde, maggiore resistenza allo stress e variazioni significative di specifici marcatori molecolari. Ciò che rende questo dato inconfutabile è l’assenza di filtri: una pianta non ha pregiudizi e non conosce il genere. Inoltre, abbiamo effettuato una controprova suonando gli stessi brani a 440Hz (anziché con l’accordatura da me utilizzata 432Hz): i risultati positivi persistevano, confermando che l’effetto non risiede solo nella frequenza isolata, ma nell’insieme armonico e strutturale della mia musica”.

E in ambito ospedaliero?

“I dati più toccanti e precisi arrivano dalla neurochirurgia pediatrica. Vedere i parametri vitali di un neonato stabilizzarsi o reagire in modo quantificabile durante interventi delicati è la prova che la musica agisce in modo trasversale. Infine, c’è la dimensione familiare. Vedere l’effetto su bambini che hanno ascoltato la mia musica sin dalla fase prenatale e vederli ascoltarla da più grandi offre una testimonianza pratica di come il suono possa modulare stati critici. I genitori mi hanno rilasciato testimonianze di come la mia musica abbia aiutato i figli a gestire momenti di paura, o a facilitare momenti complessi come il distacco a scuola, la nutrizione o la vestizione”.

Lei parla dei “primi 1.000 giorni” e di come l’ambiente sonoro possa diventare una base di sicurezza per bambini e genitori: se una famiglia vive in condizioni difficili, da dove si comincia, senza trasformare la musica nell’ennesima prestazione da fare “bene”?

“Per una famiglia che vive ritmi frenetici o situazioni di conflitto, la musica non deve diventare l’ennesimo compito da svolgere bene, ma un’alleata che ci prende per mano. Il mio consiglio è di iniziare non dalla quantità, ma dalla qualità dell’intenzione. Non è detto che la musica sia lo strumento giusto per ogni famiglia, ma essa ha la capacità di prenderti per mano con dolcezza e di spostarti, anche quando non ne hai voglia, in un ambiente e in una postura diversi. Ai genitori, o al componente della famiglia con più sensibilità, consiglierei di ritagliarsi un momento dedicato per capire se la musica scelta sia quella corretta. L’ideale è creare un piccolo rituale di ascolto, possibilmente in alta qualità, dedicandosi a un brano o a un disco dall’inizio alla fine. Bisogna vivere quel brano e sentire profondamente se può aiutare se stessi e la propria famiglia a stare meglio. Al di là di ogni nozione, la cosa più importante è sperimentare: l’ideale sarebbe poter percepire fisicamente le vibrazioni di un pianoforte accordato a 432 Hz, lasciando che il corpo senta l’onda sonora, come accade ai bambini sotto lo strumento in sala operatoria. Se questo non è possibile, il disco stesso può diventare un “ancoraggio”. Una volta stabilito un legame con un brano in un momento di rilassamento, quella musica potrà essere riproposta nei momenti difficili, in macchina, al lavoro o durante un conflitto, per riportare istantaneamente le cellule, il cervello e il sistema nervoso a quello stato di benessere originario”.

Dice che ha suonato in sala operatoria con un pianoforte accordato a 432 Hz. Che cosa l’ha sorpresa di più della reazione del team medico o del paziente?

“Ciò che mi ha sorpreso maggiormente di quell’intervento chirurgico è stata la risposta dell’umanità a un evento che non era mai accaduto prima al mondo. I telegiornali di ogni Paese, dalla Cina al Giappone fino agli Stati Uniti, hanno diffuso questa notizia senza snaturarla, preservandone l’interezza, l’autenticità e la semplicità. È stato un momento in cui ho visto arte e scienza non solo darsi la mano, ma abbracciarsi per dare vita a un piccolo miracolo. Portare un pianoforte da 400 kg in sala operatoria durante il lockdown è stato come se la medicina avesse riconosciuto alla musica il suo ruolo originario: quello di strumento fondamentale per la salute dell’uomo”.