di
Valerio Cappelli

La grande attrice si racconta in una (spietata) autobiografia che esce mentre compie 80 anni. «Non tocco l’alcol da 11 anni. Lady Gaga agli Oscar mi ha costretto a sedermi sulla sedia a rotelle»

Cosa può nascondersi dietro un successo strepitoso? Ha conosciuto altezze vertiginose e abissi spaventosi. Con l’autobiografia Io, Liza (in uscita il 10 per Rizzoli, due giorni dopo compie 80 anni) entriamo nel cabaret dell’esistenza di Liza Minnelli, una grande artista, figlia di leggende di Hollywood come Vincente Minnelli e Judy Garland, di cui dice: «La vita, per mamma, non è sempre stata uno spasso». Nemmeno per lei: l’encefalite, la droga, l’alcol, «che non tocco da undici anni». Il libro è un viaggio sfrenato. Lei, in lotta con i suoi démoni, è di una sincerità spietata con se stessa.

Come ricorda l’infanzia?
«La mia famiglia ha vissuto in diverse case sulle colline di Hollywood, i miei compagni di gioco erano figli di star, Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Lana Turner, Fred Astaire. I miei al mattino salivano in auto per andare a lavorare alla Metro-Goldwyn-Mayer. Ricordo i pomeriggi al parco, quando giocavo a travestirmi con le mie amiche Mia Farrow e Candice Bergen. La nostra comunità ha avuto la sua dose di morti tragiche, tradimenti, matrimoni in frantumi, suicidi. Ma alcuni miei ricordi sembrano magnifici sogni in Technicolor. In casa si ascoltava musica tutto il tempo».



















































I suoi genitori.
«Papà nei miei primi passi mi dava consigli sulla recitazione, mamma capiva i miei punti deboli. Ero una bambina, avevo cinque anni, e lei per quanto possa sembrare assurdo mi confidava le sue paure e la sua rabbia, si sfogava, mi trattava come una psicoanalista. Ma amava ridere. La vita con lei era un teatro dell’assurdo. Sperava in un rilancio con E’ nata una stella, ma il film al botteghino fu un disastro. E non si riprese più. Eravamo al verde, ai suoi concerti non so quante volte sgattaiolavamo via dall’hotel per non pagare il conto, mamma diceva al diavolo, tanto dovevo rinnovare il guardaroba. Avrei voluto salvarla dall’abuso di farmaci e alcol. Se ne andò a 47 anni, troppo giovane per morire».

Il caschetto nero coi ciuffi sulle guance, le ciglia finte, le labbra rosse, gli occhi grandi: Sally Bowles.
«Il successo di Cabaret che nel 1973 mi diede l’Oscar mi travolse. Bob Fosse nelle coreografie usò ogni centimetro della mia pelle per raccontare quella cantante di uno squallido nightclub di Berlino, in un’atmosfera ipnotica e fumosa, durante l’ascesa di Hitler. Ho una gamba più lunga dell’altra, sono nata così. Bob lo trasformò in un elemento da sfruttare».

Dopo Cabaret…
«Il mio incubo cominciò a ridosso dell’uscita del film. Droga, pillole e alcol stavano distruggendomi, nella vita reale mi stavo trasformando in Sally Bowles, decadente e oltraggiosa, offrendo una replica di mia madre. Dopo quel film avevo più potere contrattuale, ma solo per parlare con le persone e proporre qualche idea, nient’altro. Cercavo ruoli forti, espliciti o vulnerabili in modo insopportabile. Aspettai e aspettai qualche copione. Il telefono non squillava».

E cosa accadde?
«
Accettai una sceneggiatura pessima, In tre sul Lucky Lady, con Burt Reynolds e Gene Hackman. Un fiasco. Non potevo non notare le analogie con i miei genitori, masticati e sputati da Hollywood. La gente sborsava grosse cifre per venire ai miei spettacoli, rimasi tre settimane alla Carnegie Hall, unica nella storia di quel teatro, ma questa era solo una parte della storia. Aznavour mi diceva che ero un’attrice che cantava, ma potevo recitare bene una canzone. Il ciclo di alti e bassi mi ha tormentato per tutta la vita. Nelle mie fasi sì ogni sabato davo una cena a Los Angeles, venivano Madonna, Tarantino, Shirley MacLaine, cantavano tutti, la tavola era piena del Kentucky Fried Chicken, la mia debolezza segreta».

Com’è vivere una dipendenza?
«Sei sempre in via di guarigione, o in punto di morte. Puoi liberarti dall’abitudine, ma non la sconfiggi mai per sempre. Sono stata una sopravvissuta, ho vissuto tanti ritorni in ogni fase della mia carriera».

Lei è una donna vulnerabile, generosa, coraggiosa.
«
Ciò che feci a me stessa nel 2003 fu davvero brutale. Presi una sbronza in un bar di New York. Uscii barcollando. Crollai sul marciapiede. Ero svenuta. La gente passava frettolosa, mi evitava o mi scavalcava. Pensarono che fossi l’ennesima senzatetto, o guardando meglio riconobbero Liza Minnelli. Non lo saprò mai. Il mio staff mi ritrovò e mi portò a casa. Non mi ero mai vergognata così tanto di me stessa».

Cantò a Roma.
«E ottenni un’udienza da Giovanni Paolo II. Ero elettrizzata, sostenni un breve colloquio inquisitorio con i suoi assistenti: è vero che lei ha due divorzi alle spalle? Temevo che annullassero l’incontro. Si tratta solo di un controllo, mi dissero. Al Papa dissi che avrei tanto desiderato cantare per lui, mi rivolse un’occhiata enigmatica, come a dire, perché mai dovrei desiderare una cosa del genere?».

Gli Oscar 2022 furono una brutta serata.
«L’Academy decise un tributo ai 50 anni di Cabaret. C’era la solita baraonda. Mi ordinarono, inspiegabilmente, di usare la sedia a rotelle. O quella o niente. Mi dissero che era per via dell’età. Lady Gaga era la mia copresentatrice e disse che se non avessi obbedito lei non sarebbe salita sul palco con me. Accettai. Prima lei mi chiese il nome del film festeggiato, come a voler verificare la mia memoria. Come se fossi un’idiota. Fui trattata malissimo in una delle serate più importanti della mia vita. Posso perdonarlo ma non lo dimenticherò mai. Tornando a casa pensai, devo raccontare la verità, tutta la mia storia».

I suoi quattro matrimoni?
«Uno ho scoperto poi essere gay, ma siamo rimasti amici, l’ultimo era un ladro truffatore. Poi annunciai che mi sarei sposata con Peter Sellers. Mi faceva ridere, scolavamo champagne e ripeteva scene dei suoi film. Passavo a fare burle con gli amici, pensavo che Peter avrebbe riso quando gli sfilai il parrucchino e invece…la sua abilità nell’interpretare tanti personaggi immaginari divenne il problema che ci separò, mi bullizzava parlando come loro, perdeva il controllo, dava di matto urlando con voci diverse. Era affetto da schizofrenia».

In che fase della vita è?
«Questo libro mi è servito come ispirazione per i miei progetti come produttrice. Spero di essere utile a quelli che hanno dipendenze, ai quali dico: fatevi aiutare. Non sono invecchiata: sono vecchia! Però mi sento sempre la solita Liza».

5 marzo 2026 ( modifica il 5 marzo 2026 | 08:31)