di
Stefano Vicari
In una serata come tante un incidente senza gravi conseguenze cambia completamente la vita di un’adolescente. La presenza di una sensazione di costante allerta la paralizza e la isola. Fino alla diagnosi
Sara ha 16 anni e frequenta il terzo anno di liceo linguistico. Vive con i genitori e il fratello maggiore in una città di provincia. È una ragazza sensibile, va bene a scuola, ha un gruppo di amiche con cui condivide quasi tutto. Fino a un anno fa la sua vita scorreva con quella normalità che, quando c’è, non si nota nemmeno. Poi, in una sera d’inverno, succede qualcosa che la cambia profondamente.
È in auto con il padre. Stanno rientrando dopo aver accompagnato il fratello a un allenamento di basket. Piove forte e la visibilità è ridotta. A un incrocio un’altra macchina passa con il rosso. Sara ricorda il rumore secco dell’impatto, il vetro che si frantuma, l’odore acre dell’airbag. Ricorda di aver chiamato il padre e di non aver avuto subito una risposta. Per alcuni secondi, che sembrano non finire mai, pensa con orrore che sia morto.
Il padre sopravvive, ma resta ricoverato a lungo per le fratture e per un trauma cranico. Sara se la cava con contusioni lievi.
Tutti le ripetono che in fondo sono stati fortunati, che è andata «bene così». Lei annuisce, come si annuisce quando non si ha voglia di spiegare.
Ma sente che l’incidente le è rimasto dentro, una cicatrice invisibile agli altri che la accompagna ovunque, anche quando riesce a non pensarci.
Perché non è qualcosa che si mette da parte. Si presenta all’improvviso, senza farsi annunciare. Nelle prime settimane il suono dello schianto torna nella sua mente come un’eco, insieme al volto del padre immobile e alle sirene. Di notte si sveglia di colpo con il cuore impazzito, convinta di essere ancora nell’abitacolo schiacciato. A volte succede anche di giorno.
Basta un’immagine, un rumore, un pensiero di passaggio e tutto il resto sparisce. Non è un ricordo. È un ritorno.
Poi Sara comincia a evitare tutto ciò che le ricorda quella sera. Non vuole più sedersi sul sedile anteriore. Chiede alla madre di cambiare strada per non passare dall’incrocio dell’incidente. E se sente una frenata brusca, il corpo reagisce ancora prima dei suoi pensieri. Sudore freddo, muscoli tesi, respiro corto. Si sente sempre in allerta, come se il pericolo potesse ripresentarsi in qualsiasi momento.
Quando il padre finalmente viene dimesso e torna a casa, scopre che anche il loro rapporto è cambiato. Sara lo guarda spesso in silenzio, come per controllare che sia davvero lì. A volte diventa iperprotettiva, altre volte scatta per niente. Dentro coltiva un pensiero che la fa vergognare e che però ritorna ostinato: «Se gli avessi chiesto di andare più piano…».
Sa benissimo che non è sua la colpa, ma la testa e lo stomaco non votano allo stesso modo.
A scuola fa fatica a concentrarsi. Un rumore improvviso la fa sobbalzare. Le amiche la trovano più chiusa e quando qualcuno le chiede dell’incidente minimizza. Raccontarlo significa riaprire immagini che non riesce a controllare. E allora tace, come se il silenzio potesse tenerle a distanza.
Col passare dei mesi non si allenta. Il sonno resta disturbato, l’irritabilità aumenta, la paura si infiltra nei dettagli. Sara si sente diversa, come se una parte della sua leggerezza fosse rimasta intrappolata in quella macchina.
Quando accetta di parlare con un neuropsichiatra, scopre che tutto questo ha un nome: Disturbo da Stress Post-Traumatico. Capisce che il suo sistema di allarme è rimasto acceso, come se il pericolo non fosse mai davvero passato. Nel percorso di cura impara, passo dopo passo, a ricostruire l’accaduto in un contesto protetto, a distinguere il passato dal presente, a dare il giusto posto alle emozioni senza esserne travolta.
Il lavoro è graduale. Le immagini intrusive diventano meno frequenti, gli incubi si diradano. Non si cancella quello che è successo, e non serve far finta che non abbia lasciato un segno.
Quello che cambia è che quel ricordo smette di essere incombente. Sara comincia a ricordare senza essere trascinata via, a tornare in auto senza sentire il corpo già in fuga, a dormire qualche ora di fila senza svegliarsi in allarme. E, soprattutto, ricompare spazio.
Spazio per la scuola, per le amiche, per una risata che arriva senza controllo, per un futuro che non deve più essere misurato dalla paura. L’incidente resta nella sua storia, ma non è più LA storia.
l commento del neuropsichiatra Stefano Vicari*
Il Disturbo da Stress Post-Traumatico può comparire dopo un evento che ha comportato una minaccia grave per la vita propria o di una persona cara. In adolescenza l’impatto può essere particolarmente intenso quando l’esperienza traumatica coinvolge figure importanti di riferimento, come un genitore, perché non è solo il corpo a spaventarsi. È anche il senso di sicurezza di base che si incrina.
I sintomi più tipici riguardano tre aree.
La prima è il «ritorno» del trauma. Flashback, incubi, immagini intrusive, come se l’evento non fosse solo ricordato ma rivissuto in pienezza.
La seconda è la tendenza a stare lontani da tutto ciò che può riattivare quella memoria.
La terza è l’iperattivazione. Allerta costante, sobbalzi, irritabilità, difficoltà di sonno e concentrazione. A questi si associano spesso pensieri negativi persistenti e un senso di colpa che può essere tenace anche quando, razionalmente, la persona sa di non avere responsabilità.
Queste reazioni non indicano fragilità o «debolezza di carattere». Sono il modo in cui il cervello prova a proteggersi quando percepisce che il pericolo è ancora attuale. Se però i sintomi durano per mesi e interferiscono con la vita quotidiana, è importante chiedere aiuto.
Esistono interventi psicoterapeutici specifici per il trauma che permettono di elaborare l’esperienza in modo sicuro e di ridurre progressivamente l’intensità dei sintomi. In alcuni casi può essere utile affiancare alla psicoterapia un supporto farmacologico mirato, deciso con lo specialista, soprattutto quando ansia, insonnia o iperattivazione sono così intense da bloccare la vita quotidiana.
Un evento traumatico può lasciare un segno profondo. Ma un segno non è un destino. Con un supporto adeguato, la paura può essere guardata in faccia senza esserne travolti, e il ricordo può trovare un posto nella memoria senza occupare tutta la vita. Quando il trauma si allenta non è che tutto diventa perfetto, ma torna possibile. Torna spazio. Spazio per dormire meglio, per concentrarsi, per ridere senza controllare ogni rumore, per salire in auto senza che il corpo scatti subito. E insieme allo spazio torna anche un’idea semplice e decisiva: il futuro non è più solo qualcosa da temere, può tornare a essere qualcosa da desiderare.
Ed è lì che si ricomincia, davvero.
*direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore
Hai una storia da raccontare? Scrivi a figliegenitori@corriere.it
L’App di Figli & Genitori, il tuo supporto quotidiano per crescere un figlio
SCOPRI E SCARICA L’ APP
5 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
