Il 28 aprile 2025 la Cappella Sistina chiudeva le porte per il conclave: turisti e guide messi in standby, con sguardi vigili verso il comignolo di Piazza San Pietro nell’attesa della fumata bianca. L’ultimo grande annuncio dei Musei Vaticani riguardava l’inaccessibilità della Cappella più famosa al mondo fino all’elezione del Papa, poi diventato Leone XIV. Oggi il messaggio è di tutt’altro tono e ha qualcosa di sorprendentemente quotidiano, quasi domestico: si fa manutenzione. È iniziata la pulitura straordinaria del Giudizio universale di Michelangelo Buonarroti, a circa trent’anni dal restauro che nel 1994 aveva riscritto la percezione dei suoi colori. Tre mesi di lavoro, un ponteggio esteso all’intera parete d’altare, restauratori all’opera dietro un telo che riproduce ad altissima definizione l’affresco, mentre la Cappella continua ad accogliere visitatori. Il capolavoro resta visibile, protetto, e anzi quasi raddoppiato in un gioco di specchi tra originale e immagine.
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La ragione dell’intervento è tecnica ma, come è giusto in un luogo come questo, non manca la poesia: una velatura biancastra, prodotta dal deposito di microparticelle trasportate dai movimenti d’aria, ha nel tempo attenuato i contrasti chiaroscurali e uniformato le cromie. Non si tratta quindi di riproporre il tratto michelangiolesco, quando di ridargli respiro. Il Giudizio occupa circa 180 metri-quadrati e conta 391 figure, in un vero e proprio un atlante di corpi in tensione, santi muscolari, angeli atletici, dannati in caduta libera, Cristo al centro come un sole severo che ordina il movimento. Un’immagine che nel 1541, alla sua inaugurazione, “riempì di stupore e meraviglia” Roma, come scriveva Giorgio Vasari.
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Quel restauro novecentesco guidato da Gianluigi Colalucci sotto la direzione di Carlo Pietrangeli aveva acceso discussioni memorabili e riportato alla luce azzurri squillanti, rosa inattesi, verdi quasi elettrici. Da allora la Sistina è monitorata con regolarità, con interventi notturni su lunette, pontefici e scene quattrocentesche. Solo il Giudizio era rimasto fuori da queste campagne sistematiche e ora entra in scena con un cantiere che si lascia guardare, dichiarato, trasparente. Ancora una volta, la Cappella segna un primato: qui, la cura diventa uno spettacolo misurato e la conservazione un atto pubblico, raccontato a tutti. Così, la grande parete che ha visto papi, conclavi, milioni di visitatori e infinite riproduzioni digitali, riceve una nuova attenzione sotto gli occhi di tutti, e si lascia intravedere dietro un telo tecnologico, mentre il ponteggio racconta come anche quello che crediamo eterno, ogni tanto, ha bisogno di manutenzione.
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