Nell’anno in cui Resident Evil celebra il suo trentesimo anniversario, Capcom attua una dichiarazione di intenti per il suo nuovo videogioco che non apre a dubbi, e questo anche grazie a un titolo particolarmente evocativo: Resident Evil Requiem. Perché – proprio come suggerisce il suo nome – Requiem si pone come una proverbiale chiusura di un cerchio, e questo non necessariamente in termini narrativi; piuttosto, il nono capitolo della serie si configura come la tappa conclusiva di un viaggio durato tre decenni, in cui la saga ha visto alternarsi atmosfere molto diverse tra loro. Ed è proprio qui che risiede il cuore di Requiem, il suo straordinario punto di forza: la sua capacità di muoversi agilmente tra quella che è la componente survival più pura (marchio di fabbrica dei primi capitoli del franchise) e il suo spirito più improntato all’azione che ha caratterizzato le iterazioni più recenti.

Il nuovo gioco di Capcom non intende polarizzare un’opinione, non intende inseguire un pubblico specifico: Requiem mostra i diversi “volti” che Resident Evil ha abitato in tutti questi anni, andando ad esplicitarlo anche nel modo in cui si snoda nella sua struttura; ossia, due storie in due modalità di gameplay differenti che, ad un certo punto, trovano un punto di contatto – ma che sono comunque destinate a separarsi di nuovo, continuando a viaggiare in parallelo. In questo, Capcom lascia al giocatore la riflessione conclusiva: alla fine, sta a voi scegliere qual è l’ “anima” che rispecchia maggiormente il vostro rapporto con la serie.

Resident Evil Requiem, la recensione: Tra paura e adrenalina, il nuovo videogioco di Capcom chiude un cerchio dopo 30 anni

Proprio come tutti i capitoli che l’hanno preceduto, anche a Resident Evil Requiem non interessa coinvolgere il giocatore per la trama: a parte qualche caso sporadico in cui si è provato ad esplorare (e con successo, va detto) una componente narrativa, per certi versi, più psicologica (si veda Resident Evil 7 o Resident Evil Village), l’intento principale della saga è sempre stato quello di catalizzare l’attenzione del pubblico attraverso le sue atmosfere uniche. E su questo aspetto, Resident Evil Requiem si conferma perfettamente coerente e in linea con quelli che sono i suoi obiettivi. 

Il climax emozionale di Requiem passa soprattutto attraverso l’esperienza drammatica di Grace Ashcroft – figlia della giornalista Alyssa Ashcroft (personaggio già presente nello spin-off Resident Evil Outbreak) – con cui il giocatore (con)vive la paura e fa appello al suo istinto di sopravvivenza più puro – e questo anche attraverso un uso studiato e perfettamente strutturato della visuale in prima persona (tuttavia opzionale, va detto). A differenza della sezione dedicata a Leon S. Kennedy – uno dei personaggi storici della saga, nonché agente “navigato” e fortemente equipaggiato, anche da un punto di vista emotivo – la parte con Grace Ashcroft porta i giocatori a percepire una profonda vulnerabilità, in cui l’orrore reale (quello di una multinazionale intenzionata a creare armi di distruzione di massa) e quello finzionale (dato dai numerosi zombie e mutanti che costellano il nostro cammino) si alternano in una straordinaria, catastrofica sinfonia che termina in una monumentale messa da requiem, in cui ci sentiamo perduti e smarriti. 

Resident Evil Requiem, la recensione: Tra paura e adrenalina, il nuovo videogioco di Capcom chiude un cerchio dopo 30 anni

La sezione con protagonista Grace Ashcroft affonda le sue radici nella storia dei primi Resident Evil: poche munizioni, poche armi a disposizione (bisogna contare soprattutto su equipaggiamenti di fortuna), pochi kit medici, pochi salvataggi. La componente survival di Requiem, esattamente come quella che ha caratterizzato i primi episodi del franchise, mette in discussione costante il nostro lato più vulnerabile, mostra il nostro desiderio costante di sfuggire all’orrore. Sebbene la tentazione sia fortissima, difficilmente nei panni di Grace il giocatore corre o scappa lungo cunicoli e corridoi soffocanti: si opta per un approccio più silenzioso, lento, strategico, che al contempo alimenta il senso di orrore e di fragilità attorno all’esperienza. Non solo. Il nome stesso della co-protagonista, Grace, sembra racchiudere in sé due anime contrapposte: quella “vulnerabile” – dettata dalla sua condizione di sopravvissuta all’orrore, senza possibilità di reale controllo sulla situazione che la circonda – e quella “salvifica”, che porta il giocatore a leggere nel suo vissuto un barlume di speranza, una luce in fondo al tunnel da questo incubo senza fine. 

Con Leon S. Kennedy, invece, il giocatore può finalmente tornare a riprendere fiato: grazie ad una prospettiva in terza persona – la proverbiale ripresa over-the-shoulder, divenuta una delle costanti registiche da Resident Evil 4 in poi – e ad un equipaggiamento degno di Rambo, in questa sezione Requiem mostra i suoi lati più adrenalinici e ritmati. Scandito anche dalle continue battute esilaranti dello stesso Leon, degne di un qualsiasi film d’azione degli anni Ottanta e Novanta, la parte con Kennedy tende a smorzare i toni più cupi di Resident Evil Requiem, funge da camera iperbarica dove l’utente può finalmente tornare a respirare a pieni polmoni – e godersi la componente più action della saga senza trattenere il respiro.  A differenza della sezione dedicata a Grace, il giocatore qui è obbligato a muoversi con ritmo, a danzare tra orde di nemici scaricando quantità impressionanti di munizioni e proiettili.  La parte di Leon mostra con disinvoltura tutte le lezioni che il franchise di Resident Evil è riuscita a impartire negli ultimi 20 anni, riuscendo sapientemente ad alternare momenti al cardiopalma conditi da jumpscare  e combattimenti sostenuti in cui il giocatore torna a mantenere il controllo dell’azione.

Resident Evil Requiem, la recensione: Tra paura e adrenalina, il nuovo videogioco di Capcom chiude un cerchio dopo 30 anni

L’equilibrio tra vecchio e nuovo corso della serie, tra momenti di puro orrore e un’adrenalina senza precedenti, rendono Resident Evil Requiem la sintesi perfetta di ciò che l’intero franchise ha rappresentato in questi trent’anni. Ma Requiem non è soltanto un nuovo capitolo della saga, ma una riflessione consapevole sulla propria eredità: un’opera che guarda al passato senza nostalgia sterile e al presente senza snaturarsi, accettando tutte le sue contraddizioni e trasformandole in identità. Nel suo continuo oscillare tra fragilità e potenza, silenzio e fragore, paura e catarsi, il gioco celebra l’essenza più autentica di Resident Evil e la restituisce al giocatore sotto forma di scelta, esperienza e memoria. Se davvero questo è un requiem, allora non è un addio, ma una solenne celebrazione: la prova che, dopo trent’anni, l’orrore può ancora reinventarsi senza perdere la propria anima – anzi, le sue molteplici anime. Resident Evil Requiem  è ora disponibile su PS5, Xbox Series, Pc e Nintendo Switch 2.

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5 marzo 2026 ( modifica il 5 marzo 2026 | 13:17)