Stefano Chisoli è stato il primo presidente della storia dello Spezia in Serie A. La commozione nella festa del 20 agosto e la successiva celebrazione della prima, storica, salvezza in massima serie, ma anche la conferma di Vincenzo Italiano quando in tanti lo avrebbero esonerato, l’ex numero uno del club di Via Melara ha raccontato tanti di questi aneddoti a “Radio Picco”, la trasmissione di RLV – La radio a colori, in onda dal lunedì al venerdì alle ore 18. “Sono ricordi bellissimi, sono state cose impreviste. Ci abbiamo creduto con Italiano che ha dato un grande gioco alla squadra e la prima cosa che volevamo fare dopo la promozione era confermarlo. Ci siamo salvati con pochissimo budget, qualcosa è nato lì anche se in questo Spezia del mio è rimasto solo Vignali”, ha detto.
Quella cena dopo il ko con il Trapani ha posto le basi della promozione.
“Sia la proprietà che la direzione sportiva ha sempre creduto in Vincenzo e abbiamo provato a stare vicino a lui e alla squadra. Quando senti che nello spogliatoio c’è fiducia verso un allenatore che vuole fare un gioco diverso ci sembrava giusto organizzare una cena per dare fiducia al mister e capire cosa non andasse. Penso sia servito, pensavamo fosse solo questione di tempo prima che le cose migliorassero. Avevamo tante pressioni, molti ci dicevano di cambiare l’allenatore. Non lo abbiamo fatto ed è andata bene. Ancora sento Italiano a volte, mi ha fatto felice quello che è stato il suo percorso in carriera. E poi mi ha fatto felice la promozione. Purtroppo era un periodo di lockdown, anche i festeggiamenti erano un po’ ridotti. Il Picco è rimasto chiuso per un po’, abbiamo giocato a Cesena, il mercato in venti giorni ma alla fine ci siamo salvati”.
La forza di quello Spezia era il gruppo e non il singolo.
“Esatto. I giocatori si vedevano anche fuori dagli allenamenti, c’erano leader forti e soprattutto tutti credevano nel gioco aggressivo di Italiano. Vincenzo mi diceva che facendo il catenaccio avremmo fatto pochi punti. Purtroppo avevamo un budget ridottissimo per il mercato, abbiamo preso giocatori che poi sono diventati importanti plusvalenze: Nzola, Ismajli, Provedel preso a parametro zero. Abbiamo puntato sui prestiti ma eravamo una bella squadra, tanti ancora sono in Serie A. Con il gioco di Italiano ci siamo salvati, poi io sarei rimasto a Spezia a vita. Non ero solo il presidente ma anche amministratore delegato e direttore generale: ho lavorato con ragazzi molto in gamba che ancora sono lì, era una struttura creata con il tempo e abbiamo colto i frutti”.
L’addio è rimasto un po’ di traverso?
“Dovevo rimanere perché avevo un accordo con la nuova proprietà ma dopo giustamente hanno deciso chi mettere in società. C’era stato anche il problema con la FIFA e il ban del mercato, secondo noi totalmente ingiustificato, tanto che poi lo Spezia ha vinto il ricorso. Mi è dispiaciuto andare via ma l’ho compreso. Poi io ho avuto altre possibilità in altri club ma il mio pensiero è sempre rimasto allo Spezia”.
E un anno fa quel possibile ritorno che non si è concretizzato.
“Era marzo-aprile dell’anno scorso, era un periodo difficile per la proprietà post Platek. Conoscevo un gruppo svizzero che voleva investire nel calcio, gli avevo parlato benissimo dello Spezia. Poi altre figure in città hanno trovato un altro proprietario e la trattativa si è stoppata. Bene per lo Spezia perché mi dicono che la proprietà attuale sia seria e abbia sempre investito e ripianato le perdite. Sarei tornato anche io, ma non è successo”.
Non conosce Roberts e Stillitano?
“Non di persona ma ogni tanto parlo con qualcuno alla Spezia. Vorrei anche tornare allo stadio, ma non mi piace venire nei momenti di difficoltà perché sembra quasi che io venga quando le cose non vanno bene. Non è una cosa che mi piace”.
Questa è una stagione complicata.
“Noi avevamo avuto una difficoltà iniziale con un nuovo tecnico e nuovi principi. Questo Spezia mi sembra tornato quello di due anni fa. Quando parti così ci sono correzioni in corsa, il cambio di allenatore, l’arrivo di nuovi giocatori. Penso ci siano le condizioni per aggiustare la stagione, anche la vittoria di Cesena lo dimostra. È difficile visto che hanno cambiato nove giocatori in entrata e ne sono usciti otto, ci sono schemi da assimilare e ci vuole tempo. Ora l’importante è rimediare, poi si programmerà la prossima”.
La proprietà si sta dimostrando vicina.
“Hanno fatto bene a tornare in Italia, era importante. La cosa più importante ora è trasmettere senso di appartenenza ad una squadra e ad una città speciale. Ci vuole tempo, ma la presenza sul territorio è fondamentale. Ricordo ai miei tempi cene anche in ritiro, tanti discorsi con il mister che non riguardavano solo il calcio, parlare con i giocatori e chiedere delle loro famiglie. Stare vicini è la cosa più importante”.
Il Picco ora deve diventare un fattore?
“Paradossalmente la squadra sta facendo più punti fuori, forse sente troppo la pressione. È importantissimo avere la gente dalla propria parte, sono tornato al Picco che ora è uno stadio da Serie A. Il tifo di Spezia c’è sempre stato, guardo sempre le partite e gli avversari devono sentire la pressione. Anche i giocatori devono fare il loro, quei 14-15 punti da fare van fatti, contando anche sul Picco”.
Ora il Monza, ma non si possono fare calcoli.
“Bisogna fare punti al Picco e dare una certa continuità di prestazione assolutamente”.
Vuole mandare un messaggio ai tifosi?
“Saluto tutti i tifosi dello Spezia, li ricordo con grande affetto. Una delle cose che mi fa più piacere è che nonostante qualche anno sia passato sento ancora qualche tifoso. Torno sempre volentieri, lo farò anche quest’anno. Bisogna stare vicini alla squadra, tenere duro e poi l’anno prossimo vedremo”.