di
Gennaro Scala
Il debutto in ritardo alla prima telecronaca e il legame profondo con Baggio. L’amicizia «vera» con Dino Zoff, la segreteria telefonica in friulano e quell’odio per la tecnologia
È passato esattamente un anno da quel 5 marzo 2025, quando il mondo del giornalismo ha perso Bruno Pizzul. Non se n’è andata solo una firma della Rai, ma l’ultima grande «voce istituzionale», l’uomo che ha trasformato la telecronaca sportiva in un atto di letteratura orale.
Nato a Udine nel 1938, Pizzul non avrebbe mai immaginato di diventare l’erede di Nicolò Carosio e Nando Martellini. La sua vita era un’altra: era un difensore centrale elegante, uno stopper che aveva calcato i campi di Catania e Caserta. Pizzul approdò anche a all’Ischia, società alla sua prima e storica stagione in Serie D. Lì lo chiamavano «Canna da zucchero», per com’era alto e magro. Calciatore, dunque. Prima che un infortunio al ginocchio spezzasse i sogni di gloria. Ma il destino ha i suoi modi per rimediare. Divenne insegnante, poi, quasi per scommessa, vinse quel concorso in Rai nel 1969 che lo portò a debuttare con quattro minuti di ritardo per un treno perso. Un inizio claudicante per colui che sarebbe diventato l’unico, inimitabile volto del calcio azzurro.
Per sedici anni, dal 1986 al 2002, Pizzul è stato il nostro «compagno di divano». Il suo stile era unico: mentre il giornalismo correva verso l’urlo sguaiato, lui restava sobrio. Si concedeva il lusso del silenzio, interrotto solo da quel «Tutto molto bello» o dal celebre «Attenzione!». Ma nell’immaginario collettivo restano anche altre espressioni iconiche. Come quando descriveva un lancio alto a parabola al centro dell’area, con la palla che veniva «scodellata». O come sottolineava emotivamente un momento di difficoltà incastonando un «soffriamo…», tra due silenzi.

Quando poi arrivò il commento tecnico a due voci, lui lo accolse con un sorriso sornione: gli permetteva, mentre il collega analizzava la tattica, di accendersi una sigaretta lontano dal microfono, con la maestria di chi sa nascondere il fumo ma non la passione. Tra le sue note di colore, il rifiuto della tecnologia. Un aneddoto celebre racconta che, durante i Mondiali negli Stati Uniti, gli fu consegnato uno dei primi telefoni cellulari: lui, infastidito, lo gettò direttamente nel fiume Hudson.
Non solo. Non ha mai preso la patente di guida, preferendo spostarsi spesso in bicicletta. E poi un vezzo legato alla segreteria telefonica: quando viveva a Milano, la sua aveva un messaggio registrato rigorosamente in friulano.
Il vero capolavoro di Pizzul è stato il modo in cui ha saputo narrare i giganti. Con i campioni non cercava mai lo scontro; preferiva il rispetto. Aveva un debole per Roberto Baggio, di cui ammirava l’umiltà silenziosa, così simile alla sua indole friulana. Con lui condivideva il rimpianto per quel rigore sbagliato nella finale contro il Brasile ai Mondiali di Usa 1994. Perché lui, da telecronista, come Baggio, un Mondiale non l’ha mai vinto, seppur dietro al microfono. Di Maradona diceva che guardarlo giocare rendeva il lavoro del telecronista fin troppo facile: bastava tacere. Ha trattato Pelé con la deferenza dovuta a un re e ha condiviso con Gigi Riva la fratellanza di chi preferisce i fatti alle parole. Infine Zoff, un «amico vero», come disse lo storico portiere della Nazionale dopo la scomparsa di Pizzul. Spesso, durante i ritiri degli azzurri o negli spogliatoi, i due comunicavano in friulano. Questo «codice segreto» creava un clima di complicità che a volte intimoriva gli altri giornalisti, timorosi che Zoff stesse dando notizie esclusive a Pizzul.
E poi l’Heysel. Fu testimone diretto della tragedia del 29 maggio 1985, da inviato Rai per la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. Nel suo drammatico racconto a caldo per il TG2, descrisse l’assalto degli hooligans, il crollo del muro e la terribile atmosfera di morte che rese la partita un evento insensato. In interviste successive, dichiarò amaramente che quella tragedia «non ci ha insegnato niente».
Fuori dagli studi radiofonici e televisivi, Bruno restava l’uomo di Cormons. Fuggiva dalle luci di Milano per tornare tra le sue colline, a giocare a tressette con gli amici di una vita, accettando con rassegnata dolcezza i rimproveri della moglie Maria, «La Tigre», come la chiamava lui. Il suo congedo ufficiale avvenne a Trieste, nel 2002. Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, ci resta il ricordo di un calcio più umano, educato e, per citarlo un’ultima volta, incredibilmente “bello”.
5 marzo 2026
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