di
Ludovica Lopetti
Venus Vanadero Serrano si era rivolta al pronto soccorso lamentando mal di testa e difficoltà a camminare, 48 ore dopo era svenuta nella doccia. Dieci giorni più tardi è morta per un’ischemia cerebrale: i familiari hanno denunciato l’Asl per l’omessa diagnosi di una «patologia aneurismatica cerebrale»
Dolori lancinanti al collo e alle tempie, perdita dell’equilibrio e vertigini. Manifestava questi sintomi Venus Vanadero Serrano, 43 anni, originaria delle Filippine ma da anni residente a Biella, quando è corsa al pronto soccorso della città accompagnata dal marito, il 18 settembre 2025. Seguiranno altri due accessi nel giro di quattro giorni, poi una corsa disperata in ambulanza e un trasferimento d’urgenza all’ospedale di Novara, dove la donna morirà il 30 settembre per le conseguenze di un’ischemia cerebrale. La sua cartella clinica ora è finita sulla scrivania dei pm di Biella, che dovranno capire se e come un simile epilogo si sarebbe potuto (o dovuto) evitare. I familiari (assistiti dall’avvocato Nicola Bonino) hanno sporto querela e già inoltrato una richiesta di risarcimento danni all’Asl, ventilando una «responsabilità colposa per imperizia, negligenza ed imprudenza da parte del personale medico» per «omessa diagnosi».
Un passo indietro. Al primo accesso al pronto soccorso, la paziente — che lamentava mal di testa e difficoltà a camminare in linea retta — è stata sottoposta a una radiografia, con esito negativo. Così è stata dimessa e rispedita a casa con una diagnosi di «cervicalgia», un banale disturbo collegato a posture scorrette o tensioni muscolari. Due giorni dopo, il 20 settembre, uno dei quattro figli ha chiamato l’ambulanza dopo essersi accorto che la madre era svenuta nella doccia. A quel punto la donna manifestava già problemi a parlare e difficoltà motorie più severe. Anche in quell’occasione però, dopo alcuni esami sommari, sarebbe stata congedata con l’indicazione di assumere degli antidolorifici. Nessun «accertamento in relazione a eventuali sintomatologie o patologie a livello cerebrale e neurologico» sarebbe stato condotto, secondo quanto si legge nella missiva inviata all’Asl e alla procura. Già in quella data, secondo i consulenti nominati dalla famiglia, una Tac avrebbe potuto rilevare quanto poi si scoprirà solo il 22 settembre, al terzo accesso in pronto soccorso: i dolori alla nuca e l’instabilità motoria erano i segnali di una «patologia aneurismatica cerebrale». Così la paziente è stata trasportata all’ospedale di Novara, dove l’équipe di neurochirurgia l’ha sottoposta a un intervento d’urgenza. La donna morirà una settimana dopo per le complicanze dell’intervento eseguito in extremis, ovvero un’ischemia cerebrale causata da un vasospasmo (un restringimento dei vasi sanguigni, che determina un minor afflusso di sangue al cervello e può portare alla «morte» i tessuti). Ha lasciato un marito e quattro figli di 12, 15, 17 e 22 anni.
Per i consulenti della famiglia, un medico legale e un neurochirurgo, ci sarebbe «un nesso causale giuridicamente rilevante tra il ritardo diagnostico, il vasospasmo e l’exitus della paziente in corrente continuità fenomenologica tra loro». In altre parole, se già al primo accesso in pronto soccorso fosse stato diagnosticato l’aneurisma, la donna si sarebbe potuta salvare con un intervento tempestivo. Invece le sue condizioni si sono rapidamente aggravate e, quando è arrivata all’ospedale di Novara, il suo quadro clinico era già compromesso.
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6 marzo 2026 ( modifica il 6 marzo 2026 | 12:41)
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