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Monica Scozzafava, inviata a Napoli
Il centrocampista azzurro, ormai protagonista con Conte, si racconta: «Non datemi di giovane, in Europa i ragazzi di 17 anni giocano la Champions. Mi sono tolto parecchi sassolini dalle scarpe»
«Il destino sono le scelte che fai». Antonio Vergara, centrocampista del Napoli, ha una storia curiosa da raccontare: da riserva a titolare in un mese, tre gol in quattro partite. Conte ha gli uomini contati per i tanti infortuni. Lo lancia. Vita da single, casa propria, lavatrici, stiratrici, bollette e pensieri. «Giovane, eh!».
Si può essere saggi a 23 anni, si può cadere — una, due e anche tre volte — e sapersi rialzare. Il calcio per Antonio Vergara, classe 2003 è stata un’altalena di emozioni e di umori. A 17 anni decide di smettere («due anni sempre in panchina») ma quella concessionaria di auto del papà dove tenta di vivere per un mese un’altra vita, gli è sembrata una grande stanza senza finestre, triste. Ritenta, allora. Si rompe il crociato, otto mesi fermo, il mondo che crolla. Insiste. Vergara oggi è uno dei calciatori più promettenti della serie A, con i suoi gol sta trascinando il Napoli alla qualificazione in Champions. Sogna il Mondiale. Sul polpaccio tatuata una poesia di Eduardo (Si t’o sapesse dicere), che è una promessa d’amore.
A chi?
«A quelli a cui non riesco a dirlo. Anche alla mia maglia».
Troppo giovane per certi palcoscenici?
«In Europa i ragazzi a 17 anni giocano in Champions, in Italia si parla tanto di talenti ma forse non siamo pronti culturalmente a considerarli tali. Non chiamateci più giovani, per il calcio non lo siamo. Pio Esposito ha due anni meno di me, è fortissimo. Fisicamente e anche mentalmente. È il futuro dell’Italia».
Lei non lo è?
«Non lo so, già essere andato a cena con Gattuso è stata una soddisfazione. In questo momento ci sono tanti giocatori che meritano la Nazionale. Ma ci credo, lavoro. Provo a migliorare. Gattuso mi ha chiesto di continuare così…».
Se il Napoli non avesse avuto tanti infortuni, lei sarebbe stato poco più che spettatore?
«Ci penso tutti i giorni in realtà, ma non mi dà fastidio. Nel calcio accade e neanche di rado. Io ho avuto la tenacia di stare in questo spogliatoio pieno di campioni, con l’idea di fare una formazione. A gennaio potevo andar via, questi erano i programmi… Poi quello che è successo non era prevedibile, però mi sono fatto trovare pronto. Sapevo di avere la stima di Conte».
Tutto in un mese.
«Sono passato dall’essere il signor nessuno al signor qualcuno. Faccio le cose di sempre, mi vedo con i pochi amici che ho ai quali il calcio neanche piace. Ma non sono più un invisibile. Divertente da un lato».
Pressione?
«In campo tutto come prima. La responsabilità è un’altra cosa: so che devo dimostrare il triplo, certo. È un peso ma di quelli belli».
All’inizio anche gli avversari non la conoscevano.
«Non sapevano neanche se ero destro o sinistro».
Una soddisfazione?
«Mi sono tolto parecchi sassolini dalle scarpe».
Ce ne riveli uno.
«Mai giocato nelle Nazionali giovanili. O non convocato o panchine».
Il gol col Chelsea in Champions al Maradona: non poteva cominciare meglio.
«Ci ho pianto, quel gol valeva poco. Siamo usciti dalla Champions. Potendo scegliere… zero gol, zero numeri e stare ancora in gioco. La gloria personale è relativa, il focus è la squadra, l’obiettivo».
L’insegnamento di Conte che mette sopra tutto.
«Dice che ogni cosa ha il suo tempo, nessuno ti regala nulla».
Un complimento?
«L’unica volta che mi ha detto bravo è stato dopo la partita con il Genoa, che però avevo giocato male. Ma il rigore al 95’ ci aveva fatto vincere. Conte vuole vincere sempre».
De Bruyne è rientrato, lei può perdere il posto.
«Certo, ogni giorno penso che quello che vivo può essere passeggero. Sono contento di riallenarmi con lui. Vede cose che noi non vediamo. E non puoi imparare, neanche copiare».
Anguissa pure è guarito.
«Lui ha una cosa che non è comprabile, il carattere. Gioca con una tale aggressività, ma come se fosse nel parco di casa sua».
Un modello?
«Da bambino Messi, inarrivabile. Ero e resto innamorato di Zielinski».
Nello spogliatoio?
«Di Lorenzo. Ha giocato con un dito del piede rotto per mesi. Vince sempre lui».
Mangia sano?
«Non si scappa. Due gocce d’olio, niente zuccheri. Regole ferree da noi».
Il Napoli si qualifica in Champions?
«Noi siamo forti di testa, altrimenti con una stagione come questa non staremmo lì attaccati. Ci rialziamo sempre. Conte non lascia nulla al caso, i dettagli diventano forza».
Da grande?
«Dare la possibilità alla mia famiglia di non lavorare più».
Legge le pagelle post gara?
«La pagella è il parere di mio padre e quello del mio agente. Chiamo loro appena finisce la partita».
Più severo suo padre o Conte?
«Che domanda, Conte!».
Calcio e poi?
«Formula 1 e basket».
Bello o bravo?
«Bravo e single».
6 marzo 2026 ( modifica il 6 marzo 2026 | 12:50)
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