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Redazione Economia
Gli attacchi nel Golfo riaccendono i timori per lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per petrolio e gas. Un blocco prolungato spingerebbe il greggio verso i 150 dollari e colpirebbe soprattutto le economie asiatiche
L’escalation militare tra Iran e l’asse Stati Uniti-Israele, iniziata il 28 febbraio e rapidamente estesa con attacchi missilistici e droni contro diversi Paesi del Golfo, sta riportando al centro dell’attenzione mondiale la sicurezza delle rotte energetiche del Medio Oriente. Al cuore della tensione c’è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita una quota cruciale del petrolio e del gas destinati ai mercati globali. «Se il blocco dovesse diventare effettivo e duraturo, il mercato potrebbe trovarsi di fronte a uno choc energetico capace di spingere il petrolio oltre i 150 dollari al barile, con pesanti ripercussioni sull’economia mondiale», spiega un’analisi approfondita di Sandeep Rao, senior Researcher di Leverage Shares. Un’analisi suffragata anche dal ministro dell’energia del Qatar, Saad al-Kaabi, che ha appena lanciato sul Financial Times un monito allarmistico: se gli scontri Iran-Usa-Israele dovessero proseguire e il Canale Hormuz restasse compromesso tutti i produttori dell’area finiranno per dover bloccare le operazioni e il barile di petrolio potrebbe raggiungere 150 dollari, «trascinando al ribasso le economie di tutto il mondo».
Il ruolo chiave dell’Iran nel mercato energetico asiatico
Negli ultimi anni l’Iran ha rafforzato la propria presenza nel mercato asiatico nonostante le sanzioni occidentali. Dopo l’accordo sul nucleare del 2016 (JCPOA) e il successivo ritiro degli Stati Uniti nel 2018, Teheran ha progressivamente spostato il baricentro delle esportazioni verso l’Asia. Oggi la Cina assorbe circa il 90% del greggio iraniano esportato via mare, spesso acquistato con sconti stimati tra il 10 e il 15% rispetto al Brent, il petrolio di riferimento per il Mare del Nord. Grazie a questa strategia di prezzi ribassati, le entrate petrolifere iraniane sono comunque rimaste consistenti, con ricavi annuali stimati tra 43 e 53 miliardi di dollari negli ultimi anni. Nel complesso, gran parte dell’Asia dipende fortemente dall’energia proveniente dal Medio Oriente. La Cina ricava circa metà delle proprie importazioni petrolifere dalla regione, mentre l’India mantiene livelli analoghi. Ancora più esposte sono economie come Giappone, Corea del Sud e Taiwan, che importano dal Medio Oriente tra il 70% e oltre il 90% del loro fabbisogno di greggio.

Hormuz, il collo di bottiglia dell’energia globale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più sensibili dell’intero sistema energetico mondiale. Attraverso questo corridoio marittimo transitano ogni anno circa il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di gas naturale liquefatto. Nel 2025 circa 13 milioni di barili al giorno hanno attraversato questo passaggio, con l’Asia come principale destinazione. «La posizione geografica rende il tratto di mare particolarmente vulnerabile: la costa settentrionale è controllata dall’Iran, che dispone della capacità militare per minacciare o interrompere il traffico marittimo», spiega Sandeep Rao.
La crisi si aggrava
Gli ultimi sviluppi hanno già avuto effetti immediati. Dopo gli attacchi contro Paesi del Golfo, il Qatar ha fermato la produzione nel grande complesso di GNL di Ras Laffan, mentre l’Arabia Saudita ha chiuso per precauzione la gigantesca raffineria di Ras Tanura. Anche alcuni giacimenti nel Kurdistan iracheno hanno sospeso l’attività. Il 2 marzo Teheran ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre i premi assicurativi per le navi sono aumentati fino a quattro o cinque volte rispetto ai livelli normali. Migliaia di imbarcazioni sono rimaste bloccate nel Golfo Persico o al largo delle coste di Oman ed Emirati. «Esistono alcune rotte alternative via oleodotto, come il collegamento saudita East-West o quello emiratino Habshan-Fujairah, ma la loro capacità complessiva è limitata a circa 6-7 milioni di barili al giorno, insufficiente a compensare completamente un blocco marittimo. Ancora più vulnerabile è il gas: il GNL del Qatar non ha rotte alternative, il che significa che un blocco di Hormuz metterebbe a rischio l’intero flusso di esportazioni», analizza Sandeep Rao.

Il mercato teme un nuovo choc energetico
Le rassicurazioni di Washington – tra scorte militari e garanzie assicurative per le navi – non hanno convinto pienamente il settore marittimo e gli operatori energetici. Le compagnie ricordano che, anche con la presenza navale occidentale, negli ultimi anni gli attacchi nel Mar Rosso hanno continuato a far lievitare i costi assicurativi e a scoraggiare il traffico. «Molte economie asiatiche dispongono di riserve strategiche di petrolio e gas sufficienti per circa due mesi, ma si tratta di scorte pensate per emergenze interne, non per una crisi prolungata delle rotte energetiche globali. Se lo Stretto di Hormuz dovesse restare chiuso o fortemente limitato, circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e oltre 130 miliardi di metri cubi annui di gas finirebbero sotto forte pressione», ragiona Sandeep Rao.
L’impatto sull’Asia
In uno scenario del genere, il mercato potrebbe reagire con un’impennata dei prezzi del greggio oltre i 150 dollari al barile, riaccendendo lo spettro di una recessione globale. Le economie asiatiche, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, sarebbero tra le più colpite. Non a caso sui mercati finanziari della regione – da Tokyo a Hong Kong fino a Seoul – si sono già registrati cali significativi. «Se la crisi dovesse protrarsi, cresce anche l’ipotesi di un riavvicinamento energetico tra Asia e Russia, con Mosca pronta a offrire forniture alternative per attenuare la pressione sui prezzi e sulla sicurezza energetica della regione», dice Sandeep Rao.
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6 marzo 2026 ( modifica il 6 marzo 2026 | 19:11)
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