di
Candida Morvillo
L’imprenditrice: «Oltre al carcere ingiusto, risarciti i danni alla mia vita»
«Quattro processi in Appello, tre in Cassazione e ora, finalmente, una sentenza con tutti i puntini sulle i. Sono commossa, felice, avrei voluto abbracciare i giudici, ho potuto abbracciare solo i miei avvocati Massimo Rossi e Pamela Picasso». Giulia Ligresti esulta: la Corte d’Appello di Milano, I Sezione penale, ha respinto il ricorso della Procura Generale e dell’Avvocatura dello Stato, riconoscendo che nel 2013 fu vittima di un errore giudiziario e aumentando l’indennizzo disposto nel 2025. Era stata arrestata per falso in bilancio aggravato, false comunicazioni e manipolazioni del mercato, nell’inchiesta su presunte false riserve sinistri della Fondiaria Sai di cui era vicepresidente esecutivo. Aveva patteggiato, poi, aveva ottenuto la revisione del processo ed era stata assolta perché il fatto non sussiste.
Quali sono «i puntini sulle i» a cui teneva?
«Innanzitutto, la sentenza riconosce che il mio patteggiamento fu “il risultato di una pressione cautelare intensa”. La parola “pressione” è il contrario di una scelta libera: mi ero ritrovata di colpo in carcere, separata dai miei tre figli, di cui uno piccolo; mia sorella era in carcere, mio padre ai domiciliari, mio fratello al riparo in Svizzera e io ero senza documentazione, senza neanche carta e penna, in pieno agosto. Come potevo organizzare una difesa adeguata?».
La prima sentenza le negava la riparazione proprio perché lei aveva patteggiato.
«Un’impostazione poi smentita dalla Cassazione e che ora fa giurisprudenza. Patteggiare non è segno di colpevolezza: io patteggiai perché il “metodo” è che esci se patteggi. Anche mia sorella Jonella, dopo quattro mesi di detenzione, è potuta tornare a casa solo con un patteggiamento, poi respinto dal giudice. Ma il Gip che ha accettato il mio non si è chiesto quale fosse la reale volontà di una detenuta in isolamento che in soli dieci giorni aveva già rinunciato a difendersi. Né perché l’unica prova dell’accusa fosse una perizia tecnica senza controperizia. E qui veniamo all’altro principio».
«Questa sentenza scrive che l’errore giudiziario è “integralmente riconducibile” alla consulenza tecnica “gravemente errata” disposta dai Pm e non alle mie dichiarazioni. Al secondo tentativo in Appello, invece, pareva che l’errore giudiziario fosse colpa mia perché non mi ero difesa. Ora, invece, la Corte riconosce che non potevo produrre una controperizia dal carcere di Vercelli, a Ferragosto: un’analisi tecnica di quel livello richiede mesi di lavoro in libertà. Mio fratello ha potuto farla solo perché era libero. Parliamo del bilancio della seconda compagnia di assicurazioni d’Italia, non di una pizzeria di periferia».
«Perché questa sentenza è limpida: spiega che sono stata assolta perché il bilancio della società era corretto. Mentre, la precedente sentenza, che pure mi dava ragione, mi definiva “rampolla”, che è un dispregiativo. Mi auguro che Procura Generale e Avvocatura dello Stato non facciano l’ottavo ricorso. Sarebbe persecuzione».
Ora, le vengono anche riconosciuti danni biologici, esistenziali, morali e reputazionali e non più solo l’ingiusta detenzione.
«Questo è il vero punto. Prima dell’arresto, ero nel mondo dell’impresa, delle istituzioni, svolgevo attività umanitarie ed ero appena rientrata da Gaza. Ma negli atti, si parla di “comportamento criminale” e “particolare devianza”: parole lette da migliaia di persone. La diffamazione è stata massiva. Dopo tutto quello che ho passato, riconoscere come errore dello Stato solo il carcere preventivo significava che tutto il resto era colpa mia. Ma non è stata colpa mia. Ora, mi ritengo fortunata perché i giudici hanno capito. Hanno anche riconosciuto che la mia frase “c’erano delle aspettative” non equivale a un’adesione all’impianto accusatorio, come se la condanna me la fossi cercata».
È una frase che si legge nel patteggiamento, quando lei ammette «aspettative sui bilanci della società».
«Oggi, la Corte dice che non si riferiva alla riserva sinistri, ma era generica: è normale aspettarsi che una società funzioni. Però la verità l’ho scritta nel mio libro Niente è come sembra: quella frase era dettata dal Pm».
Un indennizzo di 95 mila euro, a parte i 30 mila di spese legali: che ne farà?
«Andranno a padre Sibi, in India, perché i suoi bambini hanno bisogno di scarpe e divise, e alla fondazione Realmonte per i Maristi blu in Siria, per i bambini e una sartoria che dà lavoro alle donne».
C’è davvero la possibilità che si candidi a sindaco di Milano col centrodestra?
«Leggo sui giornali di chat in cui si parla di me, ma di cui non so nulla. Io ho sempre detto che mi piacerebbe fare qualcosa per la mia città e il mio Paese. Ma tra il lavoro di designer e i viaggi umanitari non so quanto un simile impegno potrebbe conciliarsi con la mia vita».
Il suo sì al referendum è scontato?
«Voterò sì: è l’inizio di una maggiore indipendenza per i magistrati che non vogliono stare in logiche correntizie. E un vantaggio per i cittadini».
Quali le conclusioni dopo 13 anni di processi?
«Alla fine, la giustizia si è corretta. Ho trovato persone con pregiudizi o impreparate, ma anche magistrati attenti alla verità e alla legge. Quindi credo che l’elemento umano sia la vera discriminante».
6 marzo 2026 ( modifica il 6 marzo 2026 | 22:04)
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