di
Gabriele Buselli
Gigliola Trentin, 40 anni a settembre, ha percorso la strada – 23 chilometri e – 102 volte in sei mesi: «Mio figlio è orgoglioso, i miei genitori mi guardano con sospetto»
Nel Giro d’Italia del 1976, sul Passo Manghen, salendo da Molina, scollinarono un giovane Francesco Moser e Roberto Poggiali. La strada, scendendo verso Borgo Valsugana, era ancora sterrata, ma Moser e Poggiali affrontarono i tornanti senza nessun timore, allungando sul gruppo. Un calcolato furore di due discesisti incredibili. Frammenti dell’epica del ciclismo che ne hanno fatto la storia. Sono passati 50 anni e Gigliola Trentin (40 anni a settembre) non era ancora nata. Ma del Passo Manghen ne ha fatto una fede e, anche lei, una lucida follia, seppure al contrario. In sei mesi ci è salita oltre 100 volte e, cadauna, sono 23 chilometri e 1.600 metri di dislivello. Seduta al bicigrill della ciclovia della Valsugana accetta di parlare di sé e di un’impresa pazzesca che, per la sua mente, non ha ancora limiti.
Inutile girarci attorno, si sente bene? Nel senso che per fare queste imprese serve un pizzico di sana follia.
«Mi sento benissimo, mi rendo ovviamente conto che si potrebbe pensare a un pizzico di follia. D’altronde per fare certe cose una rotellina deve girare più delle altre».
In sei mesi, da maggio a ottobre, ha scalato 100 volte il Passo Maghen. Quando è nata quest’idea?
«Cerchiamo di essere precisi, sono 102, non bariamo sui numeri. L’idea mi è venuta quattro anni fa, quando sono salita in bici per la prima volta e ho deciso di affrontare il Passo Manghen. Pensi che la strada passa proprio davanti a casa mia. Una illuminazione: ho pensato, è mio».
Forse il contrario, è stato il Manghen a imprigionarla…
«Può anche darsi, mi ha conquistato veramente. Una montagna dal fascino incredibile. Qualcuno dice che è più dura dello Stelvio. Non finisce mai».
Forse non serviva la bici per scoprirlo, bastavano due passi o salirci in macchina.
«In macchina? Solo per estrema necessità, la montagna va rispettata. Infatti ci sono salita anche due volte di corsa».
Come di corsa, sono 23 chilometri a una pendenza media del 7,5 per cento.
«Calma, sono quasi 50 chilometri, considerato che sono anche scesa di corsa. Di certo non mi aspettava nessuno in cima per riportarmi a casa».
C’è qualcuno che viene con lei in questa impresa che sa di lucida follia?
«No, su 102 volte 95 l’ho fatta da sola. Sui numeri sono precisa e poi essere sola mi aiuta a pensare, a riflettere. Mi ascolto e mi rilasso».
Cosa significa affrontare 23 chilometri con oltre 1.600 m di dislivello 102 volte in sei mesi?
«Mi sono messa alla prova, giorno per giorno, con il freddo primaverile e con il caldo estivo. Non è poco, voglio solo scoprire il mio limite e ancora non l’ho trovato».
Ricorda la prima salita del 2025?
«Sì, era inizio maggio, in cima c’era ancora le neve. Salendo, come sempre, ho pensato che sarebbe stata l’unica».
Scusi, non mi dica che anche negli anni scorsi si è fatta il Passo Manghen?
«Ma, non molte: nel 2024 ci sono salita 36 volte, nel 2023 sono state 48 e l’anno prima 42. Per superare le 100 ho dovuto aspettare il 2025».
Facciamo di conto: sono 228 volte in quattro anni, lungo una delle salite più dure che esistano. Sono 364.800 metri di dislivello, roba da far scoppiare il cuore e i polmoni! Solo i professionisti, e non tutti, fanno numeri simili.
«Non sono una professionista, ma ho la testa dura. Lavoro sulla mia mente e poi lavoro veramente. Inoltre sono anche mamma di un bellissimo bambino».
Del lavoro e della mamma parliamo dopo. Una curiosità: non è che deve cancellare una pena d’amore o una delusione? Di solito, in questi casi, ci si riempie la testa di altre cose: chiodo scaccia chiodo.
«Scherza (ride), sono molto felice, anzi felicissima e soprattutto molto innamorata».
Non so dove prende il tempo per l’amore visto che lei si alza, prende la bicicletta, sale sul Manghen un giorno sì e uno no. Serafica come svegliarsi e bere il caffè.
«Aggiunga che poi vado anche a lavorare. Inizio alle nove».
Calcolando che tra salire e scendere ci vogliono minimo 2 ore e 30, quindi si farà pure una doccia, consumerà la colazione, come minimo si alza alle 5:30.
«Sì, c’è qualcosa di strano? C’è gente che si alza alla stessa ora e va in fabbrica a fare i turni. Io, invece, mi alzo, mi vesto, prendo la bici e parto».
Mi faccia dubitare, credo che sul lavoro qualche ora di sonno ci scappi o no?
«No (spalanca gli occhi). Altrimenti resto senza lavoro, devo stare anche parecchio attenta. Faccio l’estetista a Borgo Valsugana e non posso sbagliare. Ma, forse, è proprio la fatica del mattino che mi dà una bella botta di vita per iniziare la giornata».
Ha un figlio di 11 anni: cosa ne pensa della sua passione? Non è geloso per il tempo che gli porta via?
«Proprio per questo mi alzo presto, quando lui ancora dorme, ma so che è orgoglioso di me. Racconta le mie avventure a scuola e i docenti e i compagni restano a bocca aperta».
Questa sfida in cosa l’ha arricchita?
«Mi ha plasmato un carattere tosto. Posso sembrare presuntuosa, ma adesso ho meno timori e incertezze. A dire il vero grossi timori e grandi incertezze non ne avevo neppure prima».
Presuntuosa eh?
«Ne trovi un’altra che si fa 102 volte il passo Manghen in sei mesi, poi va a lavorare e ha ancora tempo per giocare con il suo bambino».
Con questa risposta si attirerà le antipatie di qualche persona.
«Nessun problema, sono abituata. Fortunatamente non sono tutti così, le mie amiche mi capiscono e capiscono la mia passione. Ma le dico le verità, i miei genitori e mio fratello mi guardano con sospetto quando salgo in bici. A volte penso che prima o poi me la faranno sparire».
Chi è Gigliola Trentin?
«Una donna che ha una forza di volontà pazzesca. Sono convinta che la mente possa fare cose straordinarie. Io comando il mio corpo e lui deve obbedire».
Non vorrei essere il tessuto dei suoi muscoli, ma andiamo avanti. Il 2026 è iniziato, quando si rimette in sella?
«Presto, devono ridarmi la bicicletta, è un ferro vecchio eppure ci sono affezionata. Certo che se qualcuno me ne volesse regalare una nuova….(il messaggio è ben indirizzato)».
Torniamo alle 102 salite in sei mesi. Non riesco a capire come non le sia passata la voglia.
«Sta scherzando? Sa che oltre al Maghen ho partecipato anche a un’altra sfida che prevede 36 salite in 36 giorni. Sono altri 53.000 metri di dislivello».
Mi scusi, ma è sicura di stare bene?
«La gente dovrebbe studiare di più. Sa cosa diceva Erasmo da Rotterdam? “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida visionaria follia”. I progressi della società non sono frutto della routine, nascono da intuizioni, da studi che, in molti casi, non venivano presi in considerazione. La Silicon Valley è nata in un garage. Dobbiamo avere il coraggio di osare. La diversità è un valore che spinge tutti ad allargare il pensiero. Insomma la gente si dovrà preoccupare quando non mi vedrà più fare sport e, soprattutto, salire in bicicletta sul passo Manghen, che piova o faccia zero gradi».
Adesso che programmi ha?
«Ho un progetto, ne ho parlato con la mia squadra la Dragon bike Strigno. Un evento che però voglio tenere segreto».
Mi permetto di svelare questo segreto, così la obbligo a mantenere l’impegno. Lei vuole fare 8.848 metri di dislivello consecutivi in bici sulla stessa salita. Uno sforzo, non solo muscolare, ma terribile anche mentalmente. È l’altezza dell’Everest.
«Beh, credo che ci riuscirò».
Non ne dubitiamo. Lo sa che la chiamano la Regina del Manghen?
«Sì. Lo gridano quando salgo, e le dico la verità, non ho paura che mi rubino la corona, pesa troppo. La mia non è presunzione, mi creda. È forza di volontà, le ripeto, quella che tutti noi abbiamo nel cuore e che ogni giorno ci aiuta ad andare avanti, a superare le difficoltà. E pi me lo lasci dire, quando salgo sul Passo, mi immagino di vedere Moser che scende a rotta di collo. Allora sì mi sento piccina. Quelli erano campioni. Testa dura e ragionato furore».
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4 marzo 2026 ( modifica il 4 marzo 2026 | 08:32)
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