di
Luca Bertelli
Regista di “Un bel giorno”, in uscita nelle sale, è stato ospite al BSMT: “Al cinema l’onda Zalone aiuta tutti. Sanremo mi spaventa, ho detto no a qualche invito: me la facevo sotto, l’eredità di un Benigni la senti su quel palco. Olmo? Il nome me lo diede il mio parrucchiere. Giocavo a baseball, poi arrivai quarto a un concorso per comici e fui preso a Zelig».
Nelle sale con “Un bel giorno”, film che ha diretto come regista e del quale è protagonista come attore in coppia con Virginia Raffaele (“Una sorella per me”), Fabio De Luigi pochi giorni fa è stato a Brescia alla Multisala Oz per la visione in anteprima della pellicola e ne ha approfittato anche per essere intervistato da Gianluca Gazzoli nel suo podcast BSMT.
I due avevano calcato insieme il palco di Sanremo una settimana fa, in vesti diverse: De Luigi da ospite, Gazzoli per condurre la gara dei giovani. «Mi spaventa molto Sanremo – ha ammesso l’attore – resto ammirato da quella macchina televisiva che si muove e ho detto no qualche volta ad alcuni inviti: me la facevo sotto, pur essendo spettatore storico di quel programma. Con Virginia invece eravamo lì a promuovere il film ed era diverso: quest’anno per me c’era meno tensione. Quando arriva il comico hai in mente i 20 minuti travolgenti di Benigni, ma quella eredità lì la senti: per chi fa il nostro lavoro è un palco difficilissimo».
Così come è difficile far ridere le persone, anche se è il suo mestiere: «Fare delle commedie è complicato perché devi rendere interessanti cose normali che avvengono nella vita di tutti i giorni, sembra facile e invece non lo è».
Ma come è partita la sua carriera? «Io sono nato a Santarcangelo – racconta – e sono partito facendo un concorso per giovani emergenti che si teneva a Bologna. Era quasi l’unica possibilità in quel periodo. Sono venuto a conoscenza di quel concorso perché due anni prima lo aveva fatto Daniele Luttazzi, che è di Santarcangelo e mio amico. Dentro di me c’era la convinzione di poter fare questo mestiere, era innata, però non potevo certo andare a Roma a fare una scuola da attore. Mi sono iscritto e sono andato in bici presentando un pezzo che avevo scritto quel giorno, un pezzo autobiografico. Fui preso tra i 16 finalisti su 100 aspiranti, poi come nei tornei del tennis iniziava l’eliminazione diretta: la finale fu al Teatro Duse di Bologna con mille persone in platea. Sono arrivato quarto e i primi tre andavano al Maurizio Costanzo show, che ti faceva partire la carriera in quegli anni: sembrava una sfortuna e invece è stata la fortuna più grande della mia vita perché avevo solo cinque minuti di repertorio. Mi videro Gino e Michele, che mi fecero esibire allo Zelig in mezzo a due comici. Avevo 23 anni, andò bene e mi chiesero un pezzo da 40 minuti: divenne immediatamente lavoro. Facevo qualche data al mese, in più giocavo anche a baseball in Serie A1 da semiprofessionista: ho fatto due anni al Rimini, che era tra le squadre italiane più forti, prima di dedicarmi solo allo spettacolo».
Il mestiere del comico: «Sei autorizzato a tutto per poter far ridere, se non ci riesci però ti senti un cretino e quella cosa fa male»
Ripensamenti? «A me è successo un paio di volte di dire smetto, ho fatto 10 anni di postacci e teatrini: è umiliante, sulla prosa puoi barare ma sulla comicità è più difficile. Sei autorizzato a tutto per poter far ridere, se non ci riesci però ti senti un cretino e quella cosa fa male. Per fortuna sono successe sempre delle cose dopo che mi hanno fatto ripartire: due volte, nello specifico, sono andato a fare serate molto belle dopo alcune pessime e sono ripartito».
L’approdo a Mai dire gol: «Entrai con Crozza e Dighero, mi imposi per fare Lucarelli e Olmo inizialmente era stato bocciato»
La svolta definitiva fu in tv, con la Gialappa’s e gli anni memorabili di “Mai dire gol”. «Io lì – spiega – entrai con un cambio generazionale, rimasero solo Bisio e Littizzetto dei vecchi, insieme a me entrarono Crozza e Dighero: io in realtà fui preso per evitare che andassi nel programma della Dandini, me lo dissero chiaramente. Quando tu sostituisci dei mostri sacri ti dicono sempre che era meglio prima, all’inizio fu così, invece poi con i miei personaggi mi feci largo. Il primo fu Bastilani, Fabius invece nacque perché non c’era spazio in scaletta e serviva un personaggio veloce, ci inventammo questo modello con l’alitosi».
Poi, spazio ai retroscena: «Io credevo tanto al personaggio di Lucarelli, ci ho messo un anno a convincere la Gialappa’s. Olmo lo portavo già in giro nei miei spettacoli, dopo un minuto e mezzo però Gherarducci me lo bocciò. Cercavamo un nome di un cantante degli anni Sessanta, il mio parrucchiere mi propose Olmo e mi piacque: ho duettato persino con Giorgia, Jovanotti, i Negrita. Al terzo-quarto pezzo facemmo un disco, vendette 250 mila copie: una cosa esagerata, in un’ora ne vendettero 15 mila e di corsa fecero stampare altre copie perché erano finite».
Poi, il passaggio al cinema e al teatro: «Vivo nel terrore di annoiare gli altri – racconta – dopo 6-7 anni con la Gialappa’s avevo paura di essere divorato dai miei personaggi e sentivo l’esigenza di fare altro, di diventare solo Fabio De Luigi. A fare la gara su se stessi, poi, si perde sempre: sono scappato dalla ripetitività. Love Bugs per esempio mi colpì subito, accettai immediatamente. Gennaro Nunziante era tra quelli che scriveva per noi, il team autorale era di altissimo livello». E non c’erano i social, quando De Luigi divenne celebre: «L’impatto che ho avuto lo vedo più adesso che prima: la tv era una bolla e avevi solo gli ascolti come termometro».
In merito al cinema, parla apertamente di effetto Zalone: «Il successo di Luca (Medici, il vero nome di Checco, ndr) si riverbera su tutti, perché torna fiducia nel rapporto tra il pubblico e la sala nei film italiani: smuove molto, l’onda Zalone fa bene a tutti».
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6 marzo 2026
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