di
Daniele Manca

Il ceo: «Siamo al quinto anno di crescita consecutivo. Le scelte su digitale, sostenibilità e non solo, sono figlie di Lorenzo Bertelli che seguirà anche il nuovo brand»

Doveva essere un consiglio d’amministrazione nel quale potersi fare i complimenti per aver riportato in Italia un brand storico del nostro Made in Italy, Versace. Un’acquisizione chiusa il 2 dicembre che, su base pro forma, ha portato immediatamente i ricavi di gruppo ben oltre i 6 miliardi, verso quota 6,3. O per sottolineare quegli utili che, in anni non facili per il lusso, aumentano a 852 milioni di euro e questo nonostante un meno 1% di vendite retail Prada che si affiancano però a una Miu Miu che continua a correre con un più 35% sull’anno. Ma proprio Miu Miu da brand fenomeno degli ultimi anni segnala con un più 20% nell’ultimo trimestre del ‘25 un momento di passaggio visto che nello stesso periodo del ’24 aveva fatto più 84%.

Risultati trasparenti quanto da leggere e studiare, ma che faranno da punto di riferimento per l’intero settore e non solo. «Quinto anno di crescita consecutivo», ha detto Andrea Guerra da amministratore delegato del gruppo ai colleghi consiglieri. Ma se già l’orizzonte globale non era calmo, da poco meno di una settimana si è ancor più oscurato con l’attacco americano-israeliano all’Iran. È per questo che possono aiutare le considerazioni “tranquille” di un manager di lungo corso come Guerra, aiutato dalla sua esperienza di nuotatore agonistico, ma con alle spalle la guida di tante grandi aziende da Merloni a Luxottica, come pure tanta industria con le molte crisi che questa ha dovuto affrontare nel corso degli ultimi anni. «Sa, proprio questi ultimi anni ci hanno abituato a essere agili, veloci, flessibili, puoi darti qualche giorno per capire meglio cosa accadrà ma mentre capisci devi già reagire».



















































Questo attacco all’Iran appare ancora nebuloso nelle sue potenzialmente sempre più drammatiche conseguenze…
«Distinguiamo intanto le reazioni personali da quelle aziendali. Le persone possono essere state sorprese. Il mondo musulmano in particolare per il periodo (durante il ramadan). Anche perché la prima domanda che ci si pone è: quanto dura. E temo che nemmeno i due signori Trump e Netanyahu che hanno deciso di attaccare abbiano idea di quanto possa durare questa situazione».

Una forte incertezza; e l’incertezza è la nemica principale dell’economia…
«Sì ma la nostra prima preoccupazione sono state le nostre persone. Metterle in sicurezza. Avevamo anche persone mandate lì in missione che dovevano rientrare. Capisce la responsabilità che sentivamo e sentiamo nel dover agire come abbiamo fatto sin da subito preoccupandoci della loro sicurezza».

E l’azienda?
«Ma quello mi lasci dire che siamo pronti. Vuole che le faccia l’elenco di quello che abbiamo affrontato in questi anni?»

Voi come tutti.
«Esatto. Solo in questo decennio abbiamo avuto il Covid, e siamo riusciti a crescere anche durante una pandemia, l’invasione dell’Ucraina. E molti dimenticano che già a luglio l’Iran era stato bombardato e che per reazione anche il Qatar lo era stato».

Ma questo significa che dobbiamo abituarci a un mondo attraversato da bombe, attacchi, stragi, drammi?
«Fare a pugni con la realtà è inutile. Siamo pronti ad affrontare situazioni negative ma anche straordinariamente positive come l’intelligenza artificiale. Abbiamo prodotti, marchi che non tradiscono, che sono forti, che non ondeggiano da destra a sinistra ma che hanno un loro percorso chiaro, identificato dal consumatore vecchio e dai tanti nuovi».

La situazione cambia di ora in ora però.
«Per questo le dicevo dell’intelligenza artificiale. Ora possiamo analizzare dati, fare collegamenti, fare proiezioni a sei mesi, un anno, a giorni, disegnare scenari mutevoli».

Ammetterà che però avere uno snodo degli scambi mondiali chiuso come lo Stretto di Hormuz provocherà conseguenze in termini di scambi, noli marittimi, costo dell’energia come si vede dai mercati…
«Certo. Per molti settori non sarà facile. Per il lusso e per il Made in Italy dobbiamo tenere presente che molti, per esempio consumatori mediorientali, guardano i prodotti a casa ma comprano lontano nelle grandi capitali».

Per voi il Medio Oriente è importante.
«Sì certo, per questo dico che siamo pronti, grazie ai nostri marchi a quanto abbiamo costruito per rendere la nostra crescita solida e duratura, alle nostre persone, è per questo che possiamo reagire».

Ma combinare i numeri con la “filosofia delle persone” sulla quale ha costruito una strategia in queste ore è più difficile.
«No, se quell’attenzione alle persone significa fare delle cose, come riaprire i negozi. Dare la certezza e la sicurezza di esserci. Abbiamo quasi 18 mila dipendenti sparsi per il mondo, per la precisione 17.901».

Compreso Versace?
«Sì, che ha concluso il racconto di un bel 2025. Una tappa strategica. Un marchio che completa il nostro portafoglio di brand. Abbiamo confermato Emmanuel Gintzburger nel ruolo di ceo, la nomina di Lorenzo Bertelli come Executive Chairman e Pieter Mulier come Chief creative officer».

Operazione conclusa.
«No, iniziata. Chiuso l’accordo, definita la squadra per fare sì che la crescita sia solida e duratura anche per Versace dovremo ripensare alcune cose come la politica distributiva, l’organizzazione, studiare sinergie».

E per lei che è stato definito “traghettatore di generazioni” lavorare con Lorenzo Bertelli che come diceva ha ora il ruolo di presidente esecutivo di Versace.
«Guardi che Lorenzo Bertelli era già pienamente nel gruppo. Il riposizionamento di alcuni marchi, la verticalizzazione di settori, la sostenibilità come centro della nostra azione, sono sue idee. Così come la cultura del digitale. E se siamo pronti e siamo i migliori ad aver sfruttato l’opportunità della tecnologia lo dobbiamo a lui».

Operazione compiuta?
«Ma basta vedere questi anni nei quali abbiamo guadagnato nuovi clienti grazie a un’attenzione costante e continua. E in un settore, le dico, dove l’innovazione che si aspetta il consumatore è ancora tutta da sviluppare».

È per questo che abbiamo visto Zuckerberg e sua moglie all’ultima sfilata Prada?
«Ma no, siamo abituati alle persone eccezionali che ci vengono a trovare. E vede oggi non siamo in una nuova normalità ma nella vecchia normalità del lusso, che significa offrire un sogno, prodotti straordinari con un elevato valore intrinseco, ospitalità e assoluta attenzione al cliente. E si vede quando apri un ristorante a Shanghai».

E perché un ristorante dovrebbe essere segnaletico?
«Perché è anche non solo il più bel ristorante al mondo all’interno della nostra villa Prada Rong Zhai e frutto della collaborazione con il regista Wong Kar-wai, ma anche quello dove si mangia il miglior cibo italiano in Cina. Questo concetto di ospitalità e massima cura nella relazione con il cliente si riflette anche nella creazione di spazi esclusivi e privati con servizi personalizzati all’interno dei nostri negozi Prada, come a Parigi, ma anche presso Alexandra House a Hong Kong, o nei nuovi concept dei negozi Miu Miu a Ginza e Londra. Sono luoghi in cui si è circondati dalla cultura e dall’universo dei nostri marchi, dove si sta bene innanzitutto. Che è il primo passo per costruire qualcosa con chi ci viene a trovare».

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6 marzo 2026