di
Lorenzo Cremonesi

La minoranza cerca di resistere alle pressioni Usa a intervenire in Iran. E nel frattempo subisce i missili di Teheran e delle milizie sciite locali

ERBIL (kurdistan Iracheno) – Determinati a restare fuori dalla guerra in Iran, spaventati però dal rischio di esservi trascinati loro malgrado e memori dei tradimenti del passato: così i curdi iracheni vivono l’ennesima crisi che investe la loro regione. «Lasciate stare i curdi: non siamo fucili in affitto», ha dichiarato Shanaz Ibrahim Ahmed, la moglie del presidente iracheno Latif Rashid, entrambi curdi. 

«Troppe volte nella Storia anche recente, come in Siria, siamo stati utilizzati dagli americani e dai loro alleati per raggiungere obbiettivi che non erano i nostri, per poi essere dimenticati e lasciati soli a pagare le conseguenze», ci dicono alte fonti nel governo regionale a Erbil, commentando le notizie diffuse negli ultimi giorni per cui Washington vorrebbe mobilitare sia i gruppi di curdi iraniani dell’opposizione che una parte dei «fratelli» in Iraq per scatenare una guerra civile in Iran e contribuire alla spallata contro il regime degli Ayatollah



















































Il viaggio

La realtà sul campo sembra però smentire le speranze di Donald Trump. I curdi iracheni non si muovono e sperano ardentemente che anche quelli iraniani stiano fermi. Erbil è una città in attesa. Ci siamo arrivati ieri dalla frontiera turca con poco traffico sulle strade, l’aeroporto chiuso, i posti di blocco più attenti del solito, la tensione alle stelle e le milizie sciite irachene attestate sulla provinciale verso Mosul, ma soprattutto seguendo le cronache dei ripetuti sciami di droni e missili che mirano alle basi Usa e a quelle dei curdi iraniani. 

«Anche oggi gli iraniani ci hanno colpito con due missili e tre droni. Siamo in allarme, potrebbero tornare in ogni momento», dice Aman Zibai, che è sfollato 25 anni fa dalla cittadina iraniana di Mahabad e parla regolarmente con i famigliari rimasti. Almeno, lo faceva sino a prima dell’inizio degli attacchi israelo-americani il 28 febbraio, però adesso «i collegamenti telefonici sono bloccati». 

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Lui vive nel campo profughi di Koia (3.000 abitanti), una quarantina di chilometri da Erbil, e ieri la polizia curda impediva il traffico sia in entrata che in uscita. Fonti diplomatiche occidentali sottolineano che in una settimana di guerra la provincia curda è stata colpita almeno 140 volte e a sparare contro le basi Usa non sono stati solo gli iraniani, ma anche le Pmf (le Forze di Mobilitazione Popolare), le milizie sciite irachene alleate di Teheran. Ieri sera, proprio a Erbil sarebbe stato colpito un hotel. 

Target

Tra gli obiettivi preferiti c’è la base americana presso l’aeroporto internazionale, che sta muro a muro con quella presidiata dai circa 320 soldati del contingente italiano, un’altra ottantina è acquartierata a Sulimanye (dove gli americani sono lontani e dunque arrivano molti meno droni). Proviamo a parlare con gli italiani, ma sia da qui che dal ministero della Difesa a Roma ci dicono che «questo non è il momento, preferiamo mantenere il profilo più basso possibile». 

Lo stesso ripetono i portavoce dei contingenti tedesco, francese, britannico e olandese. «Va sottolineato che l’ombrello antiaereo Usa funziona bene, sino ad ora non sono segnalati morti tra i soldati dei contingenti internazionali e neppure tra i civili», raccontano i diplomatici. Lo stesso non si può dire per le basi in Iraq del Pak e del Pdki, le due formazioni più importanti della resistenza armata curda iraniana, che pare conti circa 15.000 guerriglieri. Qui le vittime ci sono, gli attacchi frequenti, specie nella zona di Sulimanye (per esempio nel campo di Azadi) e lungo il confine, però i dati restano top secret. 

Rispettare i patti

«Noi non crediamo che Trump voglia necessariamente rovesciare il regime iraniano. Però sappiamo anche che vorrebbe sobillare i curdi iraniani alla rivolta e questo automaticamente mette sotto pressione noi in Iraq», ci ricordano ancora al governo di Erbil, dove nessuno intende rompere gli accordi tra Baghdad e Teheran del 2023, quando l’Iraq s’impegnò a non aggredire l’Iran. 

«In questo oceano di incertezze siamo sicuri di almeno due fattori. Oggi il regime iraniano è tutt’altro che sconfitto. Le sue milizie restano forti sul territorio e sono in grado di sedare nel sangue eventuali rivolte interne. Lo vedono anche i nostri ufficiali sul confine: ogni volta che americani o israeliani uccidono un ufficiale iraniano, questo viene rapidamente rimpiazzato. La seconda certezza è che, se per caso noi decidessimo di partecipare alla guerra in Iran, verremmo attaccati dalle milizie sciite irachene e sarebbe guerra civile con conseguenze gravissime per noi»

Vivono circa sei milioni e mezzo di persone nel Kurdistan iracheno (una minoranza tra i 47,6 milioni di iracheni dominati dall’elemento sciita) e il loro territorio è di 46.000 chilometri quadrati, poco più di un decimo dell’intero Paese. A Erbil lasciano capire che il Pentagono ha mandato armi ed è pronto a darne di più: se Trump insistesse, per i curdi sarebbe impossibile negarsi, ma davvero oggi vorrebbero essere lasciati soli.

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7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 09:11)