Piccolo dubbio: siamo di fronte al film dell’anno – cospicuo, profondo, moderno, iperconnesso – o al più clamoroso, ambizioso, spettacolare abbaglio della stagione? Chi scrive sceglie la prima interpretazione. Perché La sposa! ha due garanzie: una regista di gran talento, Maggie Gyllenhaal, che sostiene il film con citazioni colte, profondità psicologica, una visionaria lungimiranza, e due interpreti davvero favolosi come Jessie Buckley e Christian Bale. Lei, in stato di grazia come già si era capito dallo splendido Hamnet dove interpreta la selvatica moglie di Shakespeare. Lui capace di trasformare il Mostro per eccellenza in un sensibile, stralunato bamboccione cucito con ago e filo. Va premesso che il mito della moglie di Frankenstein (da intendersi come moglie della Creatura del dottor Victor Frankenstein) fu introdotto da Mary Shelley nel romanzo che dà inizio alla saga, Frankenstein o il moderno Prometeo (1818). Solo un’idea suggestiva. Una coppia di zombi «rinvigoriti» si muove all’interno di un racconto orrifico: il contesto romanzesco è crudamente macho-maschile e la figura femminile resta subalterna, accessoria, svallettante.
Il personaggio fu sviluppato in un celebre film del 1935 firmato da James Whale, con Boris Karloff ed Elsa Lanchester nei ruoli principali. Ma anche qui la Sposa era solo un complemento al terrorizzante ménage. Che Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter) abbia deciso novant’anni dopo di rianimare l’esangue figurina è la testimonianza 1) della popolarità cinematografica di Frankenstein, protagonista anche del recente film di Guillermo del Toro, 2) dell’attualità della storia, rispetto al caos americano e alla disumanizzazione del Pianeta, 3) della forza del cosiddetto cinema degli emarginati, degli appartati, dei diversi, 4) e del valore dell’intreccio nato dalla fantasia di Mary Shelley anche in termini di puro spettacolo.
La sposa! è dunque un horror d’autore, con piani di lettura multipli e molti ripostigli cinefili. Un dramma esistenziale, una love story sovradimensionata, una performance visuale che già nel titolo richiama Kill Bill di Quentin Tarantino, e poi Bonnie e Clyde, Thelma e Louise e il cinema enigmatico di David Lynch. Un racconto gore con forti valenze sociali e femministe. La Sposa, finalmente, si prende la rivincita sul patriarcato e diventa un simbolo di emancipazione. Cambia l’ambientazione: dall’Ottocento di Mary Shelley passiamo all’America anni Trenta, attraverso una geografia fluida che corre tra Chicago, New York e Kansas City. È un’America operaia, vetero-industriale, affollata di night club, cantieri, poliziotti corrotti e mafiosi dal grilletto facile, pronti a strappare la lingua a chi parla troppo. Ida è una ragazza di vita che si ribella al potere del boss mafioso Vito Lupino. E qui vale la pena ricordare che la britannica Ida Lupino (unione dei due nomi) è stata una celebre diva del cinema muto (1918-1995).
La Creatura, che si fa chiamare Frank, ossessionata dalla solitudine, arriva nello studio del dottor Euphronious (Annette Bening), scienziata genetica in grado di resuscitare i morti. Chiede con garbo una compagna. Badate bene: l’omone non cerca sesso facile. È un puro, un innocente, al mondo suo malgrado, vuole condivisione e rispetto, rifiuta di stare solo, sa che ne morirebbe. Euphronious allora ridà vita a Ida che diventa prima la sensuale Penelope / Penny e poi la Sposa. Il rapporto con la Creatura diventa via via una riflessione sull’emarginazione. Lui e lei sono outsider in cerca di identità, costretti a sopravvivere nel non senso epocale, decisi a smarcarsi da un destino infelice. Inizia un viaggio che è riscatto (per lei) e presa di coscienza (per lui).
I corpi ricostruiti compiono gesti che vanno ben oltre l’ordinario. Inseguiti dai detective Penelope Cruz e Peter Sarsgaard, gli amanti fuorilegge suggeriscono un senso di rinascita, di amore definitivo, di tensione allo zenit verso una libertà che non è solo interiore. Non è un caso che nei momenti topici i due si diano appuntamento in un cinema e nel tratto più acido del film incontrino il divo Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal, fratello della regista). Hollywood, che di quel teatro dell’assurdo dovrebbe essere la ramazza, è invece il crocevia del degrado e dell’abbandono morale. La Sposa in realtà non è una vittima: è una donna riprogrammata a vivere che lotta per l’autodeterminazione. Jessie Buckley interpreta Ida, Penny, la Sposa e Mary Shelley che parla dall’Aldilà, riuscendo a tenere unite personalità e visioni differenti, spesso conflittuali. Vincerà l’Oscar, ma per un altro film, altrettanto importante: Hamnet, in cui è una mater dolorosa di fronte alla morte del figlio. Bale è addirittura commovente nel tratteggiare il suo Mostro languido, vulnerabile, in cerca d’amore.
LA SPOSA! di Maggie Gyllenhaal
(Usa, 2026, durata 126’, Warner Bros Pictures)
con Christian Bale, Jessie Buckley, Annette Bening, Penelope Cruz, Peter Sarsgaard, Jake Gyllenhaal, John Magaro
Giudizio: 4 su 5
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