di
Greta Privitera
I Guardiani della Rivoluzione hanno provato a influenzare l’«Assemblea degli esperti» affinché nominasse il figlio di Khamenei. I chierici boicottano per protesta
Teheran è ancora senza Guida suprema. Il nome slitta, «forse arriva nelle prossime ore», dicono. Quatto giorni fa, dall’Assemblea degli esperti — sventrata dai raid ma evacuata in tempo —, è uscito come possibile prescelto Mojtaba Khamenei, 56 anni, il figlio prediletto di Ali, il leader appena ucciso.
Giovedì gli 88 chierici si sono riuniti in videoconferenza per scongiurare pericoli e per ratificare formalmente la decisione, ma niente da fare: ancora silenzio. Almeno otto membri dell’Assemblea, secondo fonti vicine ai loro uffici sentite dal giornale dell’opposizione con sede a Londra Iran International, avrebbero boicottato la sessione d’emergenza, denunciando la «forte pressione» delle Guardie della rivoluzione per imporre Mojtaba.
Raccontano che fino a qualche minuto prima del voto, i pasdaran avrebbero chiamato compulsivamente per influire sulla scelta delle scelte. È una lotta fratricida, quella che divide il regime: da un lato il figlio dell’ayatollah, spinto e supportato dai suoi fedelissimi pasdaran — il comandante Irgc Ahmad Vahidi, l’ex capo dell’intelligence delle Guardie Hossein Taeb, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf —; dall’altro, i religiosi che gridano al nepotismo.
In fondo, la Repubblica islamica si chiama così per scampare al peccato dei troni dinastici: fu Khomeini in persona, cacciando i Pahlavi, a scegliere «Repubblica» per marcare la rottura con le corti. Ed ecco che, nel gorgo della lotta interna, i media dell’opposizione raccontano di chierici ribelli che si fanno sentire con il presidente dell’Assemblea e il suo direttivo: nominare Mojtaba Khamenei al vertice, avvertono, fa somigliare Teheran a una monarchia sotto il turbante.
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Intanto, secondo Reuters, sei fonti iraniane e regionali confermano: dall’inizio della guerra, i Guardiani della Rivoluzione si sono presi ancora più spazio: hanno voce in ogni scelta che conta. «Ali Khamenei non era soddisfatto dell’idea di suo figlio a capo e non ha mai permesso che questa questione venisse sollevata durante la sua vita», avrebbe detto un membro dell’Assemblea, al telefono. Anche se sono anni che si fa il suo nome. Un altro: Mojtaba «non ha caratura clericale né giuridica». Hanno chiesto il passo indietro e un nuovo voto, pulito. Altrimenti: «Il processo è carta straccia».
Subito dopo l’annuncio della morte di Ali Khamenei, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva detto che «nel giro di qualche giorno» la Repubblica islamica avrebbe avuto la sua nuova Guida suprema. I Guardiani della Rivoluzione spingono per l’amico fidato che porterebbe avanti senza esitazioni la loro agenda ultraconservatrice, blindando lo strapotere politico ed economico che hanno: un terzo dell’intera economia, tra petroliere e affari opachi. La ragione ufficiale sarebbe che data la «situazione speciale» — la guerra — il nuovo leader deve essere annunciato il più rapidamente possibile.
Oltre a Mojtaba, girano i nomi anche di altri candidati come Alireza Arafi, vicepresidente dell’Assemblea degli Esperti, Hassan Rouhani, ex presidente «riformista» e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Rivoluzione, Ruhollah Khomeini. Se la lotta per la successione è in corso, c’è un solo punto su cui, per ora, convergono tutte le anime del regime: il nome del leader sarà scelto da Teheran, non da Donald Trump che, dimostrando per l’ennesima volta di non conoscere questo Paese, si illude di poter imporre il prossimo ayatollah.
7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 09:08)
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