di
Alessandro Martini e Maurizio Francesconi
È soprattutto ricordato per la Casa-studio per lo scultore Umberto Mastroianni (che la critica disprezzò) e per le costruzioni sceonografiche nell’ex Giardino zoologico in corso Casale
Forme plastiche futuriste, volumi espressionisti e decostruiti, strutture antropomorfe, architetture nucleari… Tra i tanti eccentrici che hanno dato forma alla Torino di mattoni e di calcestruzzo, Enzo Venturelli è certo uno dei più originali e a tratti geniali. E quindi a lungo incompreso. A Torino è nato nel 1910 e vi è scomparso 86 anni più tardi. Qui si è laureato nel 1939, al Politecnico, ma già da quando ha 17 anni frequenta lo studio dell’ingegnere Arrigo Tedesco Rocca.
In quegli stessi anni collabora con diversi professionisti torinesi, tra cui Armando Melis, negli anni 30 progettista del grattacielo di piazza Castello e della sede della Reale Mutua. Ma a partire dalle sue prime opere degli anni 40 e poi, più pienamente, negli anni 50 e 60, Venturelli dà forma a una visione dell’architettura del tutto personale e dalla precisa base teorica, definendola «architettura dell’era nucleare» o anche «architettura atomica», perché (sono sue parole) «realizzata in un’era che è dell’atomo».
Sintetizza queste sue visioni utopiche, fatte di edifici sopraelevati, traffico veicolare sotto la linea del suolo ed elicotteri in volo, nel Manifesto dell’architettura nucleare e nel volume Urbanistica spaziale, pubblicato nel 1960 da Fratelli Pozzo Editori e ora ambitissimo sul mercato antiquario.
Oggi Venturelli è soprattutto ricordato per due edifici, entrambi a Torino ed entrambi sulla sponda destra del Po.
Realizzata sulla collina di Cavoretto tra il 1953 e il 1954, la Casa-studio per lo scultore Umberto Mastroianni non viene immediatamente apprezzata dalla critica del tempo, che la definisce un esempio di «schizofrenia architettonica» e di «disagio espressivo» ma ne riconosce qualità di coraggio, intensità ed estroversione. D’altre parte è lo stesso Venturelli a porsi, allora, in una posizione di «alterità» rispetto alla produzione architettonica a lui contemporanea, aspirando a «una ribellione violenta contro la tradizione». È allora che definisce «nucleare» la residenza dello scultore, residente a Torino al 1926 al 1970.
Ma in che senso «nucleare»? È un’architettura, spiega nel 1956 lo stesso Venturelli sulla rivista L’architettura cronache e storia, «che aggiunge ai tre elementi di base — volumi, pieni e vuoti — un nuovo elemento ispirato alle infinite manifestazioni umane che potrà essere rappresentato in piena libertà con adeguate forme». La grande villa è caratterizzata da una «sovrastruttura» che avvolge il semplice parallelepipedo dell’edificio con colate di cemento lisciato, che formano piramidi triangolari disposte intorno ai prospetti in modo apparentemente casuale. Una «pelle» altamente espressiva, insieme architettonica e scultorea, che la critica dell’epoca ritiene una negazione dell’originalità dell’opera, mentre per Venturelli è la ragione stessa del suo «complesso poetico». È nel suo carattere estroso e irrazionale che si manifesta, secondo l’architetto, l’«ordine delle cose».
Se la casa per Mastroianni rimane una residenza privata, e quindi difficilmente visitabile (seppur riconoscibile, immersa nel verde della collina), i suoi edifici per l’ex Giardino zoologico (1957-60), nel piano del Parco Michelotti, sono pubblici, ma ugualmente «invisibili». Dopo la chiusura dello zoo nel 1987, infatti, è stato oggetto di svariati progetti di riqualificazione, ma tuttora precluso alla vita cittadina. È un vero peccato perché, sulle sponde del Po lungo corso Casale, sarebbe uno straordinario luogo per le più varie attività. Con il valore aggiunto di un’eccezionale qualità formale e strutturale, a partire dall’Aquario-rettilario caratterizzato da una pensilina arditissima e di chiara ispirazione zoomorfa, tanto da essere ribattezzato all’epoca «Moby Dick»…
Invitato a Parigi per esporre i suoi progetti accanto alle architetture di Oscar Niemeyer per Brasilia, apprezzato negli Stati Uniti dove venne chiamato nel 1958 (ma rifiutò un incarico di insegnamento a Detroit), Venturelli è rimasto appartato e saldamente ancorato alla sua Torino. Città che non l’ha certo esaltato allora e neppure, fino ad oggi, adeguatamente ricordato. La sua prima opera significativa, il cinema teatro Principe (1945) di piazza Benefica, è stato demolito negli anni 90 e sostituito da un edificio residenziale. Il Rettilario, suo capolavoro, è tuttora in attesa di una riqualificazione capace di riportare in luce la straordinaria gestualità. Venturelli resta un nome apprezzato dai pochi che ne ricordano le architetture, uniche nel panorama italiano del 900.
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7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 13:46)
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