Fantozzi è presente nell’immaginario collettivo italiano ormai da più di cinquant’anni. E se il primo libro di Villaggio che creò la sua maschera più famosa ormai nel 1971 è passato poco meno di mezzo secolo da quando l’aggettivo “fantozziano” è entrato ufficialmente nei dizionari italiani nel 1977. Il primo a registrarlo fu il Devoto-Oli due anni dopo il primo film e sei anni dopo il libro.

“Fantozziano” persona impacciata e servile con i superiori, situazione penosa e ridicola al tempo stesso La Treccani segnala anche un altro piccolo record: come nome proprio diventato parola comune, “Fantozzi” è stato il più prolifico degli ultimi cinquant’anni, generando una famiglia intera di derivati – fantozzesco, fantozzata, fantozzeria, persino iperfantozziano e antifantozziano. Pochi personaggi di finzione recenti possono vantare un impatto simile sulla lingua, paragonabile solo a classici come “donchisciottesco” o “azzeccagarbugli”.

Fantozzi una tragedia 7-(Gay,Iannetti,Fontana,Gravina,Fantoni,Guarino,Virando,Cresta)-ph Nicolò Rocco Creazzo.jpgUna delle scene dello spettacolo L’esordio di Fantozzi

Cinquantacinque anni. Tanto tempo è passato da quando Paolo Villaggio pubblicò il primo romanzo dedicato al ragioniere, dando vita a uno dei personaggi più iconici della cultura italiana. Mezzo secolo dopo, quella figura grottesca e disperata continua a parlare al pubblico con una forza inalterata, anzi forse amplificata dalla società contemporanea. A riportarla oggi sui palcoscenici teatrali è Gianni Fantoni: “Quando mi hanno proposto questo progetto, la prima cosa che ho pensato è stata: come si fa a portare in scena Fantozzi senza cadere nella parodia o nell’imitazione televisiva? La risposta l’ho trovata tornando alle origini, ai romanzi di Villaggio, e ragionando su Fantozzi non come personaggio ma come maschera teatrale vera e propria. Al pari di Arlecchino, Pantalone o Pulcinella. Qualcosa che va oltre l’interprete originale e diventa patrimonio collettivo”.

Il processo di costruzione è stato lungo e meticoloso. Fantoni ha studiato ogni dettaglio fisico e vocale, ma soprattutto ha cercato di comprendere l’essenza profonda di quella figura: l’uomo schiacciato dal sistema, l’eterno perdente, il capro espiatorio universale. “Fantozzi non è solo un impiegato sfigato degli anni Settanta. È l’archetipo dell’individuo annientato dalle gerarchie, dalla burocrazia, dalle convenzioni sociali. Ed è questo che lo rende immortale. Perché certi meccanismi non sono cambiati: si sono evoluti e forse anche velocizzati. Ma le dinamiche che creano un personaggio come Fantozzi sono esattamente le stesse”.

Fantozzi oggi

Dunque è per questo che Fantozzi funziona ancora oggi, in un mondo completamente diverso da quello che lo ha generato? “Certo, Perché le dinamiche di potere non sono cambiate, si sono solo trasformate – spiega Gianni Fantoni – allora c’erano i direttori generali che umiliavano i sottoposti nelle riunioni aziendali, oggi ci sono gli algoritmi che decidono se meriti visibilità o se devi restare invisibile. Allora c’era il colletto bianco sottopagato e sfruttato, oggi ci sono i lavoratori precari della gig economy. La forma è diversa, la sostanza è identica”.

Lo spettacolo teatrale, scritto da Fantoni insieme a Davide Livermore, Luca Sciaccaluga e Davide Porchetto, attinge direttamente dai romanzi originali di Villaggio, recuperando episodi mai trasposti al cinema o affrontati in modo più sfumato nelle pellicole: “Nei libri c’è un Fantozzi più cupo, più disperato, meno commediale e molto meno pop. La cinematografia, soprattutto dopo i primi due film diretti da Luciano Salce, ha progressivamente alleggerito il personaggio, rendendolo più comico e meno tragico. Noi abbiamo voluto recuperare quella componente amara, quasi crudele slapstick che lo avvicina a Buster Keaton più che a Totò”.

Con qualche passaggio dei libri che torna prepotentemente. E altri che non si possono proprio proporre: “La scena di Fantozzi umiliato al mare da quello che doveva essere il presunto amante della moglie Pina è tremenda sul libro. Al cinema non è mai stata proposta. Ma anche a teatro potrebbe essere disturbante. In compenso ci sono altre cose che al cinema non si sono viste e che a teatro tornano: il capitolo più romantico e sognante è quello di Fantozzi che impara a volare…”

Un colpo di scena che il cinema non ha voluto ricreare: “È un momento di grande poesia, paradossalmente. In mezzo a tutta quella tragedia quotidiana, improvvisamente c’è questo slancio verso l’alto, verso la libertà. Dura poco, ovviamente, perché Fantozzi è destinato a ricadere. Ma quell’attimo sospeso è prezioso, è il sogno impossibile dell’oppresso”.

Una tragedia ridicola

Un elemento fondamentale è il sottotitolo dello spettacolo: “Una tragedia”. Una definizione che sintetizza perfettamente l’ambiguità del personaggio: “Fantozzi fa ridere, questo è innegabile. Ma è una risata scomoda, perché ride di situazioni che in realtà sono drammatiche. C’è qualcosa di profondamente tragico nell’assistere alle umiliazioni sistematiche di un essere umano, anche quando sono portate all’eccesso grottesco. Il teatro ci permette di restituire questa complessità, questa ambivalenza”.

La scelta del teatro non è casuale: “Il palcoscenico offre una dimensione diversa rispetto al cinema o alla televisione. C’è una prossimità fisica con il pubblico che amplifica l’empatia ma anche la distanza critica. Lo spettatore vede Fantozzi soffrire a pochi metri da lui, ma sa anche di essere dentro uno spazio rituale, protetto, dove può permettersi di ridere senza sensi di colpa”.

Fantoni rivendica con orgoglio il fatto di non aver costruito un’imitazione: “Non riproduco Paolo Villaggio, non serviva né una copia né un clone. Costruisco una mia versione della maschera, rispettando i codici fondamentali ma portandoci la mia fisicità, la mia voce, la mia interpretazione. Villaggio ha creato l’archetipo, io lo sto solo declinando in una forma nuova. È come quando attori diversi interpretano Amleto: nessuno imita Laurence Olivier, ognuno porta il proprio sguardo sul personaggio”.

Il pubblico di Fantozzi 50 anni dopo

Il pubblico come reagisce? “Con grande partecipazione. Ci sono generazioni diverse in sala: chi ha visto i film al cinema negli anni Settanta e Ottanta, chi li ha scoperti in tv, chi li conosce solo per sentito dire o attraverso i meme su internet. Tutti riconoscono Fantozzi, tutti ridono, ma ognuno ci proietta qualcosa di personale. È il segno che la maschera funziona, che trascende le epoche”.

C’è poi un aspetto interessante legato alla riscoperta del personaggio da parte delle nuove generazioni. “I ragazzi di vent’anni oggi vedono in Fantozzi qualcosa di incredibilmente contemporaneo. Riconoscono nelle sue frustrazioni le proprie: il precariato, l’impossibilità di emergere, la sensazione di contare sempre meno in una società che ti schiaccia. Villaggio ha anticipato dinamiche che sono esplose cinquant’anni dopo”.

Oggi Fantoni chi sarebbe? “Uno che è convinto di andare in palestra per dimagrire e si veste come un influencer per poi sentirsi ridicolo, uno che si omologa alla massa che vede sui social per poi pentirsene, una Silvani che si massacra di filler e di botox per mettersi in luce e farsi un selfie… ”.

Dopo 55 anni dalla sua nascita letteraria, Fantozzi continua quindi a interrogarci, a farci ridere e a metterci di fronte a verità scomode. “È una maschera necessaria – conclude Fantoni – finché ci saranno gerarchie, soprusi, ingiustizie sociali, avremo bisogno di Fantozzi. Perché ride di quello che ci fa male, e ridendone ci aiuta a sopportarlo. O forse a comprenderlo meglio, che è il primo passo per cambiare quello che ci sta attorno, a cominciare da noi stessi e da come ci percepiamo e da quello che pretendiamo”.

Le prossime repliche di Fantozzi a Teatro

Dal 12 al 15 marzo – Milano, Teatro Carcano

17 marzo Cremona – Teatro Ponchielli 
21 – 22 marzo Mestre – Teatro Toniolo
27 – 29 marzo Pavia Teatro Fraschini