di
Valerio Vecchiarelli
Impresa della Nazionale all’Olimpico di Roma: rimonta nella ripresa, decisiva la meta di Marin
Finisce un’era di rincorse, pacche sulle spalle, onorevoli sconfitte e batoste epocali. Sul prato dell’Olimpico l’Italrugby prende a calci la storia, vince (23-18) una partita memorabile contro i padroni del gioco, la prima dopo 32 sconfitte con l’Inghilterra. The waiting’s over, l’attesa è finita, si apre una nuova epoca perché vincere con loro è sempre stato il confine che ci teneva fuori dalla riserva di caccia del Re.
È un giorno memorabile per il rugby italiano, di quelli che segnano la storia del nostro sport, come il gol di Capello a Wembley del 1973 per la prima vittoria della Nazionale a casa loro, o il quartetto dello sci di fondo che ammutolì i 200 mila di Lillehammer all’Olimpiade della neve.
La partita è spigolosa, difficile, gli inglesi sono pragmatici, poco disposti a dispensare spettacolo, pesanti, scorbutici, gli unici in questo Sei Nazioni delle meraviglie a riuscire a mettere in difficoltà la mischia italiana. Il primo tempo va avanti senza padroni e con tanti svarioni, la tensione fa vibrare lo stadio, quasi la metà sono inglesi e nei momenti di difficoltà i decibel di Swing Low Sweet Chariot, il loro spiritual motivazionale, cancellano il silenzio. Alla meta di Freeman risponde un capolavoro di Tommaso Menoncello, il simbolo del salto di qualità dell’ovale italiano, corsa verticale e birilli in bianco abbattuti. La meta è un boato di liberazione, l’Italia c’è. E soffre quando Fin Smith alza la testa e con un calcio-passaggio millimetrico affetta il campo e deposita nelle mani di Roebuck il pallone del sorpasso prima del tè (10-12).
Si ricomincia e la cappa di tensione adesso è irrespirabile, l’Italia sa che forse un giorno così non ritornerà mai più e si fa prendere dall’ansia, diventa indisciplinata, incassa due calci piazzati che dilatano lo svantaggio, e l’espulsione di Nicotera che potrebbe avere il sapore della condanna. C’è un momento a metà del secondo tempo in cui a forza di placcaggi e spallate si spegne la luce delle energie, Underhill e il capitano Itoje perdono la testa e finiscono per 10 minuti in punizione. Paolo Garbisi è di ghiaccio dalla piazzola, mette tra i pali 2 calci e l’Inghilterra è lì (16-18), a portata di mano, come mai lo è stata nei 32 finali precedenti che hanno segnato la storia del rugby italiano.
C’è un’atmosfera strana, lo stadio si ammutolisce, la paura di vincere diventa terrore, il popolo ovale d’Italia non conosce questa sensazione. E quando Ioane si arrampica in cielo per spiccare da lassù un pallone calciato da Garbisi, e Menoncello è lì a riceverlo per scavare una ferita profonda nella difesa in bianco e per prendersi per sé il premio di migliore giocatore nel giorno che non si dimenticherà e con la coda dell’occhio vede Marin che lo implora di premiare il suo sostegno all’azione delle azioni. Passaggio che sembra arrivare mai, arriva, meta. Una meta che intere generazioni di rugbisti italiani hanno sognato di vedere un giorno. L’abbiamo vista. La prima volta non si scorda mai.
7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 20:14)
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