Roma, 7 marzo 2026 – A sette giorni dall’inizio della guerra con l’Iran, l’aeroporto internazionale di Dubai – il più trafficato al mondo – torna a funzionare a singhiozzo, con ripercussioni per tutti i collegamenti con l’Asia. Stamani la contraerea emiratina ha intercettato un drone vicino allo scalo. Un secondo episodio dopo quello del 28 febbraio. Testimoni hanno riferito di un boato e di una nuvola di fumo che le immagini mostrano alzarsi proprio in prossimità delle piste. “Le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti stanno attualmente rispondendo alle minacce missilistiche e di droni provenienti dall’Iran”, ha spiegato il Ministero della Difesa, negando però che l’incidente abbia interessato direttamente l’hub. L’aeroporto è stato comunque chiuso intorno alle 7.30 (italiane). Un’ora più tardi le attività sono riprese ma solo parzialmente.

Colonna di fumo dall’aeroporto internazionale di Dubai International Airport dopo che un drone iraniano è stato intercettato dalla contraerea degli Emirati (Ansa)
Solo “alcuni voli”, partono dall’Aeroporto Internazionale di Dubai (DXB) e dal Dubai World Central – Al Maktoum International (DWC), fa sapere ‘Dubai Airports’. L’invito per chi deve viaggiare è a non presentarsi agli scali “a meno che non siano stati contattati dalla propria compagnia aerea per la conferma del volo, poiché gli orari continuano a cambiare”. Anche Emirates ha comunicato che si attenderà a un “programma di volo ridotto fino a nuovo avviso”. E basta dare un’occhiata al tabellone di arrivi e partenze per rendersi conto del caos operativo. La maggior parte dei voli registra ritardi di ore, altri risultano riprogrammati o cancellati.
Restano tante dunque le difficoltà per chi deve fare scalo nella metropoli emiratina, diventata un imbuto per grossi flussi di viaggiatori. Per gli italiani che devono rientrare c’è un problema di costi oltre che di voli cancellati. L’ultima testimonianza è quella di tre famiglie romane – un gruppo di amici di dodici persone tra le quali sei bambini tra i 3 e 17 anni – bloccate dal 28 febbraio nelle isole dell’Oceano Indiano dopo che il loro volo, con scalo ad Abu Dhabi, è stato cancellato a causa della guerra. Riprogrammare il viaggio è un’odissea: “Noi avevamo acquistato con Etihad un biglietto per le Seychelles con andata e ritorno su Roma, ma Etihad si ferma ad Abu Dhabi e l’altra tratta fino a Mahè è effettuata da Air Seychelles che non ci ha dato nessun tipo di assistenza, né ci ha messo in contatto con Etihad”, racconta Claudia Marino. Unica chance chiedere un rimborso e acquistare un nuovo biglietto con compagnie che volano su altre tratte attive. Ma le tariffe sono improponibili. C’è chi è riuscito ad acquistare un volo per il 12 marzo con una compagnia “che fa scalo in Etiopia alla ‘modica’ cifra di 4.800 euro per quattro persone”, spesa che si aggiunge ai costi aggiuntivi sostenuti per vitto e alloggio extra. “C’erano soluzioni anche ad 8mila euro, è possibile spendere 8mila euro per tornare a casa?”.
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Intanto scende il numero dei turisti italiani ancora presenti nei Paesi del Golfo. La Farnesina conta 7.374 nella regione. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Unità di crisi gli italiani presenti negli Emirati passano da 5.863 a 5.295. In Qatar il numero cala da 894 a 803, da 1.364 a 1.173 in Oman, mentre un leggero incremento si registra in Bahrain, dove i turisti passano da 101 a 103.
Ci sono poi i cittadini italiani residenti: negli Emirati sono 29.359, in Qatar 4.219, in Oman 1.594 e in Bahrain 977. In Iran i connazionali che vivono stabilmente nel Paese sono poco più di 400, 20.853 sono in Israele, 4.217 in Arabia Saudita; 3.958 in Libano; 3.662 nei Territori palestinesi; 2.170 in Giordania; 1.182 in Kuwait; 588 in Iraq; 416 in Siria.
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I costi per chi viaggia in aereo potrebbero lievitare per tutti e non solo per i turisti in Oriente. L’interruzione delle forniture dal Golfo, in seguito agli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro l’Iran, ha fatto aumentare il costo del cherosene per l’aviazione di oltre l’80%, riporta un’analisi della BBC. Del resto il Golfo è una delle principali fonti di approvvigionamento di carburante, che passa per la maggior parte attraverso lo Stretto di Hormuz, di fatto off limits. Le compagnie aeree hanno già avvisato del calo dei profitti che presumibilmente compenseranno con un aumento dei prezzi dei biglietti, se non con la cancellazione delle tratte.

