di Giuseppe Scuotri
Lo chef danese, accusato di abusi verbali e fisici in cucina da molti ex dipendenti, si scusa pubblicamente sui social: «Anche se non riconosco tutti i dettagli degli episodi menzionati, ci vedo abbastanza del mio passato. Non sapevo gestire la rabbia»
«A coloro che hanno sofferto sotto la mia leadership, per le mie scelte sbagliate o la mia rabbia, dico di essere profondamente dispiaciuto e di aver lavorato su me stesso per cambiare». Si è scusato e ha ammesso le proprie colpe René Redzepi, chef e patron del «Noma» – il ristorante di Copenaghen tre stelle Michelin e quattro volte numero uno al mondo – sul cui conto da tempo circolano accuse di violenze fisiche e verbali ai danni di suoi dipendenti. Un coro a cui nelle ultime ore si è aggiunta una nuova inchiesta del New York Times: il quotidiano statunitense ha raccolto i resoconti di 35 ex lavoratori che «tracciano un pattern di punizioni fisiche che Redzepi infliggeva al suo personale». Le testimonianze spaziano dal 2009 al 2017 e raccontano di «dipendenti presi a pugni in faccia, colpiti con utensili da cucina e sbattuti contro i muri».
Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, lo chef ha deciso di rompere il silenzio con un lungo post apparso sul suo profilo Instagram: «Vorrei parlarvi di quelle accuse sul passato che riguardano la mia leadership in cucina e che sono riemerse di recente – ha scritto -. Anche se non riconosco tutti i dettagli degli episodi menzionati, riesco a vedere riflesso in essi abbastanza del mio comportamento passato da capire che le mie azioni hanno danneggiato le persone che hanno lavorato con me».
Lo chef danese ha proseguito raccontando di aver subito, da giovane, quella stessa cultura violenta di cui si è poi trovato a essere complice: «Quando ho iniziato a cucinare, ho lavorato in cucine dove urla, umiliazioni e paura erano semplicemente parte della cultura. Ricordo di essere rimasto lì, da giovane cuoco, a pensare che se un giorno avessi avuto una cucina tutta mia, non l’avrei mai diretta in quel modo. Ma dopo che ho aperto il Noma e la pressione ha iniziato a crescere, mi sono ritrovato a diventare quel tipo di chef che una volta mi ero promesso di non essere mai. Non importa quanto vera mi sembrasse la pressione in quel momento – ha precisato -, ciò non dovrebbe mai giustificare la perdita della calma».
Un vortice di rabbia e ansia da cui, a un certo punto, ha iniziato una lenta ma tenace risalita: «Dieci anni fa ho iniziato a parlare apertamente del mio comportamento in cucina: gli scatti d’ira, la rabbia e a volte persino le aggressioni fisiche, quando urlavo e spingevo le persone, comportandomi in modi inaccettabili. Non ero in grado di gestire la pressione, i piccoli errori mi sembravano enormi e ho reagito in modi di cui oggi mi pento profondamente. Sapevo di dover cambiare e volevo cambiare – ha spiegato -. Da allora, sono determinato a comprendere l’origine della mia rabbia e ad affrontarla in maniera diversa. Negli ultimi dieci anni ciò ha significato terapia, riflessione profonda e un allontanamento dalla gestione quotidiana della cucina. Ho trovato modi migliori per gestire la mia rabbia e sto ancora imparando a farlo».
Redzepi ha infine ringraziato l’attuale team del «Noma», il cui sostegno è stato fondamentale nel suo percorso di cambiamento: «La realtà che siamo oggi è molto diversa da quella con cui abbiamo iniziato. Sono grato al nostro team per il modo in cui ha contribuito a trasformare la cultura della nostra cucina e per la loro dedizione nel far progredire il settore. È una squadra che mi fa venire voglia di migliorare ogni giorno. Non posso cambiare chi ero allora – ha concluso -. Ma me ne assumo la responsabilità e continuerò a lavorare per migliorarmi».
7 marzo 2026 ( modifica il 8 marzo 2026 | 01:59)
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