di
Fabrizio Dividi

La regista Florencia Santucho segue nella ricerca della verità quello che si rivelerà essere suo fratello biologico: «Nonostante il negazionismo che contraddistingue il governo attuale in Argentina, oggi molti vogliono sapere»

«Nel mondo latino, l’identità è una conquista: è il recupero di quei pezzetti di anima e appartenenza che finiscono per identificarti; è l’idea della ricomposizione di storie silenziate o dimenticate che spiegano alcuni aspetti fondamentali di sé». Florencia Santucho, «green manager» e direttrice di festival socio-ambientali in America Latina gemellati con il nostro CinemAmbiente nata a Torino nel 1980 durante l’esilio dei genitori a causa della dittatura di Videla in Argentina, presenta la sua opera prima, la più personale possibile, codiretta «con il fondamentale contributo di Rodrigo Vázquez-Salessi, anche sceneggiatore». È un documentario, s’intitola Identidad e i torinesi potranno vederlo il 9 e il 10 marzo, rispettivamente al Cinema Massimo alle 20.30 e al circolo Arci Babelica alle 20 in occasione dei 50 anni dal Golpe.

La generazione dei bambini rapiti

Nel film, la regista pedina Daniel Santucho Navajas nella ricerca della verità sulla sua nascita che le rivelerà essere suo fratello biologico. «Sono nato nel 1977 — racconta Daniel — e quando avevo 21 anni cominciai a sospettare che mio padre, in realtà, fosse il mio rapitore. Proprio in quegli anni, infatti, in Argentina era in atto il piano sistematico di affidare a militari bambini appena nati dopo aver ucciso le madri naturali, anche appena dopo il parto». I dubbi del protagonista erano tristemente fondati, provati dalla corrispondenza rilevata dalle Abuelas di Plaza de Mayo, «Nonne di Plaza de Mayo», che custodiscono le informazioni genetiche delle vittime della dittatura. Sua madre Cristina, infatti, era una delle migliaia di persone scomparse all’epoca e, dopo aver ritrovato la sua famiglia biologica, Daniel ha deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica sui crimini commessi durante la dittatura



















































La ricerca della verità

«Per i 20 anni in cui ho avuto dubbi sulla mia nascita, sono stato attraversato dal senso di colpa anche nei confronti di chi credevo essere mio padre che continuava a negare ogni volta che entravo nell’argomento; pensi che continuavano perfino a dirmi che “assomigliavo a mia madre”. Poi, grazie al responso del Dna, ho raggiunto gradualmente la pace interiore. Ritrovare la verità era necessario anche per le mie figlie che non dovevano portarsi addosso quella stessa bugia che mi aveva martoriato». Oggi Daniel è un uomo nuovo, anche se il prezzo è stato alto: «Purtroppo, altre persone nella mia stessa situazione si sono chiuse in se stesse, altre si sono suicidate. Ma se avessi scoperto la verità a 21 anni, o non avessi trovato una famiglia così accogliente, anch’io avrei sofferto una crisi emotiva maggiore, specie in assenza di un adeguato supporto psicologico».

Argentina: un presente negazionista

Su come l’Argentina sta accogliendo la vicenda che riguarda centinaia di casi, risponde Florencia: «In senso generale, il pubblico è interessato al tema e alla verità, al di là di avere o meno parenti desaparecidos. E anche se il negazionismo che contraddistingue il governo di Milei connota la porzione di società che lo appoggia, il film aiuta soprattutto chi non ha ancora un’idea formata, come i giovani. Daniel sa empatizzare con i ragazzi, e non utilizza una retorica politica: presentandosi in pubblico e parlando della sua storia privata, drammatica e pubblicamente riconosciuta, non è possibile attaccarlo». Sui tanti abbracci che sono il filo rosso della nuova — vera — famiglia di Daniel, la sorella-regista commenta: «Quando ci siamo finalmente incontrati, è stato come riallacciare sentimenti perduti. Ma oltre a essere spontaneo, il gesto così “fisico” nel film, diventa collettivo, diretto a tutti coloro che hanno avuto la forza di cercare la verità partecipando alle mille campagne che mantengono in vita la memoria. Identidad è emozionante perché può tramandare la storia, ma anche perché gli spettatori si sentono partecipi: quell’abbraccio è anche per loro».


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7 marzo 2026 ( modifica il 7 marzo 2026 | 17:59)